
Prefazione
…mentre dormiamo a fianco ai nostri angeli qualcuno conversa
con le loro anime.
Qualunque cosa facciate veglierà su di voi, l’ansia
(Samaèl Propinquus)
Quando il sole si corica
con le preghiere dei bambini
apparirà,
astratto fumo dai tanti camini
Arrotolandosi le maniche,
in un completo scuro attenderà chi lo voglia raggiungere.
Allenterà il nodo alla cravatta… lasciandovi
cadere la giacca sulle spalle, dimesse figure melanconiche.
Chi è Samaèl Propinquus?
Lo scoprirete presto… se non vi guarda già dormire

Preambolo
Quando le persone alle quali teniamo sognano al sicuro, nel torvo la mente raggiunge le impressioni che scricchiolano sulla candela accesa con quei pensieri che, appesi alla matita, di notte si smorzano.
Chiude gli occhi lo scrittore per trattenere la genialità della fiamma, che spegnerà per sua indole il vento.
Fanno quasi spavento le tenebre mentre abbassano le palpebre anche le ultime finestre.
Le parole si impadroniscono della mente come un inquieto abbaio… poi, torna il buio.
E scorrono dalle vene alla carta urtandosi in un passaggio di fortuna attraverso la matita.
Sui suoi fogli sente tutto il freddo degli alberi spogliati con lentezza dall’autunno…
Il buio fa riflettere sulle volte che ci si accontenta di sentire il cuore battere accidentalmente nel petto invece di avercelo in gola, lì dove si fermano le proprie tristezze.
È allora che restano i pensieri, inerti.
Disteso a testa in giù l’autore, il fogliame alla luce di un lampione dall’aiola risale malvolentieri sui rami.
Segue allo specchio con il dito gli anelli scuri intorno agli occhi.
Un’ombra…
La fiamma saltella, e sembra dire che quelli riflessi non sono altro che i sogni che non ha avuto il delirio di concepire
IL TOMO
Reprobi Angelus -liber primus
L’autore del Tomo -secundo libro
La piana di Stilla -tertius liber
Lobelia per Ognissanti -quartus liber
Crepuscoli –liber quintus
Barcollando come un borgomastro di Brandeburgo dopo una bevuta di mezzo barilotto di birra barricata della Baviera, cominciai a borbottare brevi brani in lingua Bantu del Burkina Faso e a giocare a booling con un becero bidello berbero con un bitorzolo sulla bocca con cui, per un breve bisticcio, mi presi a botte dandogli una bella botta sul bacino con una bottiglietta di Bourbon presa dal bar.
Per calmare i bollori, dopo una partita di burraco, mi appartai con una baldracca boliviana molto esperta di bondage che mi legò come una bresaola mettendomi poi una banana in bocca e dei bigodini in testa.
Sborsai una bella botta di euro e poi, appagato come un bovaro bernese dopo una sbobba a base di bovino adulto e barbabietole bio, bombardai il mio blog con foto del mio bassotto Braccobaldo in atteggiamenti borderline, dopodiché mi buttai a babbo morto sul mio letto di bambù addormentandomi con basi musicali di Bach, Beethoven, Bugo e Orietta Berti... baci e abbracci...
Frivolo come un fragile fringuello sulle fresche frasche di un faggio a Faenza, mi fiondai in un folto frutteto di fragole di un fraticello francescano di Firenze, fortemente affranto per l'affronto di un suo confratello felicemente frastornato da frequenti frequentazioni con fanatiche fruttivendole affette da forte "favismo" e festosamente fissate per gli abiti "Fru fru".
Fortunatamente mi feci un fantastico frullato di frutta, fregandomene di ogni fastidiosa fregnaccia e così tra una frittata al finocchietto ed un flute di fresco frizzantino, creai una fondazione per
la difesa della foca finlandese fastidiosamente affetta da foruncolosi fessurante nonché del furetto di Formosa infestato dalla forfora!
Finalmente detti sfogo alla mia forte fissazione per Facebook e lanciai una fatwa contro un farmacista che mi aveva fornito delle fialette di fermenti lattici scaduti per la formazione forzata della flora batterica.
Felicitazioni!
