Ho visto un bimbo
sgobbare per cibare
il proprio vincolo…
Un gioco l’è negato.
Sorrisi, non conosce!
< = >
Ho visto un padre
stremare per portare
un pane a casa.
Sudore, solo raccoglie.
Giulivo, non cammina!
< = >
Ho visto una madre
che in quattro s’è spaccata,
per dar appoggio.
Soltanto stille vede.
Sereno, non ravvisa!
< = >
Dov’è che ride
il globo, un esser chiede?
Cucite labbra!
Ognuno saper suole.
Amando… lo diremmo!
La fata s’è rifatta, dio mio come invecchio!
La bocca, i seni, le natiche, il guardaroba
e il mago del Caucaso, lui s’è l’era già fatto
a dire il vero, ma il ritorno di fiamma è da osanna.
Ora è pronta per il concorso “ Nonna dell’anno”
è la prima favorita dei bookmakers, i nipotini
guardano la parrucca in rosa e non capiscono
sarà una fata stregata? Pensano all’unisono
è tutto strano, è come in un film. I bigodini
sono il passato remoto, quantifico il danno
la fata è stata beccata a farsi una canna.
Ora è tutto cambiato, ha fatto un baratto
un patto col diavolo, quello col forcone e la barba
poi è sparita, prima di diventare uno specchio.
Non cambia mai nulla, questo, l’altro o uno spillo
è uguale, basta che sia la stessa la finzione
nel grottesco della magia è tutto ordinario
anche l’amore segue il calendario, una fuga
che diventa dipendenza e il finale con la stoccata.
Se la fata è in guerra col dolore può bastare
per il resto è richiesto un miracolo vero
con l’amore sciolto nell’acido, il sentiero
semplicemente non esiste e di fronte al mare
le stelle che scorgi ad est non hanno una data
di scadenza ma se vedi una linea incurvata, una ruga
figa nel cielo, l’incanto svanisce nell’arbitrario.
Lo show, se è iniziato, deve continuare e la canzone
finale in stile demenziale, è suonata da un coccodrillo.
in questa piccola fossa oscura
il mio cuore,
e come giovane arbusto
germoglierà in primavera.
Esili rami e minute foglie
tese verso il cielo come piccole mani,
bisbiglieranno al vento incomprese parole.
Sogna di fiori e frutti,
in una calda estate,
sogna di pioggia fitta, a dissetar la sete.
In questa piccola fossa
calda,
come il grembo di una madre,
trattiene il battito, e respira piano,
perché l’inverno non lo venga a cercare,
e aspetta,
che la tua mano,
lieve,
lo accompagni, in questa nuova vita,
eterno abbraccio
caldo, come un raggio di sole.
su vetrate di spaccati
- arcobaleni -
mai affilati o arrotondati
come i miei pugni
chiusi tra i ricoveri
ed i silenzi incipienti
macchie oscure dei miei ricordi
di morte che sopravviene - improvvisa -
come il biancore del sole
quando lo fissi e t’acceca
Poi la quiete
Ed un senso di glicini
Il profumo di discordanze semplici
e note
di viola e giallo mimosa
Sono io così
Un fiore andato
Nell’apice del tempo
Ma mai dimenticato
tetra e buia come le grotte,
oscura l'infinito cielo,
ricopre l'orizzonte come un velo
Circondando l'intero panorama,
la notte tesse la sua trama,
avvolgendo l'ambiente circostante,
col suo agire accattivante
La notte avanza maestosa,
facendosi largo,
con una calma presuntuosa,
prima di riprendere il suo letargo
Prosegue il suo cammino,
percorrendo ogni sentiero,
fissa ogni creatura da vicino,
imponente come un veliero
Viene trafitta dalla luce del Sole,
lasciando spazio al giorno,
si allontana ritraendo la sua mole,
illuminando tutto ciò che trova attorno.

Parole ascoltate mille volte:
promesse convincenti
tese in filigrane di luce
abbagliano gli occhi
oscurandone la visione profonda.
Illusioni assorbite attraverso fili tesi
ancorati alla vita
e a ciò che brama il cuore,
alimentano speranze
nell'illusione dell'amore...
sogni sospesi tra la gioia
e la disillusione imbozzolano l'io
in un'afflizione d'azzurri cupi.
Si è prigionieri
in una gabbia senza sbarre
da non poterne uscire
costretti tra angoli bui
in una vertigine d'istanti smarriti...
