a dormire sulle spine
e nutrirmi di larve e ortiche
bevendo la bava delle lumache.
Sono tornato con tutta la zavorra
del mio ieri
con il passo stanco di un illuso
quando ho baciato Dio
fino ad essere colluso
con la pioggia e le maree
di giorni senza buio e senza notte.
Non ricordo bene
in quale mare, sogno o cielo
ero finito
ma ricordo le primavere
i fiori nei miei occhi
e le costiere
dove il sole perfora le pupille.
Sono tornato
qui nel mio deserto
nelle alcove dove tracima un fiume secco
qui dove ho alzato un grattacielo
di sciocche poesie e labbra aperte
come fosse siero
per far pace con la morte.
Sono tornato a riappropriarmi del mio nulla
di un credo che non parla la mia lingua
e qui ormai rimango come uno straniero
senza cuore, sangue e anima
uomo finto con viso d'argilla.
dove l'acqua serpeggia seducendo pietre e alpeggi
Le felci ancora sanno celare dei segreti
e il pino mugo dona incalzante il suo sapore
Nitidi e ancestrali passi fanno presa
nel sentire lembi d'ataviche giornate
Sorseggio il retrogusto in catrame di quel vino
che tanto inebriava il mio calice ed il volto
falcando -in orizzonte- brumosi prati incolti
come non hanno scarpe, i piedi senza passi,
seppur tu stia lì, fermo a guardare.
Si sono spente le candele consumandosi,
i ricordi portano al passato,
sfumato, sbiadito, ma sempre presente.
S’accorciano le giornate, con il finire dell’estate,
cambiano i colori, con le stagioni,
eppure ci son uomini che restano soli.
Musica senza canto, il vento la porta lontano,
musici l’ascoltano, per poi riproporla un domani,
tra le vie, da veri gitani.
Scorre la vita come l’acqua di un fiume,
bagnata dalla pioggia
ma, se guardi in ogni goccia, ci puoi vedere il mare.
Con un respiro alitato elevi il cuore,
il sangue a volte duole e, con le menzogne,
l’amore muore.
morto e sepolto
avvolto in questa viscida tela
e appeso al vento
affinché lo asciughi.
Un vento cosi freddo
da far battere i denti,
questo corpo insepolto
esposto
manifesto esplicito
di un infelice
morte.
Pestato,usato ,e infine abbandonato.
Sfortunato , mal riuscito,
appeso al vento, culla e carezza,
di un bozzolo
andato a male.
I vermi a far banchetto di queste carni
gustano a gran ganasce ,
persino i resti del tuo sentire.
Lauto pasto sono i tuoi tanti cuori
mangiati uno ad uno
e poi sputati ,
masticati senza troppi pensieri,
convinti quei denti di non farti male.
Povero, disgraziato corpo incompreso ,
spiegato come vela alle intemperie
pesante come piombo per cedevoli mani.
Caduto senza rinascita ,felice del buio che ti avvolge piano.
e si ancora a circuito neuronale
o annega come un gesto accidentale
nel cono d’ombra opposto accolto in secchio?
Se si dissolve per non arder vecchio
nella memoria tridimensionale
rinforma come amalgama ancestrale
in collimate tracce d’apparecchio.
E come un verso sgorga all’improvviso
ristora col suo ritmo e alla memoria
sembra ancorato per l’eternità
ma se non lo si schizza come un viso
non lo si appunta almeno in istruttoria
sul taccuino, al poeta svanirà.
che diventa consuetudine,
le risposte scontate, ...
le giornate appoggiati
con le schiene contro un muro,
a guardare la gente passare.
Piano piano, muori ogni volta
che non vuoi cambiare,
perché ti fa paura dover realizzare i tuoi sogni.
Gradatamente c’è chi si lascia morire
e con lui fa morire anche chi gli sta vicino,
perché non lo sa amare,
trascinando così tutto e tutti,
nel suo baratro della solitudine.
Piano piano, così, non ti accorgi
che la vita ti sta sfuggendo dalle mani,
lascandoti da solo, a piangere chi ami.
