Octavo capitulum

La  quarta  stanza

-Mangime  per  il  proprio  ego

 

 

 

 

Mi svegliò il sottile profumo lento dei bucaneve alla finestra che cercavano di fermare sui petali il fiato dell’aria fresca del mattino.

Sulla pagina strappata sotto il gomito una frase mai scritta…

Sogno di scrivere e poi scrivo il mio sogno

La mia calligrafia.

Ho dentro di me la scrittura come i bambini sentono il desiderio di tirare calci al pallone. Per quei bambini la partita della domenica al campetto di provincia non è questione di vincere o perdere, è fare quel goal che significa l’applauso dei pochi presenti.

So che il mio manoscritto non andrà forse oltre quel piccolo campetto.

Ma sarà il mio campetto, e l’applauso di quei pochi… terrà acceso il sogno.

Christopher non capiva se a svegliarlo da quello strano sogno fosse stato il soffio del vento tra i salici o il ticchettio del suo Roger Smith.

Davanti a lui il cigno si lasciava curare dalle mani tozze di un omone di almeno centottanta chili, senza dimenarsi.

Il ragazzotto lo guardò per un istante

<Deve essere stato sfinito per addormentarsi con la schiena appoggiata a una pietra… Spero per lei che non si sia sporcato il suo bell’abito elegante.

E’ venuto qui per lavoro?>

<< Sì, credo di sì>> lo scozzese, mettendosi la mano sul polso come a fermare il tempo scandito dai piccoli ingranaggi forse per non dover misurare l’imbarazzo. Sembrava proprio che il suo interlocutore fosse…

<Che scortese sono stato, mi scusi signore. Mi chiamo Edgar>

Christopher ora non riusciva a contenere l’eccitazione

<<…e fai il camionista?>>

Mi aiutò ancora una volta la mia scrittura a depistare l’agente letterario.

E’ lì che mi piace giocare ad acchiapparella con la notte, nell’equilibrio incerto di un’altra acrobazia. Dove le parole scritte tremano su un filo di voce, nel tono degli occhi di chi legge.        

Dove lo scrittore lascia tenere quell’invisibile elastico al lettore e fa dell'illusione la sua calligrafia.

<Santo cielo, no. Come le viene in mente…> e scoppiò in una risata sonora e prolungata

<…faccio l’agricoltore col mio vecchio padre. Abbiamo un appezzamento oltre il crinale, e oggi c’è la semina dello zenzero.

Che strana domanda… come quelle che faceva uno scrittore, tempo fa.

Dalla Cechia, mi pare>

<<Quali domande, devi dirmelo…>>

<Non so> arrossì Edgar

<però ricordo che lo accompagnai al Palazzo sull’Acqua.

Allora signore, diceva che il suo lavoro l’ha portata da queste parti…>

<< Sono venuto qui per parlare con…

Noir…>>

<Buon Dio, lo conosco. Papà mi mandò da lui a bottega quando ero fanciullo. Sta poco dopo il chilometro 13, proprio dietro quella che una volta era la locanda Della Cannella>

Christopher raccolse la giacca e interruppe senza indugio la conversazione, non prima di aver ringraziato il ragazzotto.

Doveva raggiungere l’autore del manoscritto.

Incredibile,  pensò… ha lo studio nel retro della locanda.

Parcheggiò la vettura a nolo nell’enorme spiazzo proprio davanti al capanno. Tentennò, deluso… era proprio un capanno.

E la sua esitazione crebbe nel varcare la soglia: era una bottega.

Attendeva riluttante, quando alle sue spalle come se sussurrasse

“Forestiero, qual buon vento ti porta da Zelo? Incisioni su ebano e metalli teneri. Cuoio, lapidi in frassino…”

<Oh, lei… Capisco. Stipettaio di legno moro>

“E chi pensavi di trovare, elegantone di città… Come posso aiutarti?”

Christopher sospirò

<Forse può parlarmi di Samaèl>

“Chi!?!”

<Samaèl, l’angelo caduto… E di Adamantina>

“Forestiero, credo tu abbia letto troppi libri. L’unico angelo che conosco ce l’ho fermo a pagina 17 di Angeli e Demoni…”

<Dan Brown>

“…se lo dici tu!?

Lo uso più che altro come cuneo per il mio banco zoppo che non ho tempo di riparare.

E l’unica donna che conoscevo con quel nome, viveva ai tempi del mio trisavolo… pace all’anima sua”

Anche questa volta lo scozzese ringraziò in tutta fretta. Era stato un fallimento. Forse aveva ragione Joanne… era stato troppo precipitoso, si disse.

Se si fosse affrettato, avrebbe potuto ancora trovare un volo per Edimburgo in serata.

Passando l’uscio  non fece a tempo d’udir nell’ombre Samaèl 

…Vuota vanteria…

dentro a un gramo bisbiglio

L’artigiano uscì dalla bottega compiaciuto di aver fatto ciò che era necessario, mormorando qualcosa

Il destino / fila lo stame / della vita, / inflessibile

‘ Il mondo di oggi non ha senso con la sua smodata ambizione, Zelo…

mio fedele servitore, pur privo di meriti effettivi.

Ho dovuto pensare io allo scozzese: ricorda, i sogni ricreano il mondo ogni notte.

Perché dovrei incoraggiare la tua accentuata vanagloria?! ’ una voce giunta dall’angolo più buio.

L’urlo che si udì misurò le profondità degli inferi, per poi tornare tra il riverbero della Stella del mattino sul lago nel dipinto dentro il bagagliaio dell’automobile a noleggio.

(in tomo inanis gloria)

                    -----Le parole pronunciate da Lucifero ‘…’ sono liberamente tratte da  

                                                   citazioni di Pablo Picasso e Neil Gaiman

 

 

 

liber primus

samael.jpg

 

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Dominique Noir  

Questo autore ha pubblicato 17 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Capitulum  septimum

La  terza  stanza

-Sogno  l’onnipotenza  della  scrittura, e  poi  scrivo il  mio  sogno

 

 

 

(voce narrante)

Tra le persiane accostate, il temporale stanotte ha qualcosa di sinistro.

E’ come se nell’intervallo tra un tuono e l’altro il riverbero sulle pareti mormorasse

‘ Nel quadro fuori dalla finestra… osserva l’idea della verità per mezzo del falso ’

Forse non è che nella mia penna…

E di nuovo quel sussurro

‘ L’aria che si vede in quel quadro non è respirabile ’

Non volevo che l’agente letterario mi trovasse, non ero ancora pronto.

Samaèl non era pronto.

Dovevo fare qualcosa.

La mia scrittura forse avrebbe potuto fare qualcosa…

Ma torniamo a Christopher.

L’avevamo lasciato appeso tra i salici come uno straccio sgocciolante, con la schiena appoggiata alla ruota della vettura a noleggio, piangente dalla fronte.

<Che ti è successo, forestiero!? Credo tu abbia corso più di quanto il tuo angelo custode possa volare…> un uomo in livrea, nell’onnipotenza frivola di aver stroncato un volo

<Sembri stordito come questa farfalla…> mostrandogli soltanto quel po’ di colore che resta sulle dita

<…una facile preda. Mi chiamo Dyaus e sono il custode del Palazzo sull’Acqua, cosa ti porta qui? Qual è il  tuo nome?>.

 

<<Come Dozorca, il marito di Lobella…>> Christopher custodendo la sua eccitazione, sottovoce

<<incredibile, nel manoscritto c’è anche una sorta di vero storico>>

 

<Mi sembri frastornato, forestiero. Facciamo così, chiamo mia moglie e ti porto con me alla locanda dove alloggio con lei. Sai perché faccio questo lavoro? Quando ti toccano le mani giuste, capisci che del tuo corpo non ne sei il padrone ma solo il custode. Mia moglie è il mio angelo… suona libero, ma non risponde.

