sulle alture pietrose
senza alcuna remora
sui deserti senza miraggi
e nei campi inariditi
Amami
nelle vigne innevate
d’aprile, quando i fiori del pesco arrossiscono
E se la morte ancora
si presenta sulle onde del mare
amami, perché del tuo canto soave godrò
sugli eterni soffi dei venti che dolci
ma possenti di spinte
nella linea di fuga del tempo
- l’Amore smerigliano -
s'abbandona nella perdizione per lei.
Irraggiungibile come una Dea per il sacerdote diviene ossessione d'amore.
Nei suoi scritti egli così declama.
Prima lettera d'amore:
“Labirinti di perversione
tu che in me sei ossessione.
Trancio serpenti ingoiando occhi.
Scruta il falco nella notte,
il fiume dei morti ribolle d' anime.
Passi inconsistenti appaiono.
Labbra infuocate nel destino del suono.
Sfioro turgide emozioni,
sigillo in tombe mere passioni.
Re del trapassato pensiero,
manovro le membra dell'uomo.
Osservo le fattezze tue.
Nelle trasparenze m'immergo
per morire rinascendo.
Siano notti nella lussuria del dio Amos,
siano effluvi della disciplina di Sefor.
Siano corpi privi di sembianze,
nel contorcersi dell'essenza del peccato.
Io sono nel sibilo del vento
che attraversa le tue vesti,
io sono acqua che nelle tue forme si compiace,
freddo come il mondo che non esiste,
caldo come l'anfora del divino nettare.
Io sono privo d'inizio,
senza orizzonti finiti.
Io sono tramonto sul Nilo.
Io sono luce delle parole,
io sono freccia persa
nella valle del fremito,
nei sentieri della tua pelle di luna,
nell'arco delle infinite perdizioni.
Io sono Acepsut signore del silenzio,
padrone dei vasi sacri,
custode dei segreti dell'immortalità,
io sono tutto e nulla,
sono in ogni dove e in nessun luogo.
Sono quello che sono,
schiavo dei tuoi occhi di smeraldo,
oh mia regina Akenafis”
Seconda lettera d'amore:
Io sono,
quello che sono.
Oh Akenafis.
Signore del mondo dell'oltre,
padrone delle tenebre di Assurbal.
Tra rive di reconditi perché mi ritrovai
e cascate di nubi
sorte dove non erano tentazioni.
Io che del corpo tralasciai discipline
per essere empio e poco.
Cercai il colmo
d'un bicchiere vuoto.
Come fiori d'un deserto
assaggiai il corso del sapere
avidamente affamato,
digiuno dell'universale moto.
Seppi di te,
oh dea,
amante di perdute reminiscenze.
Da te venni a imparare
turgide carezze nel bagno del peccato.
Bevvi da infuocati seni,
l'arte della incoscienza
perdendomi nel tempio di Oniro.
Io che vissi morendo,
fui vita quando morte colse
il senso del nonsenso.
Quando l'abbandono nel tuo flessuoso velluto
mi rese avido di te.
D'avorio e mirra vestii le mie mani,
d'oro furono i gemiti,
di mosto e miele
fu il succo dell'amore.
Ventagli di spezie adornarono il pulsare,
onde del mare s'infransero nella calma d'obliate lagune,
scrosci di tempeste mi inebriarono del tuo amplesso.
Fui tutto in un momento.
Fui esistenza,
spegnendomi in quel momento.
Mai più vissi,
mai più compresi.
Lasciai la foresta delle gocce di lussuria,
lasciai il tramonto sui tuoi occhi d'argilla pura,
mi specchiai nel regno del mirto in fiore.
Divenni fiore
dell'oscurità
per esser preda
d'un convulso esistere.
Divenni lacrima per bagnare il tuo viso.
Divenni sole per prosciugare la tua sete.
Divenni effimera sospensione d' acque di rugiada
per acquietare i tuoi sensi.
