Nasce un’ansia dentro l’anima che non s’arrende ancora a quel destino che stava scritto nella sua memoria ancestrale..

Era scritto e lei lo sapeva già nel profondo dell’anima sua, ma dovendolo affrontare non se ne dava pace di quel patto preso allora nel mondo degli eterni universi che lei, come individuo umano, non ricordava, ma che sentiva incombere negli eventi del suo destino.
Ora l’anima sua, si disperava ogni sera, quando il sole tramontava per lasciare spazio alla notte, tutto pareva magico e la natura tratteneva il respiro mentre il tempo sembrava sospeso, immobile, in ascolto.

Ma lei purtroppo, non voleva più sentire quel nodo alla gola nell’avvicinarsi di quel giorno, per lei sempre prematuro e che nell’oggi aveva perso nel suo cuore il vero senso d’essere.
La domanda che si poneva era una sola:
che senso aveva vivere oggi quel Karma del passato che lei più neanche ricordava di quelle brutte azioni fatte allora, che lo avevano generato e affrontarne ora in una vita successiva le conseguenze!

L’aveva al momento della nascita pattuito, ma ora nel suo cuore buono, le sembrava tutto così tremendamente difficile da accettare!

“Il destino e la Legge del Dare e Ricevere”
Molti eventi nella nostra vita sono predestinati, a partire dalla nostra nascita e dalla scelta della famiglia in cui nasciamo. Si nasce in una famiglia in cui le condizioni sono favorevoli al compimento del proprio destino e dove si ha un significativo conto del dare-prendere.

Secondo la “legge del Karma” ogni azione ha il suo riscontro, vale a dire che un’azione positiva genera dei meriti, mentre un’azione negativa genera dei demeriti e quindi di conseguenza, con il Karma, si raccolgono i frutti delle proprie azioni; sia buone che cattive.

Ora era tempo della raccolta, della resa dei conti e la sua anima lo sapeva molto bene!
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Profilo Autore: Maria Luisa Bandiera  

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C’era una volta una piccola fattoria nel cuore di una montagna. Tra quelle mura nacque un papero. Non era un papero qualsiasi… aveva un dono: poteva parlare con gli esseri umani! La figlia del fattore, Maria, se ne accorse e ne rimase sbalordita, come un bimbo che ammira le lucine scintillanti di mille giostrine fra le bancarelle traboccanti di caramelle in un giorno di festa. Ogni mattina, di buon ora, la piccola Maria, con le sue goffe treccine disfatte e il suo vestito rosa baciato dalla primavera, correva felice per la piccola fattoria, divertendosi a cercare quel papero speciale intento a dormicchiare nei posti più impensabili. “Sei qui mio dolce amico paperotto?” ripeteva curiosa Maria, sbirciando fra la paglia di un vecchio carretto malconcio, fra i formaggi del nonno in dispensa, fra le conserve della mamma in cucina, fra i panni ancora bagnati stesi ad asciugare che inzuppavano le piume stizzite di una gallina e dei suoi pulcini. “Ma dove sei mio dolce amico paperotto?” si chiedeva ancora Maria, giocando a cercarlo nella stalla, al calduccio, fra docili pecorelle e teneri agnellini che la salutavano belando felici. E poi ancora nell’orto, seguendo la fragile scia delle lumachine, il volo di mille farfalle colorate, la cascata di un timido arcobaleno spuntato fra le cime delle montagne. “Sono qui!” Rispose finalmente il dolce paperotto con voce triste, fissando l’acqua scura, fresca e profonda del pozzo, agitata soltanto dal soffio delicato del vento. “Che succede mio dolce amico paperotto? A me puoi dirlo!” Disse Maria, preoccupata e dispiaciuta, sperando di poterlo consolare. “E’ che ho tanta tanta paura di nuotare, mia piccola amica, ma mi manca moltissimo il mio papà che vive tutto solo lungo le rive impetuose del fiume, laggiù a valle. Sai, la mia mamma purtroppo non c’è più ed io vorrei tanto raggiungerlo per riabbracciarlo e per giocare un po’ con lui, ma non so davvero come fare”. “Nessuno mi ha mai insegnato a galleggiare!” Concluse il piccolo papero, continuando a fissare senza alcuna speranza l’acqua del pozzo. “Lo scoiattolo cattivo del bosco mi prende in giro da giorni, deridendomi orgoglioso dal suo ramo spoglio. Papero fifone! Papero fifone! Papero fifone! Mi ripete in continuazione quello scoiattolo impertinente senza un briciolo di compassione!” “Non preoccuparti mio dolce amico paperotto! La Fatina del Sole ascolterà certamente la tua preghiera, realizzando il tuo piccolo grande desiderio”, rispose Maria, fiduciosa. Così all’improvviso, su un’altalena sospesa nel cielo ecco apparire la Fatina del Sole con la sua bacchetta azzurra come l’acqua, i lunghi capelli rossi e il suo bel vestito fatto di nuvole e di foglie. “Dolce paperotto, se vuoi galleggiare lungo il fiume senza alcuna paura, io costruirò per te una bellissima barchetta inaffondabile tutta fatta di fiori magici, preziosi e profumati. Ma tu dovrai farmi una promessa: lungo il tragitto dovrai staccare dalla barchetta un fiore magico da donare ad ogni cucciolo triste, solo, infreddolito e impaurito che incontrerai lungo il cammino. In ogni fiore è custodita la polvere magica del cuore della loro mamma, così che possa essere sempre al loro fianco, anche da lassù. In questo modo io esaudirò il tuo desiderio e tu, piccolo paperotto, aiuterai ogni cucciolo in difficoltà ad avere una vita migliore e un po’ più felice”. “Grazie Fatina del Sole, ho davvero imparato la lezione: aiutare gli altri è il regalo più bello che possiamo fare al mondo e quando sarò io ad avere bisogno, dovrò solo avere un pizzico di fiducia in più nel mondo!”.

