e facciamo il saluto romano
ma se saremmo di Milano
rifacessimo la marcia su Roma.
Ragazzi che manifestazione!
Ambulanti gladiatori e tassisti
le telecamere i giornalisti
i fasci e gli squadristi della stazione.
La sindaca col megafono
e il suo regalo una polizza
assicurativa che bellezza
lei se ne intende è una diva
ma niente internet nel telefono
i cellulari vietati per navigare
solo foto da spedire ai nipoti
i politici Giuda Iscarioti
dentro il palazzo a guardare.
Vi faremo a pezzi venduti
vi staneremo tutti lacchè
i partiti ormai demodé
e a morte pure i sindacati.
I neri i gay e gli ebrei
che schifo siamo noi gladiatori
lo vedete siamo già vincitori
duri puri maschi e pure dei.
Siamo di Roma
e facciamo il saluto romano
ma se saremmo di Milano
rifacessimo la marcia su Roma.
Una luce.
Là in fondo.
Un debole, fioco lumino.
A volte lo vedo,
altre no.
Prima era più intenso,
ora molto meno.
Pochi secondi.
Qualche breve attimo.
Bello, finché è durato.
Ma ritornerà.
Potrei uscire di qui.
Forse non lo voglio abbastanza.
Lo voglio?
Non lo voglio?
Chissà...
Sono seduto.
La roccia è fredda.
La grotta è buia.
La luce è tornata.
Sempre laggiù.
Lontana e opaca,
ma c'è.
Che faccio?
M'incammino?
No,
troppo rischioso.
E se quella non fosse l'uscita?
Forse è solo la mia immaginazione.
Eppure io l'ho vista.
Ho visto quella luce,
di nuovo.
Questa volta è diverso.
Mi alzo.
M'incoraggio.
Lo sguardo è fisso
su quella luce.
La devo raggiungere.
La raggiungerò.
Il cyborg mette le mani
su ciò che accarezza la vita.
Le certezze macerano
gli sviluppi avviluppano
i lupi stridono
le confusioni fanno da alimento a se stesse
l’ebollizione scende sotto zero.
Il medico rescinde
il malato concede
il fegato decide.

Agrimony
Fiore di bach
Ampolla di vorace pace,
canto universale a
tracciar armoniose note,
gocce distillate,
desio e ragionevolezza,
anima in furor di vita.
Macro ad ali intessute di,
benessere e serenità.
Nettare, equilibrio interiore,
essenza vegetale,carismatica percezione
di astronomico tempo-spazio.
Incedere lento
sulle strade della vita
sulle spalle solo ali
che rimangono chiuse.
nei tuoi pugni farfalle che solleticano dita
i tuoi piedi scalzi calpestano sassi
e la terra battuta
sul tuo viso le rughe di un passato
segnano solchi
e un cuore cosi grande
che può contenere
tutto l'amore del mondo.
cammina con passo leggera
sulla via della vita
angelo senza ali
prima di tornare a casa. Era stato via troppo tempo
e nessuno più lo riconobbe quando aprì le finestre
della cucina. Proprio lì dove in un giorno di marzo
di tanti anni prima aveva chiesto a lei di sposarlo
e non ne aveva compreso il rifiuto. Quel tarlo
gli era rimasto dentro, aveva fatto ogni sforzo
per capire, ma non ce l’aveva fatta. Le giostre
del cuore erano proseguite, ma quell’inciampo
avrebbe segnato un solco nelle sue ansie.
Quel giorno la rivide, era invecchiata
ma sempre bella, finse di non riconoscerlo
fu lui a stanarla col suo sorriso migliore
il tempo non era volato, era il tappo
nelle parole, la ruggine negli occhi
la cenere negli sguardi, gli scarabocchi
nel respiro. Pensò d’avere un ceppo
nel petto e ricordò in un lampo il grigiore
dei giorni senza lei, poi senza volerlo
chiuse gli occhi e rispose a una telefonata.
Di una delle tre figlie dell’ultima moglie
la quinta della serie, l’ennesima strega
di un percorso a ostacoli nei boschi
dell’amore senza virtù con vista sull’inferno.
Lei, al telefono stava urlando dal dolore
le doglie erano iniziate, il chiarore
del sole era svanito nel giorno d’inverno
in cui aveva scoperto gli affreschi
dell’alba negli occhi della figliastra, la droga
nelle sue cosce e la prigione nelle sue maglie.
La figlia, l’unica sino ad allora, l’avrebbe chiamata
Luna, come l’amore della sua vita, la donna
smarrita che aveva di fronte e che in un giorno
disgraziato gli aveva detto di no. Chiuse il telefono
e lo spense, poi vuotò il sacco come fiume in piena
lei lo guardò inorridita, poi sul suono della sirena
lo baciò in modo appassionato. Il sassofono
vibrò nell’aria e l’acuto fu del primo violino
l’orchestra intera aveva decretato la condanna
senza appello. Fu quella l’ultima giornata fortunata.
me l'hai donata tu nel ritrovarmi
fra tanta durezza ed io sono rinata in te.
Alcune cose di me le sai leggere nel silenzio
e, come un libro aperto,
hai sfogliato la mia anima regalandomi
tutto te stesso.
Non mi sostiene il giorno
nè la notte,
mi sostiene il tuo abbraccio, colonna
portante del mio esistere.
Il tuo cuore nella mia solitudine
mi fa ricordare chi sono.
Sei la rugiada che si posa con dolicatezza
sulla mia pelle bisognosa del tuo amarmi.
Costruisco il mio paradiso nei tuoi occhi,
culla di saggezza nel nutrimento
del mio esser donna con te.
Le tue carezze trapassano
il mio animo e placano
il mio dolore.
Per te
sono la cosa più preziosa
al mondo.
Io sono solo un piccolo bocciolo
nel nettare del tuo grande amore.
lontana
nel plenilunio s'affrettano i cuori,
fammi sfiorare il tuo corpo rendimi
degno
compagno di un sogno.
Fammi sentire la tua voce soave
rendimi partecipe dei discorsi dei grandi,
svegliami prima che il gallo canti.
Quando arriva la sera non farmi
mancare il calore del corpo,
un ultimo abbraccio degno di un
sogno dammi prima che dormo.

I gabbiani
disegnano
Volevo
solo
Non ammaliante,
difficile.
Già la vita
facile.
A complicare il mondo
Non
lo
capisco...
Non vedo
la necessità
Amo la semplicità,