Il mio stanziale Cairo è qui dietro la finestra,
Movimenti leggeri di foglie
scorrono negli occhi
né riempiono lo sguardo
e sentirne la carezza sul viso
che dà pace,
scorrono gli occhi sulla terra
e i campi appena arati
zolle scure e umide come onde precise
segnano il campo.
fili leggeri di spighe rimaste dal raccolto
s'intrecciano come spine.
il vociare dei passeri come musica
s'ode e copre il rumore delle auto.
sole bianco di riflesso
rischiara ma non porta calore.
una mattina di fine inverno
che sa di primavera
nessun boccio di fiore ma tenere foglie
s'aprono sotto gocce di rugiada.
stringi tra le mani pezzetti di cortecce e
sassi tondi
son tesori di bambini ormai cresciuti.
Appesa a una stella, la più vicina
dopo il sole, l’ha chiamata vertigine
perché non ne ricorda il nome
come la sensazione di brezza provata
quando ha incontrato uno sconosciuto
finito nel bosco dei tramonti argentati
o quando ha visto presto realizzati
i suoi sogni di bambina. Sente il liuto
lieto in lontananza, è una trovata
del signore dei mantelli rossi o di dame
di rame pietose con gli ultimi? L’origine
o la fine è un mistero, ma qui lo è più di prima.
Eppure è lì per cercarla, in un tempo
sghembo al quadrato e in uno spazio ristretto
l’equazione non è la stessa. La notte
l’ha ignorata e la morte le ha fatto visita
l’appuntamento è rimandato, le ha detto
a data da destinarsi, deciderà il caso,
l’amico fico e matto con l’anello al naso.
Qualcuno da lontano ha osservato tutto
col cannocchiale, ma a sua insaputa
ora può riferire ogni dettaglio al conte
dei bastioni d’argilla, lui l’ha costretto
con un ricatto e non ha avuto scampo.
La verità è imprigionata, giura, tra le mura
della grotta dei folli, ma è in un’altra stella
ai confini estremi dell’universo. Nessuno
è mai stato laggiù senza perdere la ragione
forse è meglio non sapere quali segreti
nasconde l’oscurità di questo labirinto.
Chi ha la sua parte di ragione ha già vinto
un viaggio premio di dieci anni tra i pianeti
del sistema solare, come astronave avrà un drone
o l’aquilone più colorato e misterioso di Nettuno.
La vertigine è evaporata ma è arrivata la gemella
della nostra eroina, tra le due, la più dura.

A volte i giorni sono cose smarrite
passano fra dolori o gioie estreme
persi su corsi lastricati e finestre prudenti
che s’aprono in viali di facili memorie.
Dietro una tenda in voile e un vaso d’elicriso
ti scorgo intento al passo breve d’un sorriso
poi basta- un saluto distratto
mi dice che io sono
solo una comparsa di tempo
e non mi compete l’aria che respiri-
Se mi soffermo dietro l’incanto
di quel che tace intorno
ne contemplo i tumulti e non dico oltre
porto lo sguardo su un braccio di lanterna
in questa città che viaggia troppo in fretta
ma non sa governare le sue corse.
Osservo vite ordinarie
e in controluce ne fisso le ascendenze
mi sento parte del tutto- in un raggio di voci
che esprimono destini lontani
mentre respiro gli aromi dei portoni aperti
alimenti che esalano essenze
d’altre vite- esposte come quadri
in muri che non sempre le sostengono.
Dietro un fondo scuro di persiana
posso solo intuire i volti
di due ragazzi innamorati
che si offrono l’eterno senza un rito.
Non vado oltre,
ché l’amore non ama inquisizioni
ma distanze di sicurezza-
Dò l’ultimo sguardo furtivo, infine
alla vita che mi viaggia intorno-
Su una stanza luminosa di sole
eppure con luce accesa
c’è una vecchia signora
che sotto i fondi del caffè
crede d’aver trovato la risposta
alla scomparsa del suo barboncino-
mentre del muro di Berlino
non le è mai importato niente.
Parlami un po di te
per sempre in una foto...
miope nel tuo sguardo c’e solo un tempo lento
il mio.
Eppure rido insieme al tuo sorriso, e canto la tua canzone,
stonata ti arriva la mia voce e non ascolti.
Corro e rincorro la tua ombra mentre la mia scompare,
invisibile impronta,
gira veloce e lascia tracce astruse alla tua mente.
Gira su queste ruote la mia vita, in un mondo strano,
lontano, indifferente.
Seduto, in piedi, sordo o muto
o forse pazzo, io grido,
ma la mia mano annaspa
e sono un vuoto a perdere per i tuoi occhi ciechi.
Nel mondo parallelo in cui mi hai relegato
Corro e non ti raggiungo, chiamo ma non mi senti,
chiamo e non mi stanco, perché ci sono,
e vivo comunque e sempre qui al tuo fianco