Ho cantato i Carmina Burana con un coro di cassintegrati di Cracovia giunti a Catanzaro con un camion di cocomeri e carrube di un certo cosacco di nome Casaciok affetto da celiachia, dal morbo di Crhon e pure cornuto da sua moglie Cornelia. Il concerto ebbe un successo clamoroso tanto che, per festeggiare combinammo una cena da Caronte er cucuzzaro a base di crostini con cicoria, curcuma e ciccioli di cinghiale, cozze alla cosentina con cipolle e cumino, carne di cavallo con contorno di crauti, una cheesecake al coriandolo e Chianti del casentino a go go. Sarà stato per il troppo vino, strafatto come un cercopiteco in cerca di una compagna mi sognai di un cammello che voleva fare un cameo in un film di Francis Coppola ambientato nel deserto del Gobi con la partecipazione di Claudia Cardinale e Charlie Cox e come comparse i calciatori del Catanzaro.
Ripresomi da codesta contingenza, rientrai nella mia casuccia dove ritrovai il mio cane carlino di nome Carlo, il mio canarino Carmelito dopodiché mi cacciai subito sotto le coperte con le cuffie ascoltando una compilation di canzoni di Cher, I cugini di campagna, Cab Callowai, Christopher Cross e Califano…e, che cavolo!
(Racconto comico in un atto unico e tanti tramonti)
Nessuno sa esattamente quando è successo.
Un giorno Facebook era un posto dove gli studenti organizzavano feste abusive, gli impiegati spiavano i colleghi e i single in cerca di guai mandavano cuoricini passivo-aggressivi a sconosciuti con foto di gatti.
Il giorno dopo era… cambiato.
A scoprire l’anomalia fu Matteo, trentasei anni, ex creativo pubblicitario, attuale disoccupato in pigiama.
Una mattina, mentre sorseggiava il suo caffè lungo e la sua autocommiserazione corta, aprì Facebook per distrarsi.
Fece scroll.
E poi scroll ancora.
E poi ancora.
Alla quinta gif di un tramonto con la frase “Non sei morto, sei solo partito per un lungo viaggio tra le stelle”, smise di respirare per qualche secondo.
Poi sussurrò, con voce grave:
- Ci hanno conquistati.
Loro: i boomer sentimentali.
La prima fu Zia Mariella, classe 1948, vedova da vent'anni e con un iPhone sempre in carica. Aveva scoperto i gruppi Facebook nel 2019. Nel 2020 già amministrava una community di 18.000 membri chiamata "Frasi Dolci con la F maiuscola".
Nel 2021 iniziò a postare ogni mattina alle 6:12:
“Buongiorno ai miei veri amici. Chi non mette un cuore… non ha un cuore.”
Nel 2022 iniziò ad autodefinirsi “influencer d’anima”.
Nel 2023 si fece tatuare la scritta “Non giudicare, non sai il mio dolore” sull’avambraccio.
Nel 2024 acquistò 400 euro di corsi online su “Come diventare guida spirituale digitale”.
Nel 2025… venne eletta “Utente del Mese” da Facebook stesso.
Da lì fu l’apocalisse.
Matteo provò a reagire.
Scrisse un post ironico:
“Cari amici, se vedete mia zia Mariella postare ancora una frase su angeli e stelle, vi prego di staccarle il Wi-Fi.”
Il post fu segnalato per incitamento all’odio.
Zia Mariella lo bloccò.
E gli mandò un messaggio vocale su WhatsApp che iniziava con:
“Matteo, io ti ho sempre voluto bene, anche se sei freddo. Ma adesso basta. Sto male. Ma tranquillo. Non dirò più niente. Starò zitta. Come sempre.”
La battaglia era persa.
Facebook non era più una piattaforma.
Era diventato un campo minato emotivo, un confessionale pubblico, una raccolta fondi per la malinconia.
Le bacheche erano tappezzate di:
- Foto del marito che ha fritto le zucchine.
– Omaggi a zie defunte con filtri a cuore.
– Minacce criptiche tipo “Un giorno la vita vi presenterà il conto.”
– Gattini, tramonti, canzoni di Claudio Baglioni e aforismi finti di Madre Teresa su sfondo glitterato.
Le pagine più seguite?
– I miei pensieri e il mio cuore.
– Anime gentili unitevi.
– Se ami, non giudichi.
– Ogni lacrima è una perla.
– Clotilde 1922–1999 per sempre con me.
