Pensieri di ruggine
dal ferro amaro
delle parole
il veleno cola dalla bocca.
La malignità cancerosa
meriterebbe la lingua tagliata
e il sangue sulla lama corrosa.
Il sapore del sale
e del metallo
da deglutire.
Ulcera nella tua gola
le sentenze inique
che pronunciasti
ora si fanno piaga
e muto ascolti il mio libero urlo.
i miei silenzi
dando un’occhiata all’orologio,
sballottato me stesso nella notte
poche visioni piene di speranza;
tanta distanza del lontano
in un creato diverso,
un seducente uragano
di note e di silenzi,
universo distante dagli umani,
impegnato nel canto e nella danza;
è tutto vero,
è certo non ho vagheggiato,
invece mi sono ritrovato
di nuovo nella stanza
dove la sera m’ero addormentato:
molto strano!
Nel sentire
fu un dicembre lontano.
Per sentieri a me sconosciuti vagava
l'amore d'un mondo sommerso,
il volto d'un giorno,
trovato e perso.
Per spazi d'emozioni
cercando occhi e perdizioni.
Dicembre m'avvolse,
di frettolosi passi,
fra marciapiedi spogli
e figure scolpite nei freddi massi.
Fu dicembre, che per luminarie spente,
imbandì tavole di lussureggianti rossi,
baciandomi col suo morso velenoso.
Carte truccate su verde risvolto,
tra sfere d'avorio e birilli di plastica,
carte d'un baro senza tempo
nel tempo del tempo empio.
Furono esplosioni d'universi nascosti
in mancanza dello spazio.
Furono chiuse rientranze dell'anima,
sprofondate nei buchi neri della società.
Furono occhi che accesero bianchi alberi
furono tutto…
E io che nulla fui,
m'accesi con loro,
fino a spegnermi con l'ultimo fiocco di neve,
che incurante del tempo,
inerme scioglieva la sua esistenza
sul davanzale d'una finestra chiusa,
solitario
nell'ultima sua vana parvenza.
può togliere il fiato,
e pace si dirama nell'animo.
Come acqua che innonda
circonda, aleggia leggera, muta,
fa innalzare confini
dove oltre ci sia ancora vita,
ma non ti sfiora, rimane lontana
agli albori del tempo in cui forse eri...
Adesso, resta solo la voglia di andare,
di toccare, di avere ancora qualcosa tra le mani,
da stringere senza più aspettare.
Anche se le tue aeree certezze
ora sono solo vane.
Ora è il tempo dell'acqua.
Proveniente da un viaggio antico
sulle vie del silenzio,
avendo incontrato
sul fiume del tempo
il nocchiero che traghetta
le nostre memorie,
mi accorgo di quegli occhi
che dovrebbero essermi estranei
e che invece riconosco.
Tornando
dai vicoli oscuri del passato,
coscienza randagia
nei meandri della notte,
mentre il sogno si replica
e un vecchio profumo
solletica il naso,
ti vedo , illusione tra le illusioni,
immagine tra le immagini.
Prendere corpo
nella più grande bugia,
la realtà che di vero
ha solo l'abilità autentica
all'inganno.
Noi semplici ologrammi.
E quel viaggio sappilo,
ora di colpo comprendo,
non c'è mai stato.
Nessuno mai partito,
nessuno mai arrivato.
Poi mi sono immersa nei pensieri
guardando il mare
affondando le mani nei granelli bianchi
e polverosi della sabbia .
Quello specchio è un racconto che parla
e mi ricorda il nostro bacio ,
i giochi tra le dita in un cerchio ,in un quadrato,
svaporata una spirale sfugge lo sguardo dove
la luce si mescola con le onde lattiginose
tra le pietre sfumate arrotondate dalle maree.
Senza calca il crepuscolo
abbozza pennellate screziate sull'acqua
le seguo con gli occhi
mi perdo
ho le guance rosse
un dipinto scarlatto di pace e silenzio mi avvolge
come un vortice di Van Gogh
e poi si fanno
accese piccole stelle nel cielo.
Se tu mi blocchi
si spezza il fuoco
anteriore esiliato profilo di un altro!
Fumo gelata l'esistenza
tra i rituali di attese e celebrate scadenze
accartoccio errori equilibristi incendiarsi
oltre l'oscuro nembo!
Tracima l'astro opaco, esita,
dalla sanguinante luna
io di follia muoio
esausta!
discernere il Verbo e
comprendere il senso del senso.
Vorrei parlare del bene e del male in misura eguale,
come eguale è l'anima dell'uomo,
nell'esser tale.
Vorrei che la gente potesse guardare veramente i miei occhi
e capire quello che io penso,
quello che io sono.
Vorrei un luogo dove il semplice insegna al complesso,
dove il maestro ascolta l'allievo.
Vorrei una dimensione dove tutti fossero se stessi,
tra difetti e pregi,
ma che i difetti fossero veri
altrettanto quanto i pregi.
Vorrei che tutti entrassero nella mia casa
per banchettare accanto al fuoco dell'amicizia.
Vorrei la cecità per vedere meglio gli sguardi ipocriti della falsità.
Vorrei avere l'intelletto per non comprendere le azioni,
vorrei agire non avendo intelletto.
Vorrei essere tutto e nulla,
se nulla volesse dire essere se stessi sempre,
allora lo abbraccerei certamente per un eterno tempo.
