Ora chiuditi a chiave dentro me
e non uscire piu
che desidero solo e soltanto te
mia dolce schiavitu'
Ora apri le finestre ,che entri luce
e non se ne vada piu'
Ora che il sogno si riproduce
e vola fin lassu'
Dove hai iniziato il tuo volo
Conducimi
Sul tuo bellissimo Assolo
chiamati cardinala e monsignura,
nni stu munnu sunu lu schifu,
lu fangu cchiù fitenti di lurdura.
Ma tanta genti asina e anchi sperta
ci va apprissu senza cugnizioni,
adurannu la munnizza a vucca aperta
e facinnuci ossequi e uvazioni.
Pupulu curnutu senza campani,
ca, ntamatu, ladi pulitici e parrini
ca sunu sempri affamati comu cani
e ca sempri ti stoccanu li rini,
chi minghia ci va apprissu si ti mbroglianu
e ti la ficcanu, ridinnu, nni lu culu,
mentri li so burdella tutti ammoglianu
e tu ti carrichi di li so pisa comu un mulu.
Talia giustu e vidi tuttu lu tiatru
pri scegliri tra li purci un purcu,
ca poi addetta li liggi di lu latru
e simìna grana arrubbati nni lu surcu.
A Diu e a Gesù Cristu li tradiru
e di dumila anni fannu lu mircatu
nni li chijsi, unni la fidi si vinniru,
sbraitannu di lu purpitu cu ciatu.
Sti surgiazzi ngrassati nni la fugna
portanu dannu a lu munnu interu;
sunu lu culera, la pesti e la rugna,
sangisuchi ca nun dicinu lu veru.
Arraggiunati tanticchiedda genti:
cridiri e aviri fidi a Diu e a Cristu
ie daveru lu sulu valuri di la menti,
l'antri minghiati sunu l'anticristu.
Si propriu nun vuliti arraggiunari,
comu fissa ca s'abbattinu lu pettu,
pirditi la fidi, la saluti e li dinari,
mentri chiddi mangianu caprettu.
Absit iniuria verbis
ho prenotato un angolo sulla luna
per dirti che non t'amo
per questo ti amo
perchè il mio scalpore non può
farti sorridere
mi hai chiesto
di andare a far l'amore
dove nasce il sole
ho risposto il mio no
perchè ti amo
e non t'amo
e tra i cuscini cespugli
al tramonto che muore
nasce l'alba della notte
fino alla notte dell'alba
stringiti a me
perchè non t'amo
e ti amo.
soffocato dal nulla
piroettando come piuma
sbattuta dal vento
gli occhi non hanno
neppure tempo di aprirsi
l’aria stringe
il pensiero tinge
cadendo dentro il vuoto
lembi di vestito
strisciano contro le parole
afferrando il tempo
per cercare di volare
e tutto il mondo gira
l’aria stringe
il pensiero tinge
ancora di buio
Sudore. Lacrime, sangue.
Il distillato roseo della guerra,
è questo che ci fa simili sulla terra,
non esistono razze, colori diversi.
Gli umori d'un moribondo sono,
uguali per tutti.
Si spandono sul terreno della battaglia,
nutriranno fiori e germogli,
quelli si, di tanti colori.
Domani, passeranno le madri e le spose,
bagneranno con le lacrime, questi tragici fiori.
di dolci pensieri.
Ghirlande di fiori
sulla finestra
adornano il viso
di quella donna
che sta a rimirar
con aria beata
la bellezza del cielo,
le stelle,la luna.
Ricami di notte
con il mondo che dorme,
in grembo c'è il bimbo
da tanto cercato.
Ghirlande intrecciate
come i folti capelli
decorano l'aria...
E' un lietissimo evento.
oh signora della notte
ho accarezzato l'ebrezza
della tramontana
sopra i cuscini di quel prato
in riva alla città
Tu, spogliata di luce
profonda tristezza
porti al mio vivere
Il tuo nome per tanti è Morte
per me resti Signora della Notte
e nel prato corallo
distesa mi aspetti
a far l'amore
Questa croce di cespuglio ancora secco
davanti alla quale si tende ad osservare
la sua desolazione
nasconde all'interno un'acqua verde di fontana,
un giro dell'angolo in tutta fretta, una sana
piega delle nostre labbra
al pensiero che è appena arrivata
fra una voce morta ed una squillante
quella invece silenziosa
di una X di primavera.
“L’uomo ha inventato la bomba atomica, ma nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi.”
(Albert Einstein)
Amore, ti ho vista pensarmi di nascosto,
mentre assumevo un’espressione smarrita
e mi lasciavo sopraffare dall’inquietudine,
da uno stupefacente nugolo di voci,
di persone mutevoli e multiformi:
io, la mente e il mondo stesso,
persi, ma per un attimo,
nella transitorietà
del viaggio.
Ero accerchiato,
e quella grande sala chiassosa
era il regno del vecchio lupo di Honshu,
del dio ululante che proferisce e non ascolta;
se non fosse stato per te, per il tuo amore,
per quel tuo incredibile mezzo pensiero,
forse questa volta avrei fatto,
per davvero, la fine
del topo.