Nel 2026 aprì anche la prima piattaforma di e-commerce boomer:
“MiPiace&Preghiere”, dove acquistare gif animate, collage commemorativi, e pacchetti di “cuori virtuali da inviare ai veri amici”.
Il pacchetto VIP includeva una dedica vocale personalizzata di Zia Mariella che diceva:
“Ti voglio bene anche se non mi commenti mai.”
E Matteo?
Scrolla ancora.
In silenzio.
Con gli occhi vuoti.
Ogni tanto clicca su “Mi piace”.
Ogni tanto su “Nascondi post simili”.
Ma loro tornano.
Sempre.
Perché Facebook non dimentica.
E le gif animate sono immortali.
???? Nota finale dell'autrice
Ogni riferimento a zie, gatti, zucchine fritte e tramonti è puramente realistico.
Se vi siete offesi… tranquilli.
Starò zitta.
Come sempre.
L’albero
In una foresta fitta e assai lontana, non si riusciva a camminare senza che fronde, foglie o rami ti toccassero e graffiassero. Vi erano alberi di ogni tipo, ogni natura e specie – a partire dai pini, per poi passare ai salici, e poi ancora le querce. Non importava la temperatura attorno e, in generale, le condizioni che vi erano, poiché la moltitudine d’alberi resisteva per pura casualità. Si narra che fossero tra loro molto vicini, che dialogassero con sussurri e che gli uccelli talvolta prendessero parte a quelle conversazioni. Si dice anche che gli alberi di questa foresta fossero i nascondigli preferiti degli scoiattoli. Tra gli uccelli e gli scoiattoli c’erano sempre diverbi e divergenze, su chi fosse l’animale migliore tra loro due – gli uccelli sono animali molto poetici, ma anche assai vanitosi – ma soprattutto su chi amasse di più quegli alberi e quella foresta.
«Io amo di più quest’albero, perché gli ho concesso l’utilità. Senza di me, l’albero sarebbe stato meno albero. Io ho reso l’albero, albero. Poiché per quale altro motivo gli alberi nascono e crescono e passano la loro vita, se non per darci rifugio, riparo e sicurezza incondizionatamente?» aveva detto un giorno lo scoiattolo, che si riporta si chiamasse Ulisse, per via dei suoi travagli prima di riuscire finalmente a trovare e a stabilirsi in quella foresta; poi, al suo discorso aggiunse:
«Ora lo vedi verde, e non d’un verde sbiadito, come se fosse stato dipinto da un pittore che aveva poca voglia e smania di dargli importanza – no. Tu lo vedi verde, verde come viridis in lingua latina. Tu lo vedi robusto, forte, pesante, tanto che, se cadesse, il mondo intero finirebbe su se stesso per l’immensa voragine. Tu lo vedi meraviglioso, straordinario nel senso di fuori dal comune. Questo solo per la mia tana: la mia tana ti permette di cogliere di più le sue sfumature, la sua bellezza, la sua rigorosità. Senza la mia tana, dimmi, l’avresti distinto dagli altri alberi? Ti sembrava differente, oppure si sarebbe perduto e non sarebbe più stato un albero-albero, ma sarebbe divenuto un albero-camaleonte?»
Lo scoiattolo era sicuro di quello che diceva. E lo proferiva con il petto gonfio, il cuore colmo di orgoglio e vanità.
L’uccello cinguettava di risposta, quasi deridendolo, perché si sa – come disse quel poeta assai illustre nelle sue Operette dell’Ottocento – gli uccelli sono gli animali più predisposti al riso per natura, finché i cinguettii non divennero linguaggio, e si riporta che gli rispose:
«Oh, caro Ulisse, forse hai perduto troppe case ed è per questo che parli così. Forse casa, per te, non è stato nessun luogo, e questo è il motivo per cui senti il bisogno di rendere l’albero speciale, che invece sarebbe stato speciale di per sé, intrinsecamente, anche senza la tua tana. Io amo di più di te l’albero, perché non lo abito. È lui che abita me: quando ci ripenso, siccome ne sono lontano, proiettando la sua immagine – ben sigillata dai miei occhi – nella mia immaginazione, come sosteneva quello scrittore francese che compose il De Amore; quando, per qualche momento, mi pare di averlo smarrito in mezzo a questa foresta, quando il verde che tu dici essere viridis non guizza senza indugio nei miei occhi, come acciecante tormenta di sabbia. Io non amo quest’albero meno perché ne sono distante, anzi in verità io lo amo di più proprio per codesta ragione, e ne disto perché lo amo.»