Al mio chiuder d'occhi
scorrono volti e immagini sbiadite
si ripongono nel baule dei ricordi
ma rimangono nel cuore
tagliano l'anima sottile
come fragile velina.
vaga poi il pensiero
ed appaiono altri volti
come fiori delicati
nuovi e dai contorni ancor sfumati.
vuole la mente imprimerli
e lasciarli galleggiare come bolle di sapone.
tra una sorta di bene
che di più li dilata
come edera forte aderisci
per non perder sensazioni
e dar spazio alle paure
ed ecco volti sconosciuti si fan spazio
sono belli e limpidi
sono il futuro che i tuoi occhi cercan invano
ma sei sicuro che avverrà?
Ora rimane il tuo volto allo specchio
che speranzosa una risposta chiede
sotto a quel riflesso gemello
del tuo essere celebrato
che per te forse rimane
un perfetto sconosciuto.
taglio l'orizzonte con un bisturi di luce
sventro la notte con una lama di sole
che accechi perfino il cielo
per non vedere più un oceano nero in aria
per non riempire i miei occhi d'ombra
Sono l'assassino armato del fuoco,
un raggio d'oro a bruciare il nulla
sventro la notte con una lama di sole,
eroe di una nuova alba sulla terra
vi potrò sembrare,
a voi che l’arte comprate, ...
ma non mi venderò
per il piacere di essere comprato!
Umiliarsi ai giochi di potere,
solo per un po’ di falsa fama.
Voglio essere e restare un uomo libero,
anche se vivrò da povero e misero,
ma la mia arte voglio resti immacolata.
Dal vostro giudizio,
la mia arte non sarà mai contaminata.
Preferisco vivere per le strade da barbone,
con le mie poesie scritte su dei fogli,
tenuti in tasca.
Dormire sotto un portone riparato da dei cartoni.
Un fiasco di vino per consolazione
e tutte le volte che mi ubriacherò,
al cielo stellato e al mondo intero,
le mie poesie leggerò
e se vendute non saranno,
di sicuro un posto troveranno,
solo nel cuore di chi entrare le lascerà.

Dei giorni bui
non resta che quella luce
filtrata dallo sguardo
che arriva fino al cuore
tamburellante e sordo
come ingenuo primitivo
strumento di dolore
di quei dì colmi di tremore.
L'assedio del dolore
in spire d'onde coglie
e rinchiude nelle segrete
della vita tradita
mentre l'anima nell'assolo del violino
su corde taglienti si dibatte.
Da quelle antiche terre mi raggiunge
la caduta di ogni suo frutto.
Ogni tua parola era un affondo,
un pezzo di bravura
tale da disgregare sicurezze
e annerire lo specchio
dove noi due abbiamo brillato
per un attimo soltanto.
gira la luna
e gira con essa il mio capo asceso.
Gira la giostra e la ruota del carro
quello che lento osserva i cavalli
-di razza e le chiome d'alto lignaggio-
La mano offre ansiosa il mio palmo
che ora da quando chiede quel destro
anche la foglia d'acero alluse
< darò a te carezze di caduchi amanti
serrati nel loro bilingue languore >
Gira gira
e rigira la voglia
quella del rendermi capo a me stessa
del mettere in mano la chiave al mio tempo

A volte mi domando: “Per chi scrivo?”
per me, per il mio gusto, il mio diletto,
per gli altri, per donare con affetto
i miei pensieri, quel che provo e vivo
o perché quello che nel cuor coltivo
e che nei versi ho scritto in modo schietto
dopo di me, col suo pregio e difetto,
rimanga qual consiglio positivo?
Non so qual è la giusta soluzione
ad un quesito così vago e incerto
che forse rappresenta un’illusione;
per me è un grande svago, questo è certo
ma è anche un moto in più di riflessione
su quello che ho goduto ed ho sofferto.
son fatte di urla e grida di dolore,
hai buttato via le tue valige vuote di cartone. ...
Le ha svuotate chi ti ha predata,
non gli importava che tu volessi essere amata,
bruciando i tuoi sogni nel falò delle sue vanità.
Ti aveva promesso che ti avrebbe portata con lui,
fin dove finisce il mare,
ti aveva regalato acquerelli che puntualmente,
si scolorivano sotto la pioggia, nascondendoti il sole.
Avevi diari sui cui avevi scritto la tua storia,
per rabbia ti ha strappato tutte le pagine sulle quali avevi scritto:
"Oggi ho avuto momenti di gioia".
Meschino voleva che tu fossi triste
e tenerti in pugno come sua schiava.
Ora tu grida forte al cielo per far tornare nella tua vita il sole
e comprar nuove valige da riempire d’amore.