Poco importa, le spiegherò una volta arrivati>

 

Nascondendo ancora quell’eccitazione che diveniva via via sempre più incontenibile, i pensieri di Christopher non gli permettevano di sentire il suo logorroico compagno di viaggio

<<Ecco il km 13… non ho visto il camposanto. Le coltivazioni di zenzero. Ed ecco l’enorme spiazzo, e la locanda.

E c’è anche là in fondo quel che rimane di un autoarticolato>>

Non stava più nella pelle.

<<Certo, ferraglia e ruggine… ma pur sempre il tir di Allan 17>>

 

<Ehi forestiero, siamo arrivati… sai che non so ancora come ti chiami?>

<<Christopher, signore>> la voce gli si faceva pian piano meno esitante

<<Mi scusi, le devo essere sembrato quanto meno strano>>

<Non importa Christopher, siamo tutti un po’ strani. Vieni, ci racconterai dopo. Ora ci rifocilleremo con la famosa zuppa di Iaska>

L’agente letterario tentennò, deluso. E la sua esitazione crebbe nel varcare la soglia. L’insegna diceva Locanda da Benedetta.

“Dyaus, già qui? Hai finito presto oggi. Ma sei in compagnia. Un tuo collega? Ben arrivato. Piacere, Iaska.  Zuppa per entrambi?”

<<No… cioè, sì la zuppa. Ma lei signora dovrebbe essere Benedetta…>>

 

“Benedetta… la conosceva!?  Cosa dico… lei è troppo giovane!

Benedetta era la mia bisnonna. L’insegna è per ricordarla. Accomodatevi”

Ed ecco giungere dal piano rialzato la moglie di Dyaus 

-Ciao caro, perché non mi hai detto che avresti portato un amico?-

<A dire il vero ci ho provato, ahahaha>

-Non fa nulla, buongiorno…-

<< Christopher, il mio nome è Christopher signora Lobella>>

<Ma che dici… devo ammetterlo, sei quanto meno strano. Lei è il mio angelo, Dortmanna> sbracando la livrea color dei barbigi.

-Perché mi ha chiamata così, Christopher!? Era il nome della mia trisavola…-

<<Chiedo scusa a lei e a suo marito, signora. Mi sento un po’ confuso per via del lungo viaggio>> ripiegando sull’orologio con lo sguardo.

 

-Non si preoccupi. Da dove viene, se posso chiederlo?- e intanto, spingendo con la mano dal braccio il marito verso la tavola apparecchiata per il pranzo, la donna cercava di uscire da quel momento di imbarazzo.

<<Da Edimburgo. Aveva ragione Dyaus, questa zuppa è superlativa.

Sono un agente letterario>>

<Ahahaha. Io un custode, e tu un agente… ahahaha>

 

- Dyaus, ti prego. E’ una professione affascinante, che conosco.

Mi dica, c’è qualche nuovo libro da non perdere?-

<<Bè, ci sarebbe un manoscritto. Sono venuto qui per parlare con l’autore>>

-Ah, è di queste parti?- visibilmente incuriosita.

<<Sì, credo di sì. Ora… vi ringrazio per la bella compagnia, ma ho bisogno di riposare>>

-Stia tranquillo, Iaska le darà una camera per la notte. Iaska, cara…-

 

Dal capanno retrostante la locanda, dove il custode era solito recarsi a fumare, ondeggiava appena una vecchia insegna  Locanda Della Cannella.

L’uomo scomposto nella giubba, mormorando qualcosa

<Pe fende, veniet ad me> attendeva con fare sottomesso.

 

All’improvviso, dall’oscillare ora più deciso dell’insegna, come se sussurrasse

 

Non bisogna giudicare Dio da questo mondo, perché è soltanto uno schizzo che gli è riuscito male ’

<Maligno, ti ho invocato per…>

‘Preferisco le anime degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali. Per quanto maestose e imponenti siano. Lo scozzese non deve trovare il manoscritto originale.

Quella notte, mentre la tua amata non aveva modo di dormire serena, mi implorasti di darti l’onnipotenza.

Adesso… fa ciò che è necessario.

Tratto anche anime raggrinzite ’

 

Fece scivolare il chiavaccio Samaèl  e varcò la porta, dalla cornice si allungava sulle pareti la tenebra

Il manoscritto sullo scrittoio fa da cuscino al suo creatore, mentre dorme ignaro di tutto.

Dorme mentre due mani fanno cigolare i braccioli della sedia all’angolo davanti la finestra. Le dita affusolate arrotolano la manica per non sporcarla di inchiostro, mostrando l’avambraccio tatuato.

L’altra mano fin qui assopita prende la penna

SOGNO DI SCRIVERE E POI SCRIVO IL MIO SOGNO

(in tomo omnipotentia)

-----il titolo e la CHIUSA sono ispirati a una citazione di Vincent Van Gogh                   

 Le parole pronunciate verso la fine da Lucifero ‘…’ sono tratte da citazioni

                                                                 di Edgar Degas e V. Van Gogh-----

 

 

liber primus

samael.jpg

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Dominique Noir  

Questo autore ha pubblicato 17 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Sexto capite

La  seconda  stanza -L’occhio  dell’avido  è  profondo  come  l’inferno

 

 

 

(voce narrante)

Come vi dicevo c’è sempre dell’altro, che ora sono pronto a svelarvi.

Mentre a Varsavia le campane scandivano le sei e la chiesa di Sant’Anna si raccoglieva per i vespri della sera, nella Northumbria inglese (già Scozia di là dal fiume Aln) era l’ora del tè.

In quel pomeriggio tranquillo la città, presto avvolta nel buio, pareva si fosse infilata a letto. Sarebbe bastato alzarsi e sporgersi dalla finestra per sapere che quello era uno degli ultimi giorni di libertà e, in un qualche modo, di vita. Continuava a far freddo.

L’Aamon si svegliò dal suo riposino per lo squillare del telefono…

guardò l’ora…

-Ciao Joanne…-

‘ Buonasera Christopher, mi aspettavo di sentirti.

Ho l’acqua per il tè sul fuoco. Quando arrivi, accomodati. Troverai sul tavolo del miele di acacia, e un manoscritto’

 

-Hai ricominciato a scrivere…

Perché non mi hai detto che non ti avrei trovata nel solito grande palazzo fuori Edimburgo?-

‘Forse non volevo essere trovata…”

-Ma, dove…-

‘ Vieni al 9 e 3/4 di High Street, Hogsmeade.

Fai presto, il tè si fredda e cominciano a scomparire fili di candele incantate appese sugli alberi. Le vacanze stanno per finire, e potrei decidere di far riprendere l’anno scolastico a Hogwarts ’

Hogsmeade è un pittoresco paesino di piccoli cottage e negozi vicino alla stazione di King Cross, meta degli studenti della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts dal terzo anno in poi autorizzati a gite nel fine settimana.

Il tòc del battacchio

-Mia cara, gli anni per te sembrano non passare…-

 

‘ Christopher… non serve adularmi, so bene cosa ti porta qui. Per ora non ho ancora pensato a come far riapparire il signor Potter, e se far sì che per lui gli anni non siano passati…’

-Come vuoi, non ti ho mai messo fretta.

Vedo che hai appeso nel salotto la Stella del Mattino e il suo Aamon, o Nahum che dir si voglia, scelta curiosa trovo-

Joanne si irrigidì.

<<Acuto l’agente letterario… Il Principe dei demoni andrebbe meglio, colui che conosce il passato e il futuro. A me personalmente basterebbe non avere le mie

due zampe di lupo così intorpidite, per sentire che questo è il primo giorno di libertà.

E di vita, se riuscissi con la coda di serpente a grattarmi questa testa che somiglia a una civetta>>

Joanne sembrò rimproverare il dipinto con una smorfia, e con disinvoltura versò il tè.

 

 

(voce narrante)

L'alba sfuma una linea incerta, prendono forma le panchine

agli occhi dove resta ancora un poco appeso il sonno.

Di fuori un organino senza musicante vibra lungo fili di galaverna sospesa agli alberi.

