Nella Casa di cura
il lassismo della vita,
la mancanza di sussulti
nei gorghi dell’anima,
fa appassire le gemme di felicità
ancor prima che le falene
s’impadroniscano del buio della sera.
Minuti, ore, anni,
scivolano lenti lungo il fiume della vita,
quasi a voler levigare il marmo duro del cuore,
quasi a voler stemperare la disillusione
che, a tratti, s’incrosta nell’ardito sentiero,
diluendosi poi nel livore tenue
di una felicità impossibile.
Dalla finestra osservo strisce di vigne
e il respiro assurdo dei solchi nei campi,
della terra aperta a maggese.
La terra, ondulata e ampia,
come la schiena di un cavallo,
fuma generosa
nel sole germogliante del mattino.
All’interno della struttura psichiatrica
l’immenso lago del nulla,
l’opacità dei sentimenti,
il cielo plumbeo della nevrosi
e un sottile sorriso di pietà umana.
Nei cameroni e lungo i corridoi
pazienti sventurati, non si lamentano,
non palesano le stille di malinconia,
non esternano i loro deliri vespertini.
Piangono di notte negli antri oscuri,
lontano da sguardi
indiscreti e indagatori.
Piangono con dignità e orgoglio
e non chiedono affetto,
non si lasciano amare.
La malinconia accompagna la loro fierezza
e punge, gelosa, l’intelligenza,
il sentimento, le azioni.
La malinconia crea in essi
il dubbio sulla vita.
La malinconia chiede informazioni
su tutti i ‘perché’
e nessuna parola cancella il dubbio.
E allora le ombre
prendono più consistenza delle luci,
il silenzio delle parole,
la solitudine del rumore.
Ogni parola diventa un inganno,
ogni azione naviga nel tarlo dell’inutilità.
E allora lo sguardo
vaga oltre le parole,
al di là degli eventi,
per scoprire la compostezza dell’ombra
nello scandaglio erosivo del mistero.
il lassismo della vita,
la mancanza di sussulti
nei gorghi dell’anima,
fa appassire le gemme di felicità
ancor prima che le falene
s’impadroniscano del buio della sera.
Minuti, ore, anni,
scivolano lenti lungo il fiume della vita,
quasi a voler levigare il marmo duro del cuore,
quasi a voler stemperare la disillusione
che, a tratti, s’incrosta nell’ardito sentiero,
diluendosi poi nel livore tenue
di una felicità impossibile.
Dalla finestra osservo strisce di vigne
e il respiro assurdo dei solchi nei campi,
della terra aperta a maggese.
La terra, ondulata e ampia,
come la schiena di un cavallo,
fuma generosa
nel sole germogliante del mattino.
All’interno della struttura psichiatrica
l’immenso lago del nulla,
l’opacità dei sentimenti,
il cielo plumbeo della nevrosi
e un sottile sorriso di pietà umana.
Nei cameroni e lungo i corridoi
pazienti sventurati, non si lamentano,
non palesano le stille di malinconia,
non esternano i loro deliri vespertini.
Piangono di notte negli antri oscuri,
lontano da sguardi
indiscreti e indagatori.
Piangono con dignità e orgoglio
e non chiedono affetto,
non si lasciano amare.
La malinconia accompagna la loro fierezza
e punge, gelosa, l’intelligenza,
il sentimento, le azioni.
La malinconia crea in essi
il dubbio sulla vita.
La malinconia chiede informazioni
su tutti i ‘perché’
e nessuna parola cancella il dubbio.
E allora le ombre
prendono più consistenza delle luci,
il silenzio delle parole,
la solitudine del rumore.
Ogni parola diventa un inganno,
ogni azione naviga nel tarlo dell’inutilità.
E allora lo sguardo
vaga oltre le parole,
al di là degli eventi,
per scoprire la compostezza dell’ombra
nello scandaglio erosivo del mistero.
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