Vorrei leggere l'animo dello scritto,
non lo scritto in animo,
quell'animo che ferisce e non lenisce,
quell'animo vuoto di se stesso e pieno di altri.
Vorrei essere io nei limiti e nelle cose finite,
nel brutto e nel bello,
vorrei essere io nel rispetto dell'uomo.
Vorrei proferire ciò che il sentimento mio comanda
senza che il comando proferisca sentimenti,
biechi, silenti, sotterranei.
Vorrei comprendere molto meno di quello che comprendo
e visto che vorrei
per una volta lascio il condizionale a chi è condizionato
e nel rifluire dei versi porgo
inchino e riverente saluto alla poesia
e sul greto d'un tranquillo fiume movo li gioiosi passi mia.
Quando muore il giorno
tra le mie braccia esauste
mi racconto nell'ombra
senza trovarvi un senso
inconsciamente mi divido
dalla vita all'essere calma radice
ma tutto è il punto in cui sono
e nel vasto informe lare interiore
l'anima non è che amore
alieno al mondo
confuso abisso essere fecondo
mostra del cielo!
Riposa allora tra le forme naturali delle cose
la mia stanca voce
eppure ancora la odo
intonare gemiti estinti
di una luna che sale oltre la macchia.
Assisa tra cumuli
manca il dono per il quale amavo,
e tra i boschi e le mura di tufo
io vado cercandomi
smarrendomi in Astrale furore
in Templi di terra e sudore:
muoia allora chi io sono
l'essere mio essenziale
corpo senza corpo
carne del mio astratto nulla!
Che io sia allora
esaurita volontà,
e se la morte è la curva sbagliata
che la terra si inginocchi!
Sono ora il mio sonno
tutte le vite che ebbi in altri sonni
sono mare presente
nella mia anima, presente,
alla tua,
presente.
Il mio cuore è tuo,
che il tuo, è mio.
Vento, crocifisso!
Sorgendo dalla terra s'apre lontano
forma invisibile del firmamento:
ecco un uccello
serbare in corpo
onde di nebbiolina pace,
arroventata vita!
E adesso lasciatemi cantare:
oh sepoltura
siano domate con forze aliene
le visioni dell'anima mia!
Che taccia la voce
in riva all'afflizione
dall'opaco fulgore giallo di questa terra araba
io sono un Tempio
io sono una Valle!
Nessun pensiero, niente rimorsi,
nulli anche i peccati.
Impellente è il bisogno
di qualcosa o qualcuno
che mi renda sostegno
che mi tenga per mano.
Faccio un respiro, scivola giù
tutto è fuori… sto con me.
Difficile trovare le chiavi
quando non torni da un po’!
Ma entro, torno a me
al sentire più profondo
al sospiro più leggero.
All’orecchio assoluto
al palpito breve del cuore
ed ho sguardi infiniti che
non conoscono ostacoli.
Torno a casa, mi ritrovo,
mi abbraccio forte
sto con me…
che quel silenzio urli
tutta la rabbia
e la tristezza
che mi devasta.
Che l'onda si schianti
sulle rocce.
Attendo...
Che il lupo mangi la pecora.
Che la montagna crolli
e sotterri la città.
Attendo...
che la pace
plachi l'ansia.
Che la luce del sole
lasci il suo tempo
al tramonto.
Aspetto che la notte
scacci via la luce.
Attendo che l'alba
plachi la devastazione.
Fu quando
la ferita cominciò a splendere
che il cielo si fece stigmata blu
dentro ai miei occhi.
Ad un tratto il senso del dolore
divenne limpido
come fiala cristallina.
Fu quando
il silenzio aggredì
con il suo potere oscuro,
urlo sibillino dall'interno,
la mia bocca inerme
incapace di sillabe d'amore
che ne sentii l'urgenza.
Fu allora che il senso della morte
svelò il fiore scuro tra le sue spine.
E ogni giorno scoprirmi
più spietata
mietendo con la falce del dubbio
ogni falsa certezza alla radice,
dissacrando culti senza spirito,
demolendo statue amorfe.
E ogni volta poi riconoscermi
in un frammento di fantasma
riflesso in una scheggia di specchio.
Il massacro della mia innocenza
ha lasciato fiori morti
e sangue sulle vesti.
Ho spaccato una pietra
della mia vecchia casa abbandonata
per lasciarle una ferita o un segno
del mio passaggio.
Ho bruciato la foto di un amante
andato via perso nel tempo.
Ho lasciato il traditore
appeso al mio patibolo.
Mi resta solo un cuore nudo.
Costruendo una perfetta distruzione.
Ho un alterco col telefono,
così tutto il giorno.
Lo aborro, e forse esecro anche
le lasagne bruciate nel forno.
Per telefonarti le ho obliate,
e ho un terribile mal di schiena.
Mio malgrado chiamerò il ristorante
e ti porterò fuori a cena.
Appena arrivi… sono lasso
e vorrei tanto librarmi di primo mattino
da tutti quei tuoi concetti pudici,
da te che hai bisogno di qualcuno vicino.
Quel qualcuno non al pari mio dissoluto
che non provi acredine per l’abbottonatura
del tuo reggiseno a me inviso quanto
a te astrusa nei miei versi la scapigliatura.
Dici che sono troppo precipitoso, ma
gradirei quasi mi reputassi una figura lappola.
Se solo immaginassi il mio livore verso
i tuoi sms, antitetici a qualsivoglia mia epistola