Pochi lacerti e suoni dalla penna…

 

 

‘ E ora immagino parleremo dell’altro motivo che ti ha portato qui…

Sì, l’ho letto. Il suo piccolissimo studio mi ha ricordato l’appartamento in cui vivevo mentre stavo finendo di scrivere il primo volume.

Lo cercherai? ’

-Chi, Harry Potter? Ahahaha-

‘ Ti prego, Christopher… l’autore de Il Tomo.

Ricorda che all’inizio il mio manoscritto fu rifiutato. Non essere precipitoso, non illuderlo ’

 

Guardando al polso il suo Roger Smith

-Non preoccuparti per lui. Ho un volo per Varsavia tra meno di un’ora-

Nella stanza con l’oro alle pareti e i lampadari di cristallo Samaèl  indugiava in uno stato di confusione, dalla cornice scrutava nell’ombra un Nahum

 

La vettura a nolo percorreva la statale poco trafficata. Alla guida sotto un cielo plumbeo, un uomo. All’estremità del braccio fuori dal finestrino l’orologio da polso in stile inglese pareva scandire il tempo al Palazzo sull’Acqua.

Intorno al chilometro 13 rallentò bruscamente. Lungo il corso d’acqua Christopher avrebbe giurato di aver visto qualcosa. La strada era ad appena due corsie, così mise gli indicatori di posizione e si incamminò. Sulla sponda c’era un cigno nero agonizzante con un’ala recisa.

Lo guardava.

Christopher non riusciva a distogliere lo sguardo.

Aveva i brividi.

Pensò che proprio lì in Reprobi Angelus il povero Edgar aveva incontrato il  fantasma di Adamantina, e nel quinto capitolo Samaèl a Benedetta appariva come un cigno ferito.

Trasalì.

Le fronde dei salici piangenti ora sembravano urlare VERITAS…  

fitte come la notte.

IN PICTA VERITAS

…impenetrabili come pareti.

Il cigno prese le sembianze di un dipinto. Roteava come impazzito.

-Pietate… Angelus, propinquus es!?

...mio Dio, ma che ho detto?-

Quando si fermò, Christopher con la testa ancora tra le braccia riuscì a vedere il ritratto del Portatore della luce, la Stella del mattino; e udì una voce impastata, come catrame

 

<Reprobi angelus non est hic! Samaèl non verrà…

Da secoli non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto.

Da quel cottage di Hogsmeade hai portato con te fin qui tutta la tua avidità.

Mi ha sempre divertito rappresentare degli esseri che respirano, sentono, amano e soffrono. E cadono come tessere di un domino>

Sul sedile dell’automobile il tempo era scandito da piccoli ingranaggi.

{in tomo avaritiae}

 

              -----i riferimenti al mondo di Harry Potter sono liberamente tratti dalla biografia della sua autrice J.K. Rowling e a Christopher Little, l’agente letterario a cui si deve la scoperta della scrittrice     

la demonologia attribuisce al  nahum (Colui che induce avidità) la capacità di provocare confusione nella mente di coloro i quali gli si oppongono   

    Alcune delle parole pronunciate da Lucifero sono ispirate a una citazione   di Edvard Munch-----



liber primus

 

samael.jpg

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Dominique Noir  

Questo autore ha pubblicato 17 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Il mondo è ignorante,

io sono ignorante.

C’è poca professionalità

è questa la realtà

Ma arriverà una malattia

la chiameranno Ignoranza-fobia

L’hanno annunciata al

Telegiornale  la gente è spaventata

non sa cosa fare.

Hanno chiamato un professore

specializzato in questo malore.

Ha spiegato che c’è una cura

si trova nella lettura.

La materia non importa

l’importante è una svolta

che porti la gente

a pensar diversamente.

Ma nessuno ha voglia

di aprire un libro qualsivoglia.

Per evitare la pandemia

hanno incaricato la polizia

di controllare quanti libri uno possiede

e se interrogato se ne avvede.


1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Giovanni Ciani  

Questo autore ha pubblicato 49 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Caput quinque

Le  dieci  stanze

 

 

 

(voce narrante)

Nonna mi raccontava che la pioggia sono le lacrime degli angeli

          “Aliquam tempor ante…”   

Qualche tempo prima…

Avevano da poco lasciato il Palazzo sull’Acqua, ammutolite e incredule. Lobella desiderava solo le braccia di Dozorca, del buon vino e le chiacchiere tra amiche al crepitio del fuoco.

Benedetta fluttuava.

Nessuna delle due fino a quel momento si era accorta che la ragazzina era rimasta indietro.

<Benedetta, mio Dio… mia figlia…>

-Mamma calmati, a sinistra dietro di voi sulla panchina-

<Perché hai quel libro…>

-Ascoltate: la prima, la Stanza della Tristezza cola tanta fuliggine dai muri quanto sono cupi i pensieri di chi cercherà di attraversarla… non ce la farà mai. Quell’uomo ha il cuore in frantumi-

Benedetta sentì come il calore di una luce accanto a lei

<<Dai a me il libro, tu e Lobella tornate alla locanda. Vi raggiungeremo lì io e Samaèl.

E… vi voglio bene. Andate…>> 

-Benedetta…-

<Amica mia, non farlo…>

Benedetta era già oltre la Casa Bianca, oltre lo sguardo smarrito delle compagne. Oltre quanto di più inconcreto potessero concepire.

Il tomo le indolenziva le braccia ad ogni passo, come se le pagine aumentassero. Quando entrò, le pareti sudavano catrame.

Samaèl ne era immerso fino al costato.

Agli occhi di Benedetta appariva come un cigno ferito. Era inginocchiato, e piangeva caligine.

<<Angioletto, su alzati… mi devi delle spiegazioni>> Benedetta cercò di scuoterlo.

 

 “Più di qualcuna… visto che sei qui.

Risponderò alle tue domande. Tuo figlio aveva solo bisogno di sostegno finanziario, l’appoggio della sua splendida madre farà il resto.

Ora mi chiederai come facessi a perorare lui e ad essere alla locanda a vegliare su di te…”

 (voce narrante)

Una digressione a questo punto è d’obbligo.

Prima inzupperò il croissant nel caffè, cercando di guardare oltre la penna. 

“Quando trovai Lucifero, non voleva sentire ragioni. Il suo disegno era ormai avviato, e io non ero che un ostacolo da rimuovere. Il mio ardimento non bastò.

E mi uccise”

<<Senti questa, ora mi dirai… mio Dio…>>

“Se vengo ferito a morte, da me si manifestano altri due angeli. E muta così parte della storia.

Il vecchio della locanda mi ospitò con Adamantina, ci aiutò ad avere una vita normale. Ma una sera ci sentì parlare e lo scoprì, fu troppo per lui. Mi cacciò, continuando però ad occuparsi di lei”

Benedetta si stupì di avergli preso la mano

<<Ripensa a quei giorni felici, e varchiamo questa porta. Non ti permetterò di morire ancora>>

(voce narrante)

Sorvolerò sulle successive stanze, almeno per ora… Avidità, Onnipotenza e Vanagloria, Insaziabilità e Gelosia. E Immobilismo.

Comportamenti non perpetrati dalla creatura il cui indice asciutto pareva ora indicare l’uscio dirimpetto a un grosso quadro ottocentesco.

 

 

<<Nel dipinto… tu con lui, il demonio?!  Sei espressivo… non preoccuparti, nel tomo si dice che l’ottava stanza è l’Ingordigia:  L’uomo è ciò che mangia …

non badarci, quando sono impaurita dico cose sciocche>>

 

Benedetta iniziava a provare una forte dolenza alla schiena, come se potesse sentire la sofferenza di Samaèl per la lacerazione; e al contempo gaudio per la riuscita.

 

<<La nona stanza, l’Iracondia>>

 

Un enorme portone ne impediva il passaggio.

“Entrerò da solo. Ciò che vedrò potrebbe metterti in pericolo…”

<<Demoni, spiritelli e folletti non saranno peggio di ciò che abbiamo attraversato fino ad ora>>

“…in pericolo da me”

Questa volta tacque. Pensò al figlio, e tacque.