Ulisse e l’uccello sarebbero stati in grado di continuare quella conversazione per ore, per giorni se necessario, facendo vibrare ogni foglia mossa dai loro respiri, e poi versi, e poi qualcosa che non si sa dire, ma sembrava simile alle urla degli esseri umani quando perdevano la pazienza e la giusta metriotes. Chi può dirlo chi l’avrebbe avuta vinta; forse bisognava chiedere all’albero da chi si sentisse amato meglio – e lo stesso agli altri alberi, che a loro volta erano con altri uccelli e altri scoiattoli a discutere su quelle questioni – ma, a dire la verità, per gli alberi – loro che erano in grado di far respirare gli esseri viventi – questi sentimentalismi parevano sciocche cogitazioni odoranti di fanciulli in fasce.
In quella selva così fitta, gli alberi avevano delle radici eccezionali: ben robuste nella terra, si diceva fossero fatte degli stessi elementi che riportava Ernest Hemingway in una sua frase famosa, associata, forse forse erroneamente, al romanzo Isole nella corrente:
«Ma di cosa sei fatta tu?»
«Di quello che ami. Più l’acciaio.»
Quindi gli alberi, lì in mezzo, in quella parte del mondo sospesa tra chissàdove e chissàinchemodo, avevano le radici fatte d’amore e d’acciaio – che poi, allora, erano fatte di un solo elemento, poiché è giusto credere che l’amore e l’acciaio siano la stessa materia. Cerere li amò molto, più degli uccelli innamorati con un sentimento puro che permetteva loro come di respirare – se avessero potuto – più degli scoiattoli innamorati con un sentimento duro che il respiro loro, per certi versi, glielo toglieva.
Nessuno potrebbe amare quegli alberi più di Cerere, colei che diede ferro, e calore, e amore, e passione, e sostanza, e fatica, e di nuovo amore, e pazienza, e premura, e coraggio, e desiderio a quelle radici che potevano mostrare quanto fossero curati quegli alberi fin sopra la punta della foglia più alta, in cima alla loro acconciatura di fronde.
Tutti tranne uno.
Non si sa il perché, ma tra questa moltitudine di alberi, rigogliosi, stupendi, fatiscenti, c’era un albero che non era bello come loro. Anzi, era brutto. Ma no, è troppo poco: non brutto. Bruttissimo. Il brutto anatroccolo degli alberi, più brutto del brutto anatroccolo nella toccante favola. Inizialmente brutto solo perché diverso, anche se non si riuscirebbe a spiegare precisamente in cosa.
E molte volte è così, perché si parte prevenuti solo sulla differenza, senza argomentarla, senza sapere neanche cosa sia. Credendo che essere diversi sia solo non essere come me e non essere come te e non essere come noi, con la presunzione che questo non essere ciò sia meno positivo di quell’essere altro; dall’alto dei loro troni che credono giusti ed etici solo perché rossi, additano tutto quello che è blu, solo in quanto blu, senza sapere neanche se sia davvero blu o, nei casi peggiori, senza sapere neanche cosa sia il blu fine a se stesso.
Poi, col tempo, si capì che il suo problema erano le radici: non erano diverse in quanto nate differenti, poiché la forma era sempre quella, canonica a tutte le radici, ma erano diverse perché differentemente amate da Cerere rispetto a quelle degli altri alberi. E quindi l’acciaio senza l’amore non era acciaio, e viceversa.
Non se ne conosce il motivo, è inutile domandarselo. Anche tra quelli che erano gli dèi, nei tempi antichi, poteva capitare un qualcosa che non fosse a noi comprensibile della loro natura divina – perché proprio Enea, tra tutti gli uomini, doveva mettere alla luce quel giovanotto che poi avrebbe fondato Albalonga?
Infine, con il susseguirsi di lune – neanche tante – l’albero rinsecchì: e in quella foresta si poteva presto scorgere la dissomiglianza tra un albero maltrattato e innumerevoli alberi ben tenuti. Non vi era alcuna premura o attenzione nei suoi confronti, da parte della creatrice, e per questo motivo avvenne il suo personale declino poco a poco.