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Profilo Autore: rosa dei venti  

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Le sue palpebre non volevano più chiudersi, anche se era tardi, non appesantite da un sonno che non veniva.

Così egli uscì sul poggiolo e gli occhi frugarono il buio color cenere, tra fiamme di presentimenti. Era come se dall'orizzonte giungessero echi di livide invocazioni e si scorgessero larve di naufragi. L’attesa si bruciava nel silenzio, mentre vane speranze ustionavano il cuore. Dal cielo si riversava sangue misto a veleno, la notte sfavillava di una luce nera. Nella sua mente visioni di stelle le cui orbite deragliavano proiettate ai confini del nulla, in voragini di silenzio. Gli astri, in instabili ellissi, sfioravano destini ancestrali. Gli parve che da una distanza incommensurabile risuonassero i rintocchi di una chiesa vuota, la voce di Dio si perdeva tra veli di sogni polverosi.

Egli sentì la sua fragile vita come il pegno di un errore primigenio. Avvertì crollare su di lui la volta del tempo, i macigni del fato schiacciarlo ed una strana, triste gioia lo pervase, ora che non restava più alcuna traccia del mondo.

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Profilo Autore: Oudeis  

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Al mio paese l'aria salmastra si fondeva con l'odore della terra collinare, ma io seduta alla mia vecchia scrivania, sentivo solo l'odore stantio della carta ingiallita. Non era un cattivo odore, piuttosto l'aroma quieto del tempo sospeso.
Aveva riaperto il cassetto diciassette anni dopo averlo sigillato. Diciassette anni di vita piena: casa, due figli meravigliosi, il lavoro, la grande e necessaria distrazione dal mondo che aveva messo a tacere il sussurro. Ora, quel sussurro era tornato, più insistente, una marea che bussava dall'interno.
I versi che ne emergevano erano come li ricordavo: pieni di una giovinezza passionale, di promesse non mantenute e di interrogativi lasciati a mezz'aria. Ma leggendoli, non provavo nostalgia, bensì una strana, luminosa consapevolezza.
Mi chiesi: chi ero io quando ho scritto quelle parole? E in cosa mi sono trasformata per poterle dimenticare?
L'introspezione non era un processo dolce; era un impasto interiore, proprio come descrivevo la mia poesia. Era amore, certo, ma anche la bruciante coscienza delle contraddizioni: la fantasia che lotta con la realtà, il sogno che cozza contro l'abitudine.
Tenevo tra le mani un foglio con una poesia incompiuta. La strofa si bloccava su un verbo timido, quasi spaventato. In quel vuoto, vidi i miei diciassette anni di silenzio. Non erano anni persi; erano il lento processo di maturazione che ora mi permetteva non solo di finire quella poesia, ma di riscriverla interamente con un’autorità nuova.
Capì che la poesia era la mia vera casa, il luogo dove non esisteva la Caterina madre, moglie o lavoratrice, ma solo la Caterina essenziale, quella che filtrava la vita in versi.
Il mondo, con la sua inesorabile concretezza, mi aveva allontanata. Ritornare significava accettare che la realtà più profonda era fatta di nostalgia e sogni, di luci e ombre, e che solo scrivendo potevo dare ordine al caos.
Chiudendo gli occhi, mi sentì svuotare e riempire al contempo. Il vecchio cassetto era ora un vaso comunicante: il passato mi offriva la radice, il presente mi donava la linfa. Seduta nella quiete che annunciava la sera, il mio sguardo catturava il mare, il cielo, le salite, le discese, il verde degli alberi, le case, le cose, il mio equilibrio: non fuori, nelle lodi o nei premi che ho poi collezionato, ma in quel dialogo infinito, sincero e mai uguale, che si svolgeva tra me e la mia penna.
La sera mi trovò ancora lì, immersa nella luce calda e fioca, a capire che la vita non mi aveva fermata, semplicemente mi aveva preparata a scrivere.
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Profilo Autore: Caterina Morabito*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 14-03-2014