Samaèl appoggiò la mano all’antico portone che si spalancò. Varcò la soglia.

Quel che accadde cominciò a scriversi nel tomo.

Un varco si spalancò nel pavimento, così profondo che appoggiando l’orecchio Samaèl al suo interno poteva sentire non una voce umana gridare dal dolore, ma le urla dei dannati. Si sentì stringere dentro. Avrebbe voluto fare qualcosa, ma lo trascinò via il pianto di un bambino appena nato.

Giaceva a terra da solo sulla soglia.

Così lo prese e lo strinse a sé, ma l’essere vampirico tornò alla sua vera forma… se una voce calda non avesse distolto il Tiyanak, la testa di Samaèl avrebbe misurato la profondità della voragine

 <<Ti voglio bene angioletto>>

 

Benedetta non poteva credere che esistesse tanta malvagità, ma stando all’inchiostro lui era vivo.

Mancava davvero poco. Un’ultima stanza.

Nel libro era chiamata Locus. La Stanza dove tutto cessa di esistere, e dove esiste ogni cosa. Dove la paura diviene inquietudine, e la follia indossa le vesti del senno.

Quando lo raggiunse, la pioggia dai suoi occhi pareva volesse ingannarlo… sembrava solo acqua ed invece era ricordo: Adamantina gli stava morendo tra le braccia.

Avrebbe voluto chiamarlo, Benedetta.

Dirgli… Samaèl non è reale, ma sembrava così tanto lo fosse.

 “L’ho lasciata andare nell’avvoltolare ingiallito di una foglia. L’ho lasciata andare in equilibrio su una lacrima, inafferrabile come un bacio che dalla bocca scivola sulle pagine sfogliate dal vento”

<<Samaèl…>>

“Non temere se piove… piove sempre quando qualcuno ti manca.

E’ ora di andare”

(voce narrante)

Giurerei di aver udito i bucaneve alla finestra mormorare di un essere privo di un’ala genuflesso a un sole morente.

          Samaèl chiuse gli occhi… il cippo era al suo posto, e lo scavo fatto. Accarezzò i cenci della veste vermiglia, e si sdraiò accanto al
          suo unico amore. E sentì il calore di una luce accanto a loro  ‘Aspetta Morte, lascia che abbracci ancora una volta questo mio
          figlio’   una figura di luce in una postura innaturale, la testa tra le braccia pesava sul cippo.  

…gli angeli sono come gli scrittori, incapaci di lasciarsi amare…

Entrambi però predisposti ad amare fino a far sanguinare il cuore…

Un bisbiglio dalle pagine del tomo.

  

Un uomo sotto un cappello plumbeo come il cielo su una Volga nera a fari spenti nella sera percorreva la statale poco trafficata.

Alla locanda Della Cannella, nell’angolo rischiarato dalla finestra

<<Ciao Adamantina, mi chiamo Benedetta.

Io so chi sei… me l’ha detto un angelo>> sorrise

<<Il suo cuore deve trovare la strada… Un giorno, ne sono sicura, farà ritorno a casa>>

 

 (voce narrante)

Riposi al suo posto il tomo.

Il caffè era diventato freddo, come l’aria che arrivava dalla statale deserta oltre la landa. Aveva iniziato a piovere sui bucaneve alla finestra.

Sullo scrittoio pochi versi con l’incertezza dell’autunno, macchiati di miele che non mi ero accorto di avere scritto.

Guardai la sedia nell’angolo, e poi ancora la pioggia.

E forse pensai che in notti come questa Dio diventa poeta.

{in tomo ira, somnia et nihil }   

       -----Benedetta a un certo punto cita il filosofo tedesco

                                              Ludwig Andreas Feuerbach


liber primus

samael.jpg

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Dominique Noir  

Questo autore ha pubblicato 17 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Errata corrige

Samaèl, il  concepimento

 

 

 

 

Avevo dovuto lasciare Adamantina asciugarsi le lacrime con un fazzoletto profumato di miele tra le pagine del manoscritto per rimettere a letto il più piccolo dei miei figli.

Uscendo dalla stanza dopo aver tergiversato alla sua domanda, sapevo non sarei tornato supino accanto a mia moglie

<<Papà… gli angeli sono tutti buoni?>>

Ora dormiva. Era stato solo un incubo, ma avevo dovuto  asciugargli sulla fronte e dalla nuca il sudore. Un fazzoletto di lino finissimo sul comodino aveva fatto al caso mio.

Sorrisi, un amico poeta romano l’avrebbe chiamato sudario.

Raggiunsi lo scrittoio dopo essere passato dalla cucina, dove un vasetto di miele restato aperto copriva quasi l’odore del caffè.

Qualcuno l’aveva preferito a un croissant.

Meglio così, pensai, anche questo farà al caso mio.

Accanto allo scrittoio da anni mi fa da tavolino una pila di libri, ma quella notte nel tomo che funge da base dovevo cercare qualcosa. 

Dunque, angeli caduti…

Samaèl…

ecco qui, buono e nel contempo crudele; patrono dell’Impero Romano.

Sorrisi di nuovo, ripensando ancora al poeta vivaista.

Nella sua serra mi disse una volta di coltivare la lobelia… bene, uno dei personaggi lo chiamerò Lobella.

E’ nato pressappoco così  Reprobi Angelus, davanti alla finestra che invitava l’aria pungente a schiaffeggiarmi il viso mentre un profumo di cannella e zenzero mi consegnava ad un rapido oblio davanti a questa landa pallida e desolata. Quasi a spolverare i miei pensieri.

Ma come sempre c’è dell’altro, che ovviamente non vi svelerò.

Non subito.

Scrivere il finale di una storia è importante quanto scriverne l'inizio: se l'incipit ha la funzione di attirare subito il lettore, il finale ha la complicata missione di non fargli dimenticare l'intero svolgimento, anzi, di farglielo amare almeno un po’.

Così scelsi un finale circolare, tipico peraltro dei racconti noir.

Ma una volta scritto mi accorsi nel terzo capitolo, o come direbbe la ragazzina che conosce il latino  Tertio capitulo, di un refuso…

Avevo fatto in tempo solo a chiudere la finestra in modo da non sentire troppo freddo, che la marmellata che era come se sapesse di miele mi si mise di traverso e per poco non mi strozzò.

“Ma non è stato un refuso”

Avevo i brividi.

Si sedette all’angolo davanti alla finestra.

Trasalii.

<Chi sei!? Tu…>

“Non lo farai. Non cercherai di ingannare il lettore. Sei modesto.

La modestia  non ti fa neppure chiamare romanzo quello che stai scrivendo.

Ma non l’hai fatto… ingannarlo intendo. Almeno non consapevolmente”

<Tu… chi sei tu!?>

“Se avessi continuato a leggere nel tomo, sapresti che se mi accoglie la morte… due me stesso torneranno in vita privati di qualcosa.

E tutto ricomincia. Ciò che finisce nasconde un nuovo inizio”

<…così saresti potuto essere sia alla locanda che dal figlio di Benedetta nonostante l’ala recisa. Tutto fila>

“Già, e Benedetta...

Svelerai al lettore l’importanza di Benedetta?

E ti risponderò a una domanda che stai per porti… non puoi farmi tornare da Adamantina”

<Tu rinasci…>

 “Sì amico mio, ma senza cuore. Hai fatto in modo che lo donassi a lei.

Non potrei amarla…”

… Quando uno scrittore soffre, tra la bellezza dei suoi petali il bucaneve rammenta di celare tutto il dispiacere e il dolore che incarna…

<Troverò un modo, sono pur sempre io l’autore.

Aspetta, come è possibile che io stia qui a parlare con te che non esisti se non nella mia penna…>

“Mi piace osservarti, sai?

L’altra sera ti guardavo con l’altro tuo figlio.

Tu allo scrittoio, lui che suonava la tromba.