Per lui era un perenne autunno la sua realtà. Non poteva sperare che un uccello gli volasse vicino, e neanche che uno scoiattolo ci si facesse dentro la tana; poteva solo sperare che, già in precario equilibrio, non lo colpisse un fulmine facendolo cadere, o che la pioggia non rovinasse troppo la sua corteccia.
Sperava di diventare un libro, un giorno, quell’albero. Strano a dirsi per la temporalità di questa leggenda, ma è così che si riporta: voleva essere libero, lībĕr, staccarsi da quelle radici costrittive e ancoranti in quel terreno che sembrava nutrire tutti tranne lui, e voleva essere un libro, lĭbĕr, per poter raccontare di com’è riuscito a staccarsi da quelle radici costrittive e ancoranti in quel terreno che sembrava nutrire tutti tranne lui.
Si narra che ci riuscì.
Si narra che il libro nato da quell’albero sia proprio questo.
Spazio autrice: sto provando a cimentarmi in una raccolta di racconti di questa natura, un po' introspettiva :)) se vi va, ditemi cosa ne pensate! Un riscontro mi farebbe super piacere. Grazie, un abbraccio!
Scusi, C'è-Triolo? No, però C’è -Nerentola ed anche Che-Guevara.
Ma che ce ne frega a noi che abbiamo già Ce-sarina, Ce-cilia e Ce-Ramica che hanno appena cenato a Ceriale con ceci, cetrioli al cerfoglio, cernia, cefali e cestini di certosa. Ce n’è per tutti!
Certamente se si cena in centro a Cesena con Cesare, Cecilia, Celeste, Celine, il sosia di Celentano ed un certo Cecco strafatto di Cebion, è giusto cercare di non strafogarsi di cervo alle cicerchie col rischio di passare la notte al cesso.
Certo che sarebbe una certezza celestiale cercare di cedere cestelli di cereali ad un ceceno a caccia di cervi o di centrare con un ceffone sulla cervicale un ceramista di Cervia amante delle cenette a lume di ceri e dei cerotti al profumo di cedro.
Quando ce vò, ce vò!
Orfana di guerra , aveva iniziato a lavorare in una piccola sartoria per sostenere economicamente una zia paterna che l'aveva accolta in casa sua, più per pietà che per buon cuore. Quando ancora correva con le sue treccine sballonzolanti sulle strade del suo paese natio , avrebbe desiderato anima e corpo intessere trame di storie come la mamma da quel poco di farina e acqua magicamente tirava fuori il pane. Il pane che simboleggiava la vita ormai perduta. Invece poco più che adolescente si era trovata ad intessere maglioni per pochi spiccioli ed estenuanti ore piegata sulla Singer. La Singer le aveva ricordato subito sua madre. Di tanto in tanto, all'avvicinarsi della pausa, per un istante chiudeva gli occhi e provava ad immaginare un ' altra vita, il ticchettio della Singer diveniva il ticchettio dei tasti della sua macchina da scrivere. " Hai la testa piena di inventiva e idee , soffice come lo zucchero filato! E questo non che sia un vantaggio per una ragazza povera!" Le facevano ancora battere il cuore, le parole di sua madre. E proseguiva " Ma chi te le ha insegnate tutte queste belle parole? Chi le ha scritte?" La madre la guardava stupita " non io mamma, le ha scritte la vita" . Le voci dalla strada la fecero tornare alla realtà, il suo era solo un sogno rapito.
Evviva!
Sono un vice che per vizio ha fatto le veci di un vate alzando la voce in un film di Vim Wender girato a Vienna insieme a una vamp con le vene varicose tra vasi di viole a volontà.
Vivaddio, magari avessi fatto il varo di un veliero a Varazze tra vari vip che si abbuffavano di vol au vent alla valeriana e vivande alle verze preparate da Vissani in un venerdì senza vento tra vermuth, vino Vermentino e vivaci verginelle vestite di voile.
Veramente mi è venuta una vaga voglia di viaggiare per viottoli tra valli e vigne in un vortice di vipere, volpi e villette vetuste con le verande verdi e vetrate variopinte a vista...ma, tanto va la vacca in valle che ci lascia il vitellino...




