Che ne è d'un fiore senza stelo
quando trema il terreno e s'allarga la crepa
Dove finisce la porpora a petali
quando anche il suono cala in minore
-La rosa carnosa della propria essenza
mi guarda d'amore e di sacro palmo-
Non posso in deserto dar luce all'arsura
-dentro, le mani di glicine avvolte-
che piccolo è il cuore a pervadere eros
dove nessuno ha le chiavi del giunco
“ Cantami, o diva, del pelide Achille...”
e con questo calice inneggio agli dei
annegando nel loro bitume d'alloro
i segni del vivere
e forse inconsapevole,
anche quelli del morire
Qualcuno finisce
ad amare il proprio cuore
per quanto sia maledetto
Quando brucia il sangue di un poeta
riversa parole forti come il vino
e passa bollente nella carne
ne senti la forza mitigata
appena da una vena di dolcezza,
la stessa vena sottile
che apre a fiumi d'amore
pur nascendo da rigagnoli amari
Quando brucia il sangue di un poeta
infiamma chi viene sfiorato
da un sussurro disperato
perchè il suo sentire
è così violento e profondo
da ferire l'anima
di chi resta in ascolto
di parole cieche eppure illuminanti
e viali alberati.
che tu hai calpestato,
nelle urla di disprezzo
che addosso mi hai gridato,...
nell’odio riversato,
perché con le parole
non sapevi difendere l’onore del fiore
che a te si è donato
e tu come un ladro,
l’amore mi hai rubato.
Sono nelle accuse dei tuoi fallimenti,
il cuore dove hai conficcato il chiodo
con il cui alimenti il dolore.
Per te ora la mia vita non ha nessun valore,
mentre tu per me eri tutto l’universo intero,
perciò perderti non lo considero un male,
perché vuol dire che di me
tu non hai capito niente
e non mi hai mai amata,
ma solo disprezzata.
appare,
come un epifania,
isola sperduta e incontaminata,
luce abbagliante
bianca pagina vuota,
la mia vita
nuova.
E sono qui carica di ricordi
zavorre pesanti,
polverose coltri,
da abbandonare
prima di approdare.
Limpide e inviolate sponde
attendono i miei passi,
impronte mai lasciate ,
parole,
mai pronunciate ,
forse spavalde ,o chissà
sfacciate,
ma questa vita nuova
mi scuote e nasce ,
per essere vissuta.
mi ritrovo
scrivo parole per questo cielo
i miei giorni e le mie notti
come una furia irrompe
mi cade addosso .
Mi avvolgo
fino a porsi al mio fianco intinti d'indaco
tra una tazza di caffè
Serena mi ritrovo.

Nell'inverosimile
Perle regalate
Attendo l'oceano
Ed esploda
Che assaliranno...
Lasciando
Ed attendo albe e tramonti
Sono solo come un piattino dell’elemosina,
che giace sul freddo marciapiede,
dove dentro vi sono posati spiccioli,
di amore donato.
Vedo solo buio che fin la notte,
ne ha paura e lo fugge, perché almeno
lei ha le stelle a fargli compagnia
e non vuole essere trascinata nella mia,
triste malinconia.
Anche la morte mi fugge,
perché non mi ha trovato vivo
e con se non mi vuole portare,
perché con la vita lei vuole lottare .
Solitudine mesta compagna,
di freddi giorni, ad elemosinare
un po’ di calore un po’ d’amore.
Dov’è l’amore che mi avevi promesso?
Forse non è mai esistito o non è ancora nato?
Solo un cuore freddo e disperato,
in questa vita mi hai donato,
dal momento in cui sono nato.
Un poeta maledetto,
che narra dell’amore,
quell’amore tanto sognato e desiderato,
ma mai concretizzato.
Scosto i manici della borsa d'ombra inzuppata
per cercare non so cosa che non c'è
La cera la domenica
impregna i capelli tesi ad inricciolire
mentre il ripetersi della quotidiana centrifuga
lascia al suono mantra e sbadiglio
Caduca la mente nel capo altalenante
virgola cenci di pensiero
a tempo del ciondolar di gambe
che ruba il tocco della lancetta lunga
Può essere siano, di vita, suoni .
e il futuro che deve venire.
Scrivo memorie di antichi ricordi o futuri presagi, ...
che lascio di me, pensieri che voi leggerete.
Vivo dimenticato nella mia solitudine
dove solo fioche luci di candele,
vincono l’oscurità che mi circonda,
mia unica compagnia.
Quante cose leggo e ascolto nel silenzio che mi circonda,
raccontate dagli spettri che mi sono diventati amici
in questo esilio che sto vivendo.
Solo l’essenziale mi basta,
fogli di carta e l’inchiostro per scrivere,
odori che saziano la mia anima,
perché solo così posso darle libero sfogo, “ scrivendo”.
Questo è diventato il cibo che nutre il mio corpo
che non ha più tempo.
Gli anni non li ho più contati,
li ho dimenticati.
di ciliegie mature
il piatto sul tavolo
di quelle succose e rosse di Maggio.
Sazio come un campo di rose
ritrova promesse
e lascia l'aria colma di amorevolezza.
Ricordo avevi il sorriso e le raccoglievi
appoggiandoci le labbra
e ad ogni strappo diventava di foglie
il tuo passo .
Vorrei dirti
che era bello incontrare i tuoi sorrisi
quando infuocato era il colore .
Cupa con un pugno di silenzio
il mio piatto vuoto .
senza ghiaccio e tuoni ma lampi e meri abbagli
Ingigantisco il tempo per arpionare il cielo
-il primo da trovarsi, tanto oramai é pioggia-
Non credo sia l'aroma delle divergenze
a spazzolare l'anima di un calamaio aperto
Per ogni goccia o briciola di luna che si spezza
cestino le vocali e rantolo un perché
-non mi risponda un cielo che tanto ormai era pioggia-
A volte pensi d’essere felice,
ma trovi sempre sulla tua strada qualcuno che te la ruba.
A volte pensi d’essere amato,
invece spesso quell’amore ti uccide con del dolore.
A volte pensi che la vita si il dono più prezioso che ti è stato donato,
ma trovi sempre qualcuno che te la distrugge.
A volte credi d’esser importante per qualcuno,
ma poi t’accorgi che lo sei solo fin quando hanno bisogno di te.
A volte t’accorgi che la vita passa così in fretta
e si porta via con se tutto quello che d’importante credi d’avere.
Fantasmi d'amore
arrivano
prendendoti soffi di vita
ti chiudono in cerchio
e danzano con echi di risa
affondano dita nel cuore
lo bucano insensibili
se recano dolore.
spingono con spallate pesanti
sull'anima inerme
sorridono beffardi al tuo viso incolore
nessuno di loro ricorda il tuo nome.
crepita il fuoco di un falò
resti sola tra le loro parole sguaiate
che nel solo pronunziò lasciano impronte
chiudi gli occhi falli svanire
lasciali partire per quel viaggio senza ritorno
che per te sarà solo pace.
Inciampai sul ciottolo al passato
finendo in abito ad un'angusta via
che mi dettava quale fosse il firmamento
per tingersi la cute di finestre
Il luccicare atavico d'un vicolo
pareva tinteggiarmi un'orizzonte
ma verticale io ed i miei calli
finimmo a regalare gli occhi a un dio
Qual fosse non so ma mi agganciai
all'unica catena di un sorriso
ma Eolo mi sorprese e in corpo al cielo
di vento diventò il labbro a falce