Mi avete ricordato quella canzone dove Adelmo suona la chitarra seduto davanti al fuoco con Guccini…”

Un soffio caldo pervase la stanza.

La sua voce provata, quasi confortevole nell’ombra

“…ma quanti ratti mordono il nostro cammino”

E si diradò come la nebbia che ora avvolgeva la landa ondeggiando appena, come un fazzoletto.

Sul cappotto sopra la sedia nell’angolo, e sui bucaneve alla finestra.

Se solo si potessero barattare assortimenti di errori smessi

e anche di quelli freschi

che abbiano un qualche valore

con righi di scrittura, forse si potrebbe proseguire con le proprie storie.

Storie

di anime come clessidre del tempo che sappiano fluire a ritroso,

chiamare le ore spasmi.

Sentite la grafite sopra l'anima

ora perdere di peso

nei sentieri del quotidiano, assenti di parole   

 

 

 

 

liber primus

samael.jpg

 

 

 

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Dominique Noir  

Questo autore ha pubblicato 17 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Postremo capitulum (aut quartum)

Le  ore  si  posano  lente  come  fa  la  neve

 

 

 

 

In un tailleur corvino e occhiaie in tinta con i pensieri, Lobella in compagnia del suo chignon attendeva ansiosa l’amica.

Color delle candele. I brividi crescevano semplici e discreti lungo il  suo stelo esile. Cominciava a sentirsi come i bucaneve tra le dita affusolate della strega d’inverno.

Ne percepiva i sospiri.

<<Sto per andare a palazzo con Eva Kant?>> Benedetta,  non l’aveva vista arrivare

<<Perdonami, quando sono nervosa dico cose sciocche… Possiamo andare>>

<E tu che ci fai qui!?> visibilmente inquieta Lobella, alla figlia in tuta ginnica scura.

Con due occhioni sagaci, da sotto la cuffia  -Vengo con voi…-

<Niente affatto!>

<<Aspetta amica mia…>>

<No Benedetta, non voglio corra pericoli…>

<<Lo capisco, ma è l’unica che conosce il latino. E ho come l’impressione che ci sarà bisogno di lei>>

-Dai mamma, mettiamo fine insieme a questa storia-

<Però mi darai ascolto. Promettilo…>

-Etiam-  con un pizzico di malizia  -ora incamminiamoci-

Una fitta coltre di nebbia stava colando su Parco Lazienki.

Il Palazzo sull’Acqua era là.

…i bucaneve necessitano di egual cure dell'abbandono.

Non così la notte… 

Come un bisbiglio.

All’ingresso una Volga nera sembrava osservarle.

…Capita che l’alba necessiti di prendersi una pausa

e capita che sia solo bianca. Come le ali di qualche angelo…

Ebbero come la sensazione che la vettura bisbigliasse.

Trasalìrono quasi.

-Entriamo…  stiamo vicine-  cercando di farsi coraggio la giovane Arnica, il cui nome come quello della madre ricordava per tenacia l’omonima pianta.

I lampadari di cristallo, l’oro alle pareti… ma un  grosso tomo le catturò l’attenzione. Cominciò a strofinarsi la cuffia come a cercare nella memoria

-Reprobi angelus in locus tristitiae.

Ora guarderò le incisioni in acquaforte. Il diavolo è nei dettagli…-

“…ma anche nell’ultimo gradino delle scale. Quello che non esiste” una voce provata, quasi confortevole dall’ombra.

E poi da sotto un cappello plumbeo “Questa è la prima, brava ragazzina, la stanza della tristezza. Non è posto per voi”

<Io non credo al diavolo…> Lobella come avvinta da quel tono, lo stesso che nelle ultime notti le aveva tolto il respiro prima di addormentarsi.

“Peccato. Perché lui crede in te”

<Ma tu…> non doveva chiederlo, ma voleva sapere <…sei un angelo caduto?>.

 

 “No!”  la voce ora si era indurita.

 

I muscoli tesi lasciavano percepire non rabbia, sofferenza.

Dallo squarcio nella camicia una sola magnifica ala nera

“Ero un angelo. Gli angeli neri spazzolano le nuvole per donare la carezza della pioggia ai raccolti”

-Quanti sono gli angeli?-  la ragazzina fino a quel momento ammutolita.

 “Quanti lui lascia che vivano”

<Dio?!> Lobella indietreggiò, le era sfuggito.

“Dio...  Dio guarda le cose dall’abito talare dei suoi uomini di chiesa.

Lui e Mefistofele erano come fratelli, e il mondo conosceva solo la pace.

Ma Mefistofele aveva un figlio. Per Lucifero l’umanità erano tessere di un domino da incoraggiare, per poi veder cadere.

Dio lo cacciò e l’amico di sempre, pur riconoscendo la giusta causa, consumato dal dolore decise di far conoscere al mondo la crudeltà delle guerre”

<E tu? > ancora Lobella, spinta dalla curiosità.

“Fui mandato nel mondo per parlare a Lucifero. Si nascondeva fuori Varsavia. Incontrai un uomo che di quel paesino conosceva il decoro, e i segreti.

Ospitava nella sua locanda una giovane donna.

I suoi capelli erano i fili con cui la notte tesse il cielo”

…e cieli diversi sulla stessa volta giacciono come macchie dello stesso pennello sulla tela…

Ancora quel bisbiglio.

 “I tuoi me li ricordano Lobella.

Ci innamorammo. Adamantina fu l’occasione per Mefistofele di esigere da Dio una punizione esemplare, al pari di quella inferta al figlio.

E Dio lasciò che mi recidesse un’ala.

Ma a Lucifero non bastava…”  cadde in ginocchio  “…e la uccise”

<Adamantina, che bel nome… come il colore tra lo scarlatto e il vermiglio> un po’ a disagio, Lobella.

-O come il cuore del cristallo, l’adamas-  senza togliere lo sguardo dal tomo, Arnica  -di grande purezza e forza –

<<Voglio aiutarti…>> Benedetta, commossa.

“L’hai già fatto, lasciando che tuo marito trovasse come lenire il suo dolore.

Zelo porterà da Adamantina il cippo di frassino.

Ora dovete andare. Se riuscirò ad attraversare le dieci stanze di questo palazzo, mi sarà dato di vederla un’ultima volta”

<Cosa ti aspetta?> 

“Il manto della neve dà mitezza… sotto il picco; come l'indulgenza di chi ha curvato il dorso. Li accomuna l'asperità del declivio.

Lobella, mie signore… un giorno ci sarà bisogno di una di voi, e quel giorno colei dovrà essere viva. Andate.  Adesso!”  Le ore si erano posate lente come fa la neve. Con l’ala a brandelli ma le anime ricongiunte, Samaèl  chiuse un attimo gli occhi… il cippo era al suo posto, e lo scavo fatto. Accarezzò i cenci della veste vermiglia, e si sdraiò accanto a lei. Poi si guardò l’avambraccio. Il fedele ratto capì che il momento era giunto. Due lacrime gli scendevano lungo il braccio  “Amico mio…” Iniziò a rosicchiargli il petto, e il cuore di un angelo fece ritorno a casa. …

Un profumo di cannella e zenzero accarezzò il vetro anteriore dell’autoarticolato amaranto che percorreva la statale oramai da una buona mezz’ora, costretto alla deviazione da un incidente nel quale al ragazzotto alla guida parve fosse coinvolta sola una Volga nera. Forse un prete e una suora, spauriti ma fortunatamente per loro illesi.

Procedeva quasi a passo d’uomo da un po’ cercando di immaginare il volto del padre appena gli avrebbe mostrato il nuovo trattore Fiat che stava per regalargli, quando sul bordo della strada gli sembrò di scorgere una figura vermiglia, e frenò bruscamente.

Il tir aveva appena smesso di ancheggiare, che si sentì ringraziare

«Vado solo poco più avanti... c’è una locanda. Mi chiamo Adamantina, e tu? »

‘Edgard ’  in uno spiffero di voce.

