musichi carezze e sensazioni
muto sanzioni il suo pensare.
Cavalchi a bordo di un sospiro
una cometa per destinazione
in alto, nella posizione
ove nulla sia l’attesa del presente
e vi taccia il futuro
perché sia valido il concetto
che, per quanto perfetto,
sarà tutto prematuro
e prevarrà la relatività,
ponderato principio
con l'oscuro figuro della nullità.
vero o falso che sia
per ogni circostanza
se ne sfodera uno,
ma quanto costa sorridere
se il cuore è ammalato.
La gente che ne sa
dei tuoi intimi pensieri
dei tuoi ingranaggi mentali
con le rotelle
che fuoriescono
dalle rondelle,
nessun guaritore
mi aiuterà
solo il tempo
lo farà .
L’orologio del taxi segna quasi l’ora delle streghe
quando attraverso la notte dei discepoli dei vizi.
Dalla vettura di un barbogio giunge il piacere
artificioso di una giovane donna fantolina, e sul
marciapiede accanto uno sbarbatello cerca di rifilare
il suo veleno a un signorino spiantato del quartiere.
L’insonnia porta al guinzaglio una madama che porta
al guinzaglio una bestiola dal passo attempato
e una sirena blè scompare nella notte ammaliatrice
come la sirena dagli occhi cesi dietro l’angolo.
Mentre attraverso la notte dei poeti scribacchio note
sul mio taccuino biavo: ogni Dante ha una Beatrice.
Come ogni insonne ha la sua briglia, e ogni
Sirena deve fare i conti con la propria coda.
Ogni squattrinato trova comunque un predellino.
Il mosto mi porterà confusione come le droghe
prezzolate su quei marciapiedi; ogni poeta
ha la sua strega… e intanto il cielo si fa cilestrino.
La notte dormo poco, e a volte male
perché i figli sono un boccale di birra
quando la gola è arsa, sono pane e salame.
Ma sono anche gli ultimi spicci alla metà
del mese, o per la strada buchi nel brecciame.
La notte dormo poco, perché la notte
mi fa scrivere di chi non c’è più.
Di chi riempie le stanze, e di chi il cuore.
La notte mi fa ridere scomposto
e capita che io esca e annusi un fiore.
Se la stanchezza la fa da padrona.
Ma mi ha fatto anche piangere la notte,
con la gola arsa sdraiato sul brecciame.
Senza sogni, o fiori dentro il cuore; niente spicci
per un poco d’acqua o un pane orfano di salame.
una luna tonda misteriosa si distende e

Dal WEB
ormai affidata a crinale d’onda
oppure onda spessa che ora alza
e ora abbassa la superba cresta.
Il mio respiro impera,
annulla il tempo quale che sia,
fa schiava questa pelle calda
che a comando si distende e stira.
Il buio, aperti o chiusi gli occhi,
non cambia d’una virgola nuance
mentre mi accorgo che di lui
da parte ho messo ogni paura.
Poi, del respiro perdo ascolto
al primo prillo del cuscino,
al colpo di tosse intempestiva,
all’idiota attacco dei pensieri.
Nella mia gara contro il sonno,
ancora prima che io perda,
tento e ritento d’esser solo,
di risentire il suono di tamburo.
Tra poche ore, rasoio in mano,
non mi ricorderò d’aver fissato
né in una lacrima né in un sorriso
l’istante in cui sul serio vivo.
Rincasando dal lavoro
con le mani sporche e madido
di sudore dò un bacio a colei
che condivide con me questa vita.
E tre buffetti ai miei figlioli.
Poi mi rinfresco al fontanile
nel cortile, e siedo sulla panca.
Lavati via i pensieri, e con essi la fatica
svesto i panni del mastro e indosso
quelli di padre e marito.
Guardo il cascinale ancora da ultimare
e vedo lei che mi osserva con sguardo
complice di sposa vigile e discreta.
Sorrido, e ascolto i loro sorrisi gai.
Prendo la matita e provo a fermare
tutto questo sul foglio.
Concedo un po’ di riposo al mastro
e incontro il poeta.
non tanto tempo fa,
un signore, non un Principe,
che aveva il vizio di amare la vita.
Un bel giorno…
Sapete cosa fece?
Prese per mano i suoi difetti
e si incamminò per un sentiero,
il sentiero sempre suo preferito
che verso Sud finiva di fronte al mare.
Giunto alla scogliera,
si tolse le scarpe e i vestiti,
controllò che il sole fosse alto ancora
e giochicchiò un po’, un bel po’, con le onde.
Eran basse,
come spesso accadeva
ogni qualvolta le rivedeva.
Eran linde,
come spesso accadeva
ogni qualvolta le rivedeva.
Poi, con fare sicuro,
scelse tra tante una roccia,
una roccia un po’ particolare.
Era tonda,
così tonda da sembrare finta.
Il Nostro non amava gli spigoli,
tranne quelli delle lune d’estate.
Era liscia, quella roccia,
così liscia da sembrare finta.
Il Nostro non amava le rugosità,
tranne quelle di un certo tipo di rosa.
Soffiò sulla roccia,
su di essa volle nudo sdraiarsi
e per intero volle lui raccontarsi.
Prima di rituffarsi,
su quello stesso scoglio
uno dopo l’altro con cura posò
i difetti che aveva preso per mano.
Al ritorno,
trovò tracce
di sole e… di sale
giacché qualche onda
aveva osato più delle altre.
I suoi difetti
erano stati lavati
e qualcuno, ora, mancava.
Il cielo ha una bocca di cenere
e sputa pioggia da labbra di nuvole
I miei occhi sono pozzi
e catturano acque inquiete.
Fiumi scorrono nelle pupille.
Non confonderli con le lacrime
che custodisco in un blocco di ghiaccio
sui fondali del cuore.
I temporali passano.
Il vento si calma piano.
Ma i rami spezzati restano a terra
come scheletri sbattuti
dalla ferocia del vento.
I segni della furia.
Ed i segni sono firme e sigilli
vergati con il sangue
come le ferite appena aperte.
Le vie del dolore sono
talvolta squarci, talvolta vene scure
sul petto bianco della pietà.
O i lividi violacei della rabbia.
Sulla nostra carne il tempo si imprime.
Tatuaggi manifesti o occulti.
Bisogna saper cogliere le sfumature.
Ed essere capaci di minima empatia
o almeno di uno spirito d'osservazione
che violi i limiti della superficie.
Che si inoltri sotto gli abiti dozzinali
dell'apparenza.
Fino a sfiorare sussulti d'anima.
illumini il mare.
Aspetto
che mi dia forza e coraggio,
lui forte e possente
si allunga sul mare,
da la luce a chi naviga
tra pensieri e sogni.
Una voce arriva da lontano
urla di gioia,
urla di liberazione...
nulla più ti può far male
è tutto si realizza in questa
notte di sogni...
...e la parola non avrá piú voce nè inchiostro a sporcare mani
sudate in abbraccio a sfregarsi un bacio
sciolte da un tizzone a nuovo giorno
l'unghia graffierá l'affanno del tempo
e di sangue urlerá il palmo
-mio equilibrio, stasi mistica, viola a sud-
fradicio il verbo a rimpicciolire un sole
Un punto.