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L'autunno era un intruso che non si faceva sentire, una melodia di sfumature azzurre che si intrufolavano nella casa. Ma la finestra splendeva, un confine dorato tra il prima e il dopo. Anna era lì che ripensava a quell'estate, un ricordo sparso come semi di girasole.
Sentiva ancora i passi secchi sull'erba, i filari di vite che maturavano tra le valli.
Il vento era tornato, un'eco di un'epoca passata e sembrava volesse farli danzare di nuovo.
L'aria si era fatta più sottile, portando con sé l'odore della terra bagnata e il profumo agrodolce delle mele selvatiche. Ogni mattina il cielo si tingeva di una luce lattiginosa, quasi timida, che accendeva d'oro le foglie degli alberi. Le giornate si accorciavano, come un respiro che si fa sempre più corto e la sera arrivava con una fretta inaspettata, avvolgendo ogni cosa in un velo di penombra bluastra. Seduta sulla vecchia poltrona, i suoi occhi percorrevano il paesaggio fuori, un quadro in continua trasformazione. Le colline che un tempo erano di un verde vivido, ora si vestivano di tinte ruggine e ocra, come se la natura avesse deciso di indossare i suoi colori più caldi prima di addormentarsi. Pensava a quando, solo pochi mesi prima, l'erba le solleticava le caviglie e il sole le bruciava la pelle. Era l'estate, un tempo di risate sguaiate, di pomeriggi lunghissimi trascorsi a leggere sotto la quercia e di notti stellate che sembravano non finire mai.
Adesso, il rumore della pioggia che batteva contro i vetri aveva sostituito il fruscio delle foglie secche e il ronzio degli insetti. Ogni goccia che scivolava giù sembrava raccontare una storia diversa, una storia di attesa e di memoria.
Anna si accarezzò le braccia, come per cercare un po' del calore di quell'estate lontana. Non era tristezza ciò che sentiva, ma una sorta di malinconica dolcezza.
L'autunno non era un ladro che portava via la luce, ma un custode che custodiva i ricordi più preziosi, avvolgendoli in un abbraccio silenzioso e malinconico.
La sua casa, un tempo piena del chiasso dell'estate, era diventata un rifugio di quiete, un luogo dove le memorie potevano danzare libere, un po' come le foglie che volteggiavano fuori dalla finestra, spinte da un vento che, dopotutto, non era poi così diverso da quello di un tempo.

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Profilo Autore: Caterina Morabito*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 14-03-2014

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S’alza il vento verso sera esalando il suo ultimo respiro, poi si cheta e mentre scompaiono gli ultimi chiarori come un sipario che cala sul mondo nel gelido inverno, qualcosa di magico accade insieme alla melodia d’un dolce canto.. il Natale si avvicina.
Scende nei cuori la pace come fosse un velo che abbraccia ed imbianca le notti scure fino al ritorno del giorno e per tanti altri giorni ancora finché una stella si poserà ad illuminare una capanna annunciando una nascita importante.