Scesero entrambi. All’omone giulivo di centottanta chili caffè macchiato caldo e croissant parvero tutto ciò che potesse desiderare.

Si sedettero all’angolo rischiarato dalla finestra.

«Non capisco, il mio Samaèl aveva detto che si sarebbe fatto trovare al tavolo dirimpetto alla finestra. Arriverà…» e sorrise.

Un topino intanto le era salito sulla mano… capì in quell’istante che per lei aveva dato la sua vita.

Del tramonto ne fanno qualcosa che tutti si fermano a guardare, due occhi innamorati.

Di questo dovrebbe essere sparso il mondo.

Asciugò due sole lacrime con un fazzoletto candido da cui si poteva sentire il miele.

 

 

 

 

 

 

 

in calce

Il lettore  risulterà  plausibilmente  confuso…

Sul manoscritto  inspiegabilmente  abrasa la  firma  dell’autore  

“…confusio  in mente  est  ordo  in  anima”

-  “…la confusione nella mente è ordine dentro l’anima”, le ultime parole di Samaèl

                -----Benedetta verso l’inizio cita Eva Kant, personaggio femminile     

   

             del fumetto Diabolik creato dalle sorelle Giussani

liber primus

samael.jpg

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Dominique Noir  

Questo autore ha pubblicato 17 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Tertio capitulo

Samaèl  forse  vi  guarda  dormire

 

 

 

 

I giorni che seguirono furono confusi, indistinti. Un continuo andirivieni di auto e genti alla locanda Della Cannella per commemorare quella vecchia macchietta che del paese conosceva il decoro. E i segreti.

Benedetta, rovinata nella più scorata malinconia per il lutto e la passività del marito, desiderava solo muoversi di nuovo liberamente.

Si sentiva egotista.

Il marito passava le giornate in bottega ad evadere gli ordini. Diceva di essere onusto dal lavoro. E le notti nel capanno retrostante la locanda a far chissà che.

<Andrà meglio Benedetta, qualunque cosa ora tu faccia non lo farà stare meglio… Se abbandonassimo tutti l’idea di credere nel diavolo, forse le brave persone smetterebbero di morire> Lobella guardava nel cappuccino sperando di ritrovarci forse il sorriso dell’amica.

E cercando di togliersi dalla testa quei pensieri sulla presunta somiglianza tra il forestiero e l’impenetrabile uomo del dipinto. 

<A proposito del forestiero… Ho incontrato tuo marito dal fornaio e mi ha raccontato che quell’uomo gli ha commissionato un cippo di frassino senza epitaffio per questo venerdì.

Ma non ti disse di essere un rappresentante di melata?>.

<<Credo di sì, non ricordo… Scusami cara>> Benedetta sparì dietro la porta della cucina.

Dopo una lunga telefonata col figlio da Edimburgo, che solitamente le metteva il sorriso, ritornò al bancone quanto mai angustiata. Ciò che le aveva detto, le parole le sentiva scorrere dentro il sangue come veleno… le vedeva quasi. 

<<Lobella, cara… vieni con me. Perdonami Dozorca… vi ho interrotti. Te la riporto fra pochi istanti>>.

 

Le due donne accompagnate dallo sguardo imperitoso del marito di Lobella, scomparvero.

 

<<Lobella, ho sentito mio figlio…>>.

 

<Sta bene? Come va l’insegnamento?>.

 

<<E’ questo il punto. Da qualche giorno pensava di tornare, era quasi rassegnato a rinunciare al suo sogno.

Pochi minuti fa mi ha detto che ora è entusiasta.

Appena ieri un uomo si è proposto di sovvenzionare il suo corso sulle decorazioni miniate; un uomo con un ratto tatuato sull’avambraccio, un certo Samaèl Propinquus…

Solo ieri. Ieri, Lobella… quando è arrivato mi ha detto che non ama volare, che viaggia sempre in automobile. Da qui a Edimburgo ci vanno almeno 25 ore!

Ma se ieri sera il forestiero ha cenato qui alla  locanda, e adesso sta seduto in quel lato con un caffè!?! >>.

 

Guardando la sedia ormai vuota rivolta al focolare << Delirava il vecchio Gavri’el quella notte, pispigliava

Lungo il fiume illuminato da luce dorata, il suo viso sovrapposto alla luna rubiconda fece sì che angeli vaganti scambiassero un ciglio suo per un monte a cratere dove lava scendeva nel suo calmo lucido delirio.

Pensava con tutta la forza dei polsi stretti a bracciali di onice muschiata come i suoi occhi.

Il temporale era lì fermo nella sua mente.

Immerse il viso nel fiume per lasciare che lacrime dannate fluissero per fuggire al mare e placare l'animo dopo la tormenta>>.

<Dio mio, Benedetta… ma cosa dici!? Ho paura. Per mio marito e mia figlia.

E’ strano, ma per me non riesco ad averne. Mi sembra di conoscere quest’uomo. Di conoscerlo bene. Lo sento dentro di me, come se ci fosse sempre stato… Dobbiamo andare al Palazzo sull’Acqua. Quel quadro, io… devo vederlo>.

-Benedetta…

Ciao Lobella -l’artigiano in uno stato di vistosa euforia

-Devo dirvelo, è incredibile… fantastico, tesoro.

Quel forestiero… è venuto in bottega. Devo fargli un cippo in tutta fretta-.

<<Lo so, caro… devi dirgli che non puoi>>.

-Che farfugli, moglie. Mi avrebbe pagato 600 zloty!

Prima non voleva l’epitaffio, ora ha aggiunto altri 66 zloty perché vi intagli, sentite che scritta insolita…

Il destino fila lo stame della vita, inflessibile-

Il rumore prodotto dai cuori di Benedetta e Lobella era molto simile a quello dei topi che scavano in soffitta, cercando di farsi strada dove non dovrebbero.

Decisero che l’indomani la locanda avrebbe rispettato il giorno di chiusura dopo tanti anni, e avrebbero dipanato il mistero.

Si sarebbero avventurare alla volta del Palazzo.

Quella notte Dozorca si sentiva come ogni notte il custode del proprio angelo, la sua Lobella.

Lei fingeva di dormire al suo fianco, ma qualcuno era come se conversasse con la sua anima… come se vegliasse su di lei.

Quella tiritera nella testa… 

 

il destino / inflessibile / recide / lo stame

Quell’ansia.

Nella stanza a pigione sovrastante trasformata in studiolo d’arterìa , i pensieri da un manoscritto tenuto da dita asciutte divenivano opprimenti fin a gravare sul massetto di resina al legno del pavimento

In quella sola circostanza
percepì come un pungolo,
cadendo
l’angelo.

Tracimando dagli abissi
della terra il suolo, un diavolo
sentì un insolito piacere
nella fratta all’odor di sandalo

come un calpestio costante, strascicato. Quel tedio la indusse ad alzarsi.

        -----le parole di Benedetta verso la fine sono della poesia   

           “Delirio” dell’autrice e amica Anna Cenni



liber primus

samael.jpg

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Dominique Noir  

Questo autore ha pubblicato 17 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Secundo capite

Samaèl  Propinquus  e  il  Palazzo  sull’Acqua

 

 

 

 

Quel sogno ricorrente lo perseguitava quasi ogni notte, e l’ansia…

per un ragazzotto che percorreva a piedi la statale con una fitta coltre di nebbia. Campi e solo campi di zenzero, il profumo di cannella. E continuava a vedere in sogno un cippo, e il chilometro 13.

In una postura innaturale, la testa incanutita tra le braccia pesava sulla ruota del vecchio trattore.

Dopo mesi di silenzio non era più tempo di congetture per il veglio rimasto solo, c’era la semina dello zenzero.

Ma oggi il portalettere si era spinto fin là.

Il manicomio statale lo informava di avere in degenza tale Edgar… come poteva essere il suo ragazzo?!

Avevano avuto divergenze sul lavoro dei campi, ma era un bravo figliolo. Giudizioso e instancabile. Sempre via con quel grosso camion.