Divenni emisfero di luce
per illuminare il tuo lato oscuro,
Infine divenni ombra per ghermire le tue sembianze
e custodirle nel mio paradiso dei sensi.
Terza lettera
Acepsut s'abbandona a se stesso nella dolcezza dell'amore impossibile:
“Trascorro il tempo
sospeso tra il crepuscolo che abbraccia il mare
e le tue labbra rosso fuoco.
Intreccio le onde
con i tuoi capelli scuri come profonde acque.
Freme l'aria,
scossa da fulmini e tuoni.
Freme la tempesta che sferza il cuore.
Solco le acque senza timore
per giungere da te,
mia regina.
Spargerò d'ambrosia il sentiero degli dei.
Trasformerò in oro i calici in cui berrai
il nettare dell'amore.
Riempirò le otri di novello succo.
Miele sarò per i tuoi sensi.
Sarà amore a far germogliare aridi deserti,
sarà amore,
per sempre scritto sulle pietre dei templi,
che al vento offrono passioni e desideri”.
Quarta lettera
Acepsut s'addormenta nel desiderio e la sua passione diviene amore puro:
Dolce miele,
delizia della mia lussuria,
di te mi nutro in ozio
saziando l'insaziabile,
estinguendo il pulsante tremare del desiderio.
Tu che sei rovente sabbia del mio crogiolo,
lascia che io ti assapori fino all'ultimo lembo,
lascia che io stenda le mie mani sul tuo inebriante
profumo.
Lascia che il notturno gemere svegli l'universo
dal suo oscuro torpore,
lascia che io sia quello che sono:
l'amante tuo.
Amore se mai accarezzerò
il colore della vita,
ascolta le frasi scolpite nella mia pazzia.
Ascolta il torrente di solitudine
che scorre nel mio cuore.
Ascolta il lamento del mare
che sussurra nenie dimenticate.
Oceani confusi
oltre l'orizzonte danzano nella libidine.
Laggiù l'eco s'inchina al tuo splendore.
Laggiù la profondità dei tuoi movimenti
innalza le onde delle nostre paure.
Ultimo atto.
Acepsut si sveglia del sonno onirico e nel tormento assoluto
decide di suicidarsi con il veleno:
Ancora una volta
attraverserò le più remote regioni dell'impossibile,
per stringere a me l'origine del peccato.
Tu che fosti mio peccato
tu che silente ascoltasti il mio ultimo “ti amo”,
cantato per te.
Ascolta ora il mio ultimo respiro oh mia regina Akenafis.
Questo giorno d’autunno
ha nell’aria il sentore
dei rami frondosi
e di rossa fragranza di foglie
che il vento smuove
oltre i vetri della finestra.
Mentre io giro per la stanza
in me
è rimasto il segno della notte:
l’amore che sfugge all’udito
ma impregna l’anima
di quella sazietà di ore,
di quello stringersi le mani
in un’ignota emozione che alberga
come nella fragranza di una rosa
a suggellare l’unione.
Siamo immersi
in un’orbita segreta
illuminata
da pianeti congiunti in brividi
che divengono ritmo e silenzio
nell’aura che ci contiene.


Vorrei venissi a me
mostrandomi del tuo sentimento la forza
nella delicatezza dei momenti
con la passione che avanza.
Ti chiederei di non ingaggiar battaglia
non vi saranno lotte
il pensiero mio per te si eguaglia.
Ordunque giungi a me
pretendimi un abbraccio
sarò lieta d'offrirtelo
non sarà freddo ghiaccio.
T'accoglierà il calore d'un sorriso
armato di pazienza, scevro d'arroganza
sarò pronta per mostrarti la speranza
del pretendere solo ciò che si offre con eleganza.
Come ami la vita
Senza freni.
Toglimi dal cuore
Le battaglie incomprese
Segui la via
Che come sacrario custode
Mi potrà proteggere dentro.
Terrà tra le pieghe e i condotti
Crescere la tua ansia
La avvolgeva'.
Sii per me faro di scoglio
Su il mare in tempesta
Dove onde saranno sequenze dell'anima
Aperte verso me.