Oggi non sono più il migliore amico,
ma solo un patrigno ed un nemico.
Così mi vedi, figlio mio, purtroppo,
ed io piango con in gola il groppo.
Quand'io morrò e non parlerò più,
allora, forse, ti ricorderai di me,
assiso dietro il tavolo sudato,
su cui la mente mia in gioventù
coi pensieri e con gli affanni, ahimè,
ho per tant'anni con lena logorato.
Or tu non comprendi, ma bontà
c'è in me e tanto affetto,
che mi spinge con difficoltà
a renderti uomo e non abietto.
Or stanco mi sento ed anche affranto,
di tutto mi rimane un gran rimpianto.
In me ho solo te ed un affanno
di lasciarti in eredità un grave danno.
Nel mio cuore c'è tanta amarezza,
in te freddezza e tanta indifferenza,
perchè non t'offro della vita una certezza,
la cui assenza produce delinquenza.
Nel mio cuore c'è tanta amarezza,
con cui convivo insieme con tristezza,
perchè non t'offro un posto di lavoro,
che per l'uomo è vita e pur decoro;
perchè vien meno il soldo giornaliero,
perchè ti educo al benfar sincero,
perchè non sono compare dei compari,
ovvero spazzola degli abiti talari;
perchè il ricatto aborro ed il compromesso,
perchè non voglio vederti genuflesso,
perchè solo il diritto pratico e t'insegno,
che distingue l'uomo probo dall'indegno,
dall'individuo dal fare scellerato,
che da parassita campa indisturbato.
Quando nascesti mi sentii più forte,
ma poi s'affievolì questa figura,
che non volle nuotar nel mar di fango,
che appesta, ahimè, l'Italia a morte,
che produce tra gli uomini frattura,
mentr'io stanco sul mio scritto piango.
Ricordo ancora tanti bei momenti,
i momenti, in cui, piccolo, dormivi
ed io nella fioca luce ti guardavo,
vedendoti già uomo d'alti intenti.
Un padre oggi non è più tal tra i vivi,
se non s'ammorba nell'appestato favo,
se non si vende ai politicanti
ovvero al basso clero gabbasanti.
Dio bussò alle porte del sole
La fiamma non aprì.
“Io sono il creatore del cielo e della terra”
Disse Dio,
ma la fiamma non aprì.
La luna pianse per questo
e si nascose dietro il monte Olimpo.
Il pastore vagò nel buio e maledisse Dio
tutte le sue pecore erano perdute.
Il sole chiese all’uomo di dove venisse
“sono creatura di Dio, l’Onnipotente”
disse l’uomo.
E il sole a lui “l’Onnipotente non varcherà le mie porte”
L’immenso cielo si fece scuro
a celare la lotta degli Dei .
che c'è quando non si vede,
che non c'è se non si palesa:
la luna si vede e non si vede:
mi abituerò a pensare l'uno e l'altro,
saperla dietro le nubi e vederla a fronte,
a tenermi il conflitto e a rinunciarvi:
la ragione sorveglia, lo spirito sconvolge:
saprò che lo saprò per non saperlo mai,
che saperlo è la conferma dell'ignoto,
che il dubbio è pieno di significato:
perciò saprò che c'è e che non c'è,
che si rivela quando non appare
e quando c'è mostra la sparizione:
gabbia, la pelle rugginosa assetata d’eterno
luce sul dorso lieve nel riverbero
deforme mutante argine d’essere.
Il pallore colto di mille ortensie
imbianca la malinconica preghiera
funambolico filo dal perduto sentiero .
Depone l’affanno ceduto al futile
l’indulto sogna l’approdo al fine
battezza lo spirito dal bianco destino.
Si fa premio il morire e la franchigia
a cenni chiede scusa all’incauto slancio
addenta l’arroganza dalle umide ciglia
e poco importa se incalza il fato al pianto.
E’ pena d’amore, sviene lo scheggiato intero
l’eterno torreggiare sulle reliquie vive.
Che siano quartetti d’arco armati
i nostri astri, violini di dolore tatuati
ascesi all’amore senza senso
e i nostri cuori fiori di campo
nel pianto del tempo.
Poco importa il fluire distratto
non ha memoria
ma Lei la nutrita, la rinunciataria dal pacato gesto
lei la sola in risposta al falso solco
perdona il cedimento.
E’ speranza d’anelito orfano
libra in excelsis Deo marosi imponenti
e coni d’ombra dai turbati fermenti .
Là dove s’intreccia l’espianto soffocato
è messa a dimora l’emozione scissa
là il colpo secco vibra, vivo di spettacolo arso.
E non rimane che popolare d’urla le gesta
immerse nel subbuglio d’imperituro evaso
perpetuo paladino del risorto.
Recide l’anima l’ombra e le mostra la nuca
adagia il cuore arreso al sospeso
sull’intimo foglio danzante distacco,
in poesia chiamata destino, l’ultimo divino.