Solo un po’ cocciuto… gli avrebbe comperato uno di quei nuovi trattori. Un FiatAgri forse…

 

 

Al di là del Parco Lazienki una Volga nera a fari spenti nella sera percorreva la statale poco trafficata, dal portabagagli posteriore su una borsa da viaggio in saffiano noir  un'ocarina suonava in mano a un'ombra .

Alla guida sotto il cappello plumbeo come il cielo, un uomo.

All’estremità del braccio fuori dal finestrino, l’indice asciutto pareva indicare il Palazzo sull’Acqua all’interno del parco, e canticchiava

 

Regge il fio dei giorni / per la tela tra le dita. / Pone sulla rocca il pennacchio, / filatrice della vita. / Uno due e tre Moire / Cloto non la puoi sentire”

 

Intorno al chilometro 13 rallentò bruscamente

 

“Avresti dovuto lasciare che continuassi a pettinarle i capelli… l’oro alle pareti e i lampadari di cristallo sarebbero stati tutti per te.

Che tu sia dannato!”.

 

 

Quando la porta si aprì, alla locanda Della Cannella qui dal nome impronunciabile  zajazd  Cynamonowy,  la proprietaria dal chiaro accento italiano, forse casentina, accolse il forestiero invitandolo a sedersi accanto al caminetto e a rifocillarsi con una zuppa calda. A pochi passi da lei, sulla sedia rivolta al focolare,  un anziano si destò come da un incubo.

Gli occhi sgomenti, iniziò a balbettare

 

‘Avvolgendo al fuso il filo / dispensa la morte. / Per la tela tra le dita, / fissatrice della sorte…’

 

Nel mentre, infilò l’uscio un artigiano

 

-Non vedevo l’ora di rientrare…- una sola calla bianca e un tenero bacio sulla fronte alla bionda locandiera che annuì.

 

‘…uno due e tre Parche / Lachesi non la puoi capire’, tra la dentatura approssimata.

 

-Smettila vecchio, spaventi i clienti con la tua Filastrocca delle Ombre torbide- con un tono ora austero, l’artiere.

 

Lei cercò di calmarlo, e insieme lo accompagnarono a letto.

La donna tornò subito per scusarsi con l’ospite, offrendogli la cena.

Quello chiese una camera per qualche notte, e si accomiatò.

 

Il mattino seguente l’anziano non si vide.

L’artigiano era uscito di buon ora, e il pernottante chiese un caffè macchiato caldo e un croissant alla marmellata.

 

La locandiera, badando a non farsi notare, lo guardava negli occhi… non ci vedeva l’anima.

E’ solo un detto pensò, e sorrise.

 

Quel giorno per l’ora di pranzo arrivarono un guardiano del Palazzo sull’Acqua con la moglie, una romanziera. Clienti di vecchia data. Lei chiese del suocero alla locandiera, e la donna rispose che nella nottata aveva avuto un febbrone.

In serata si aggiunse alla compagnia anche l’artigiano, e davanti alle caldarroste e al buon vino le chiacchiere riscaldavano l’aria Della Cannella al crepitio del fuoco.

Da sotto il cappello l’uomo osservava la romanziera.

Gli occhi scuri come due ombre gli ricordavano qualcuno del passato, e gli cagionavano uno strano interesse quei capelli lunghi e scuri.

La donna si accorse di lui, e gli si avvicinò per invitarlo a unirsi alla combriccola

 

<Venga a bere con noi, io mi chiamo Lobella come il fiore, sa?!  E lei, qual è il suo nome?>.

 

Esitò.  Il dito asciutto girava intorno al tovagliolo

 

“La ringrazio, ma preferisco di no. Domani ho molto da fare” e andando via arrotolò le maniche della camicia palesemente ansioso.

 

Lobella avrebbe giurato di aver capito  Domani abbiamo molto da fare, e che il ratto tatuato sull’avambraccio si fosse mosso… ma pensò certamente di aver frainteso per via della stanchezza per il viaggio.

Mentre si diceva che nessuno si tatuerebbe un topo… dalla porta ecco entrare la figlia adolescente col fidanzato. Le due si misero ad ancheggiare in una danza che più che a un ballo somigliava al colmare d’affetto una troppo prolungata assenza.  

Spensierate e gaie iniziarono a raccontarsi degli ultimi mesi, finché il padre non reclamò un caldo abbraccio.

Il giovane sedette con gli uomini a bere, la ragazza invece si intrattenne a lungo con la locandiera. Non si vedevano da tempo, e Benedetta voleva sapere tutto degli studi e dell’amore.

Lobella cercò di non disturbarle, ma qualcosa la induceva a porsi domande sull’insolito comportamento dell’unico altro cliente della locanda. Non era semplice curiosità la sua, ma che altro allora!?

 

<Benedetta… tesoro, scusate.  Benedetta, che puoi dirmi dell’uomo che alloggia qui? Come si è registrato? Da dove viene?> pareva scossa.

<Che ne pensate?  …credo di averlo già visto, non so dove. Parlandogli mi ha dato come l’impressione che desse importanza unicamente al tovagliolo che cercava di nascondere>.

 

Benedetta sobbalzò

 

-Sento parlare di nuovo di un tovagliolo, come la volta del camionista… un forestiero allora me ne rovinò uno.

Lo prese la Policja, ma lo fotografai col telefono per farmelo ripagare se fosse mai tornato. Ecco, guardate-

 

La figlia di Lobella

 

<<Io so di che si tratta, è latino… PICTA  significa quadro>>.

 

A Lobella sovvenne qualcosa.  Impietrì.

 

<Ricordate quando andammo tutti insieme a visitare Parco Lazienki… stavano ristrutturando il Palazzo sull’Acqua, e avevano spostato le opere nella Casa Bianca.

Lì vedemmo un quadro ottocentesco…>.

 

<<Calmati mamma, mi spaventi…>>.

 

-Lobella, amica mia…- cercò di sfiorarle il braccio Benedetta, per tranquillizzarla.

 

Gli occhi sgranati tra i capelli scuri

 

<…l’avambraccio. Nel quadro l’angelo di Lucifero sembrava ridere dei ratti che gli rosicavano le carni…>.

 

-Lobella, cara…- la locandiera visibilmente preoccupata.

 

<E dimmi, che nome ti ha dato quando è arrivato…>.

 

-Vediamo.  Samaèl… aspetta, Samaèl Propinquus.

Pare una qualche lingua antica…-

 

<<So anche questo…>> la ragazza tentennando <<…anche questo è latino, vuol dire: vicino…>>.

 

Un urlo inumano fece correre le tre donne e i commensali al piano rialzato dove vi era la stanza dell’anziano ammalato

 

«Padre…» l’artigiano, in ansia.

 

 -E’ tornata la febbre?- chiese angustiata Benedetta.

 

 

 ‘Taglia con le forbici / quando giunge il momento / di arrestare la vita. / La tela si scinge al vento. /Uno  due e tre Esperidi / Atropo decide quando morire’

 

 

Un colpo di tosse.  E spirò.

 

 

Il  mezzadro di quasi centennale ammirazione per il Poe seguitava a leggere a fatica dietro le piccole lenti, dall'unica maggese una cornacchia sembrava osservarlo.

 

| Dimetteremo il paziente tra qualche giorno, auspichiamo possa venire un familiare così da chiarire il senso delle sole parole che il ragazzo non smette di ripetere dal suo arrivo |

 

La lettera accarezzò l'aria ora pungente in un inatteso gracchio che fece ritorno all'uomo di paglia

 

| .. l’angelo si reggeva su un ginocchio con la schiena ferita,

sangue e piume il demonio stringeva tra le dita...

Come le statuette aptere sulla madia

in ginocchio a casa di zia Basia |

 

 

 

 

liber primus

samael.jpg

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Dominique Noir  

Questo autore ha pubblicato 17 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Caput primum

Il cippo fuori Varsavia e la comparsa di  Samaèl  Propinquus

 

 

 

 

Con l’alba di un altro due di novembre una fitta coltre di nebbia investì il vetro anteriore dell’autoarticolato amaranto che percorreva la statale oramai da una buona mezz’ora, costretto alla deviazione da un incidente nel quale al ragazzotto alla guida parve fosse coinvolta sola una Volga nera.