Ecco, è così che ancor oggi accade!
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Profilo Autore: Maria Luisa Bandiera  

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Durante il freddo inverno, quell’anno s’intravide gironzolare un fiocco di neve. Forse era l’inizio di una bella nevicata, ma nulla in seguito succedeva.
Fiocco di neve, così qualcuno lo chiamò quel giorno. Il suo arrivo, non era il preludio di una bella nevicata ma era semplicemente un fiocco di neve intirizzito e ghiacciato sulle ali del vento che sembrava sperso.. ma Fiocco aveva scoperto che nel freddo inverno poteva ghiacciare e col vento veleggiare qua e là senza problemi ed era quindi alla ricerca di nuovi luoghi da esplorare, era solo indeciso sulla direzione da prendere.
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Profilo Autore: Maria Luisa Bandiera  

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Questa notte ho sognato un mio amico, passato ad altra Vita il 23 12 ’23.

Era musicista e suonava, come ultimo strumento, il contrabbasso; era bravo anche col pianoforte, il violino e la chitarra. E cantava con una bella voce da tenore.

Ora, sono sicuro che ha trovato la strada giusta perché, nel sogno, si recava in un bel palazzo antico, dai soffitti altissimi, che agli occhi miei appariva come un Conservatorio… e chissà… magari era una delle tante Colonie costruite apposta per i musicisti. Gli ambienti erano avvolti da una luce potente.

Ad accoglierlo c’era la musicista più anziana e altre insegnanti più giovani; indossavano tutte degli abiti bianchi ed un papillon rosso; come fosse una divisa.

Credo sia stato contento di stare in mezzo a tante donne, lui, che nella vita ha avuto pochi e deboli affetti femminili, perché la malattia mentale gli remava contro.

Il calore di questo gruppo di insegnanti era forte e quindi, sentitosi a proprio agio, cominciava ad esibirsi per far sentire a che punto era la sua preparazione…

Ma, il sogno svanisce!

Quando mi sono alzato, mi sono recato nel tinello per fare colazione e dopo aver acceso la tv, ho sentito un prete che diceva queste parole: “Adesso preghiamo per i nostri cari che non ci sono più…

Subito dopo, ho collegato il sogno e le parole del prete e ho dedotto di aver ricevuto dei messaggi chiari e tondi sullo stato di benessere del mio amico.

Sono davvero contento… e questo è uno dei miei tanti “viaggi”.

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Profilo Autore: sasha  

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Dopo la morte dei suoi genitori, avvenuta in un tragico incidente di macchina, era ritornato nel paese natio per sbrigare tutte le faccende del caso: i funerali con i vari accordi con le pompe funebri, gli annunci dell’avvenuta dipartita.. non aveva tempo per pensare e per soffermarsi a capire quanto quell’evento tragico ed improvviso lo stesse devastando dentro.
Da tempo lui abitava lontano dai suoi genitori ed inoltre si sentivano poco, solo qualche volta per telefono; telefonate brevi e veloci accompagnate da frasi formali del tipo. “come state, come va”.
Molto preso dal suo lavoro che lo costringeva lontano, non si era mai domandato veramente se loro stessero bene veramente in quel paesino e in quella casa in cui aveva passato tutta la sua infanzia e adolescenza.
Al momento dei funerali aveva lasciato entrambi, per le esequie, in quella dimora dove avevano sempre abitato tranquilli e sereni, mentre lui si era preso una camera in un albergo.
Tutto finì in pochi giorni, le esequie, la sepoltura, gli amici, i conoscenti e i personaggi importanti del piccolo paesino e poi se ne era andato per tornare successivamente, su invito del notaio per l’apertura del testamento.
Non era più andato in albergo, questa volta, ma aveva aperto ancora quella casa e si era stabilito nella sua vecchia camera da letto cosa questa che, ora, gli stava scatenando moltissimi vecchi ricordi che in un certo senso, nell’andare del tempo, aveva quasi dimenticato.
Si soffermò stanza per stanza, ora con maggiore chiarezza, a ripopolare la mente del suo vecchio passato.
Ricordi su ricordi si alternavano a fargli sentire la mancanza dei genitori che ora non c’erano più veramente e fisicamente! Scosse la testa e poi pensò che l’indomani sarebbe andato dal notaio per l’apertura del testamento, che essendo lui figlio unico, sarebbe stata veloce e semplice dopo di che avrebbe preso le decisioni del caso ed in men che non si dica sarebbe potuto ritornare alla sua vita di sempre superando in qualche modo il caotico caos che turbava ora la sua mente.
Dopo un pasto frugale, si preparò il letto nella sua vecchia camera e ci si infilò.. gli parve strano quanto tutto fosse ritornato stranamente famigliare, come se quella stanza lo stesse avvolgendo insieme a tutti i suoi bei ricordi!
Trastullato da quei ricordi, pian piano si addormentò.. i sogni in quella stanza si alternavano come fossero realtà.. poi uno strano frastuono, forse uno schianto, lo destò di soprassalto!
Tese l’orecchio attentamente, ma non udì alcun altro rumore e fu in quell’istante che tutto gli parve avvolto come in un sogno.. 