Mani protese mi cingeranno.
Amami...
Davvero e non per finta
Le parole non dette
Non rimarranno sospese nell'aria distinta.
Eppure così vicini
Se socchiudo gli occhi
Posso sentire il dolce battito del tuo cuore
Egli suona le note dell'amore
Un amore dolce
Unico
Forte
Nostro
Così forte che oltrepassa colline
Montagne, fiumi...
E penetra nelle nostre anime
E non ne può più uscire...

… e sulle sette lune brilleranno amori
e i baci dati a mille sotto le stelle saranno cantico
di primavere, qui, su questa Terra maledettamente bella
dove s’infrangono milioni di assoluti
e le tue carezze, dentro le mie
ed i tuoi occhi, ovunque su di me
ed il tuo corpo, candidamente avvinto
mi giunge come rose azzurre in fondo al Cielo
- di tutti i cieli sparsi nell’infinito spazio miracolo d’amore è il Tuo -

Stanotte mi sfioravi
in una nuvola di sogno
illuminato dalla luna.
Era un soffio che mi scaldava
il tuo canto.
Un piacere assaporare la tua voce
atta a sfamarmi
come pane di promessa
nel mulino.
Era una forza di marea
a riempirmi il petto
e ad accendere l'ombra
sprigionando faville come grida
dirigenti distesa di luce
verso il cammino della primavera
che dovrà arrivare
“ M’abbracci?”, le tue braccia
l’unico laccio che accetto, corpi
stretti e pelle a contatto. Rosso
o blu- diverse sfumature di colore
nella penombra- può cambiare il riflesso
degli occhi, la luce degli specchi sul tetto
ma quando ti guardo non vedo che emozione.
E se accetto la tirannia del tempo, ragione
del nostro separarci, è perché quel letto
che cambia a ogni appassionato amplesso
non ci appartiene del tutto. L’odore
addosso per ore, il calore nel corso
della nostalgia, i baci sono anticorpi
all’oblio e i versi, la nostra traccia.
forse molte volte sono un orso, ma di te un ghiottone.
Ho la barba lunga come babbo Natale,
ti guardo negli occhi e mi dico più di te nulla vale.
Certamente sono uno che viaggia con la fantasia,
ma di essa trovo che cosa più bella non ci sia,
scrivere per te e dedicarti una fantastica poesia.
Se vuoi conoscermi stammi vicino,
guardami bene da vicino, certamente in questo
grande corpo si nasconde un bambino
che ti vorrebbe regalare una stella al tuo risveglio ogni mattino.
Se imparerai a conoscermi nel profondo della mia anima,
capirai molte cose di me che sembrano celata,
ma solo ai ciechi che non hanno occhi per vedere
e capire l’amore che è racchiuso nel mio cuore.
Così quando mi conoscerai a tutto tondo dirai
tu mio uomo sei tutto il mondo.
Sto a prenne li provvedimenti
pe evità quelli accadimenti
che provecheno tanti danni
all’omini, alle cose, togliendo i sonni.
Ormai nun giro più senza l’ombrello
pe nun finì come ‘n pesce a mollo,
nun dormo a letto in quella condizione
vojo guardamme da ‘n inondazione.
A tutti li Santi sono più devoto
purché me sarvino da ogni teremoto,
lascio li ‘nfissi aperti a piacimento
purché de fora nun se metta vento.
Chi m’o diceva a me, si giudizioso,
dovè subì ‘nattacco pericoloso !
‘Nattacco pe ‘na causa naturale
calamità, ma morto originale.
Sei stata tu che m’hai devastato
chi m’hai lassato come ‘ndisperato,
quale tsunami, quale inondazione
m’hai lassato qui come un c……..
Ero ormai pronto a tutto, pure allenato
tu m’hai lassato come ‘ndisgraziato !
Nun me daranno niente p’a ricostruzione,
sono macerie nun de alluvione.