Forse un prete, o ciò che ne restava pace all’anima sua, alla guida.

Ma avrebbe giurato di aver visto una suora nel cartoccio del lato passeggero.

 

Allan17 amava il profumo di cannella e zenzero di Varsavia a quelle ore del mattino, ma anche per un omone giulivo di centottanta chili un sudario sul parabrezza era motivo per perdere il sorriso.

Procedeva quasi a passo d’uomo da un po’ con il finestrino abbassato che invitava l’aria pungente a schiaffeggiargli il viso così da rimanere sveglio, quando sul bordo della strada gli parve di scorgere una figura vermiglia.

Pensò a un fantasma, e scoppiò in una risata sonora e prolungata.

Appena il tempo di ricomporsi, e frenò bruscamente.

E se qualcuno avesse avuto bisogno di aiuto in quella landa pallida e desolata… sembravano dire i suoi occhi straniti.

Il tir aveva appena smesso di ancheggiare, che si sentì ringraziare

 

“Vado solo poco più avanti, ma fa tanto freddo stamattina.

Mi chiamo Adamantina come la mia veste, e tu? ” nell’imbarazzo di un sorriso.

 

<Allan17> in uno spiffero di voce.

 

Ma che nome è da dire a una signora, pensò subito.

Edgar non gli era mai piaciuto. Glielo aveva dato suo padre, da sempre appassionato del maestro del giallo psicologico Edgar Allan Poe.

Spolverò il sedile con la mano per lasciarla salire, e vedendosi le dita tozze la spostò subito portandola sulla fronte, come per non farle male.

O quasi a spolverare i suoi pensieri.

Doveva solo guidare in fondo, si disse…

Lei era così strana con l’asciugamano sul capo, vestita leggera per quella stagione. E così stranamente donna per uno come lui.

 

“Scendo qui” timidamente, lei.

 

Dopo così poco…  scritto ancora negli occhi fissi sul vetro, ora delusi.

Aveva fatto a tempo solo a chiudere il finestrino perché lei non sentisse freddo.

 

“Grazie Allan17”, sorrise.

 

E si diradò come la nebbia davanti all’autoarticolato.

Era appena ripartito con ancora quel profumo di miele in cabina, quando si accorse di un fazzoletto candido accanto alla portiera. Doveva esserle caduto scendendo.

Fermò il bestione amaranto. La strada era ad appena due corsie, così mise gli indicatori di posizione e si incamminò.   

La mattina adesso quasi tersa permetteva di vedere a qualche metro, ma non c’era nessuno. Né case. Eppure era scesa lì, ne era sicuro. Era riuscito a vedere solo il cippo del chilometro 13. Solo un camposanto.

Dal fazzoletto che stringeva appena per non rovinarlo, poteva sentire il miele.

Lo stesso profumo lo attirava inspiegabilmente a entrare. Qualcosa come un presentimento lo fece fermare quasi inconsapevolmente. Tra le erbacce si intravedeva una vecchia lapide. Spostò i rovi graffiandosi solo un po’ e lesse… Adamantina.

E una foto sbiadita sotto il muschio. Assomigliava alla sua Adamantina.

Gli cadde il fazzoletto.

Corse quasi, per quanto possa affrettarsi un uomo della sua mole. Tornò al camion e ripartì, rifiutandosi di pensare.

 

Guidava da qualche chilometro quando una locanda con un enorme spiazzo apparve dopo campi e solo campi di zenzero. Gli sembrò la soluzione a tutto: caffè macchiato caldo e croissant erano quanto di più concreto potesse desiderare dopo…

 

<Dopo niente…> si fece animo <non è successo niente>.

 

All’interno un signore elegante e un artigiano chiacchieravano con un prete, e una suora faceva apprezzamenti sulle nuove tazze che una donna dietro il bancone toglieva dalla scatola. Un anziano le dormiva accanto sulla sedia.

Edgar ordinò e si sedette all’angolo davanti alla finestra.

Nel tavolo dirimpetto un uomo alla parvenza, adombrato.

 

Non aveva ancora affondato i denti nella marmellata quando guardò fuori. Trasalì. Nel parcheggio una Volga nera sembrava osservarlo. Cercò di non farci caso e iniziò a sorseggiare il caffè.  E si mise ad ascoltare i discorsi degli avventori.

Parlavano di una donna che voleva mantenere perfetti i suoi capelli anche durante la notte, e della prossima apertura di un acconciatore.

 

<<Proprio lui, pensa che era sua zia…>> diceva uno.

 

-Ma in via Albatros dove lei aveva l’appartamento!?- chiedeva l’altro.

 

<<Sì, sì>> ancora quello <<E’ un peccato però, era una bellissima ragazza. A volte la vedevo qui alla locanda, prendeva sempre un cappuccino. Dicono che una sera cosparse i capelli di miele e li lasciò avvolti in un asciugamano. Il giorno successivo non si svegliò più. Chi la rinvenì, tolse l’asciugamano e vi trovò un nido di ratti intento a mangiarle la testa>>.

 

La marmellata, che era come se sapesse di miele, gli si mise di traverso e per poco non lo strozzò. Edgar uscì senza prendere il resto. Aveva i brividi.

 

 

I giorni a venire furono caotici, un continuo andirivieni di auto azzurre e bianche tra il chilometro 13 e la locanda Della Cannella. La Policja mise sotto sopra il tir e interrogò ogni persona residente nella zona o anche solo di passaggio. L’anziano replicava alle domande

 

‘Che Dio lo assista’

 

E la bionda affittacamere non aveva ricordo che di un caffè macchiato caldo e del tovagliolo che un forestiero le aveva rovinato scrivendoci sopra qualcosa   

PICTA

 

Lo mostrò agli agenti che chiesero chi altro ci fosse quella mattina nella locanda, e fuori. I quattro confermarono di non aver visto nessun altro, oltre loro stessi e il grosso autoarticolato.

E il camionista di cui non si seppe più nulla.

 

Quel dì di novembre ciò che gli toccò di vedere nello spiazzo della locanda fu troppo anche per un omone di centottanta chili…

 

 

L’anno seguente, come era solito fare per il periodo di ognissanti, il figlio della locandiera arrivò da Edimburgo e qualcosa, quel qualcosa che forse troverete in calce al tomo, lo attirò a lasciare la vettura a nolo nei pressi dell’autoarticolato

 

«…pro requie omnium defunctorum…»

 

Pareva impietrito

 

«mio Dio, ma che ho detto? ».

 

La portiera al lato guida del tir priva di maniglia non si apriva, per ruggine od opera di foggia.

Il vento tra le foglie cadute pareva mormorasse

 

Che riposino tutti i morti…

 

Sul sedile del passeggero, nel cremisi di una cocciniglia ondeggiava appena un fazzoletto dal profumo di miele.

 

 

 

 

in paginis  tomi…

A oriente nella lotta impari con Dis, il sole lasciò di Samaèl l’ombra di se stesso

 

 

 

 

 

  -----secondo la religione ebraica Samaèl è un arcangelo,

 

citato per la prima volta nell'apocrifo libro di Enoch       

                                                                      

 

         l’antagonista di Samaèl, Dis nella stregheria è conosciuto

 

             anche come Kern l’incappucciato, Signore dell’aldilà -----  

 

 

 

liber primus

samael.jpg


1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Dominique Noir  

Questo autore ha pubblicato 17 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.
Per maggiori informazioni sui cookie e per gestire le preferenze sui cookie (di prima e/o terza parte) si invitano gli utenti a visitare anche la piattaforma www.youronlinechoices.com. Si ricorda però che la disabilitazione dei cookie di navigazione o quelli funzionali può causare il malfunzionamento del Sito e/o limitare il servizio.