Solo ora.. per la prima volta si sentiva a casa.
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Profilo Autore: Maria Luisa Bandiera  

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 Il principe di un regno molto vasto era vedovo, e amava molto il suo unico figlio, che aveva tre anni di vita.
Una notte, prima di addormentarsi,  vide apparire nella sua sontuosa camera da letto, adorna di tutti gli oggetti più piacevoli alla vista e all’olfatto, un diavolo femminile nero come l’ebano.

La diavolessa gli disse che era invidiosa dell’amore che portava al figlio, pertanto avrebbe trasformato il bambino in un serpente.

Disperato il principe corse alla camera del bambino e nel minuscolo letto rosso trovò effettivamente un orribile serpente. 

Terrorizzato uscì in fretta dalla camera, ma un pensiero, ancora più orribile di quella vista, lo paralizzò. 

E se suo figlio avesse avuto bisogno di lui,  del bacio della buonanotte, di una carezza, e si  fosse sentito abbandonato dal padre? Se avesse notato il disgusto sul suo viso cosa avrebbe provato, il piccolino?

Una compassione infinita sorse allora nel suo cuore di padre, simile al sorgere della luna piena in una notte profonda, tornò nella stanza e baciò il serpente, facendosi forza e superando ogni orrore. 

Con il passare dei giorni il principe si abituò alla vista del serpente, se ne prendeva cura con grande affetto e lo nutriva con i cibi più adatti.

Ma una notte la diavolessa tornò e gli fece capire che la sua invidia non era finita, e che per distogliere dal serpente tutto quell’amore avrebbe trasformato il figlio in una vecchia malata di lebbra. 

Il principe entrò nella stanza e fu sopraffatto dal cattivo odore e dalle sensazioni sgradevoli provocate del viso devastato dalla lebbra. Ma poi pensò al cuoricino del suo bimbo, a quanto aveva bisogno, ora più che mai, dei suoi abbracci, e con le lacrime agli occhi, simili alla discesa di un fiume miracoloso in una terra deserta, abbracciò e baciò la lebbrosa.

Passarono molti giorni.

La diavolessa produsse mille altre trasformazioni, mettendo alla prova il cuore del principe, ma ogni volta il principe continuava a prendersi cura del figlio trasformato, senza alcun indugio, fermo come il monte Meru, impassibile come il Kailash percosso dai venti.

Venne il giorno di una grande festa religiosa in cui nel paese si danzava e si recitavano preghiere in onore della Madre Divina. 

La Dea era stata innalzata in mezzo alla folla e il principe si affacciò alla finestra e si mise a pensare, contemplando lo spettacolo di tutti quei volti e di tutti quegli animali radunati sotto di lui. “Ecco”, rifletteva, “se anche mio figlio si trasformasse in uno qualsiasi di loro, o perfino in un albero o in quelle pietre illuminate dalla luna, o in un filo d’erba, invariato sarebbe il mio amore. Esso è diventato fermo,immutabile ”. 

E con le lacrime agli occhi si sentì riempire di un amore infinito per tutti i membri di quella folla piena di sofferenze e di fatiche. 

“Sono tutti miei figli”, sussurrò a se stesso.

E quell’amore divenne così intenso da cancellare ogni sua minima  sofferenza, per sempre. Non vi era più spazio nella sua mente per il dolore, dato che ogni angolo era occupato da quel sentimento di amore incondizionato.

All’ improvviso sentì una presenza accanto a lui: era la diavolessa.

“Hai capito ora?” gli chiese lei con un sorriso che era, strano a dirsi, meraviglioso, come la musica di una veena celeste.

Lo stupore del principe germogliò nei suoi occhi: il volto nero della diavolessa non era affatto diverso da quello della statua della Madre Divina che campeggiava tra la gente.

Il principe si voltò e dopo un lungo sguardo le disse:

“Sì, Madre, ho capito. Ora sono come te”

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Profilo Autore: Skandha  

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