Corrono gocce.
Son fuori e dentro me.
Entra l'eco di stanchi se.
Appare.
Scompare.
Luce smuove e bianche son le strisce.
Muore sera
oltre la vista
nell'ombra che al vento si disfa.
Piove sui platani dimessi
nei rivoli di canali dispersi.
Passa solitudine
mantello mio d'inquietudine.
Passa e son solo nella strada,
solo ovunque vada.
Scalcio pozze
riscrivo stesse bozze.
Una sera di chiunque
nel mondo qualunque
e passa tutto sul corpo disfatto
in un tempo distratto.
Distratto mi bagno di me
mentre muoio
senza aver compreso perché.
Formando nugolo d'insetti.
T'accecano, e non tace la voce dentro
Dove nascosto sta l'animo mio,
Grida forte.
Ma muto il suono
Non fa vibrare diapason.
Solleva la testa percossa da lame
Che tagliano in due.
Piccoli frammenti di blu
Dipingono le mie dita stanche
E contagiano anche le mani,
Celesti come cielo settembrino,
O come il mare al mattino.
Così traggo forza,
Alzo le spalle e aspetto la luce
Come bambino.
un angolo di cielo dentro la stagione.
Confondersi
Posso solo fermarmi
frantumare le tempeste
intonate dalle tue dita
strisciano sulla mia carne
- mentre il silenzio ascolta assorto -
il coro degli spettri ulula,
leggo un gelido labiale
su volti senza occhi
- la notte accompagna melodie distorte -
e tu streghi la mia anima
trasformandomi in pietra,
assiderandomi le vene
- impazziti gli strumenti hanno vita propria -
anche il buio ha un suono
che si fa frastuono
mi assorda e mi stordisce
- legioni ballano nel sottosuolo della mente -
e gli inferni vibrano nel fuoco,
voci di dannati ammorbate
da oscure formule uscite da un'ordalia
- l'arte maledetta dell'incanto mi rapisce -
canne d'organo in fiamme
in una sala rovente
il ghiaccio di un richiamo
- e non posso non rispondere -.
del mondo muto e lago incalza
il febbrile e dissepolto volto
spettatore a ceppo d’universo, ansa.
Col petto al senno e il sogno al giogo
plana sull’anima il rimorso
d’occhi intrisi all’eterno patto
sospiro di temerario inietto.
Al mutar l’anima la malinconia
stringe la mancanza al cappio
e l’assenza alleata ritrosia
riapre porte all’io e al suo dio.
L’idea abita e dimora la mia anima
quel che fu amore ormai non è che vana
ingestione d’avara proiezione
che nulla ama se non la sua maledizione.
morii sapendo di morire
e quando venne il trapasso
presi un compasso,
disegnando un cerchio
su cui sottendere le tangenti dell'esistenza.
Esse toccarono una e una sola volta il tutto
e io fui vivo ancora una volta.
La volta del cielo m'accolse.
Nell'unico primordiale mi riconobbi.
Fui polvere e macerie perse.
Fui tanto nell'esser poco in fine.
Ora tace pietra fredda e solitaria
in terra straniera.
Ora tace dilemma e oblio
mentre altrove l'anima banchetta.
apparire serena mentre il cuore lo nega
falsa mentre cammino su ciottoli
che lasciano ferite dolorose
E' per me stessa mi dico,
voglio cancellare in parte il dolore
sentirmi normale, non un automa
che per inerzia procede
in questo labirinto che è la vita
senza un filo di Arianna per uscirne
Ipocrisia inutile parlano gli occhi per me
perso hanno quella luce particolare,
nasce se la serenità veste l'interiorità
se la vita almeno ogni tanto sorride
E la sera vago per casa sfiorando oggetti cari
fotografie che riportano a giorni belli
quando lungo il fiume pescavo con te
o sulla spiaggia di Alassio distesa al sole
la pelle si bruniva e il tuo bacio sapeva di sale
I rimpianti non portano a nulla
giro e rigiro la clessidra
ma non riporta il passato lo so …
tangibile è che senza il tuo amore
ho paura di affrontare
il ponte che mi porta a una riapertura
Tendo la mano e sento il vuoto
ho lavato e rilavato le lenzuola,
il tuo profumo permane
mi lascio cullare da questo miracolo
mi addormento pregando Dio
affinchè possa sognarti ….
La notte mi addenta
Il brivido condensa ghiaccio
sulla spina dorsale
Restiamo, talvolta, piccoli esseri
nudi nel buio
schiene fragili piegate
da sassi sulle spalle
con il sogno assurdo di ali
mentre si induriscono le scapole
e la stanchezza ci fa chinare
verso la pesantezza della terra
senza risorse per sollevare
corpo ed occhi al cielo
Restiamo, dunque,
bambini nudi nel buio
con la pelle indifesa
e una paura atavica dei mostri,
spiati, braccati, rapiti
da orchi senza volto
Il nostro candore spirato
in una pozza di fango
al suono del nome della morte
udito per la prima volta
in un giorno di sole
rivelazione di infiniti inverni
e tremiamo nella pioggia
temendo perfino la neve
A mani conserte serriamo il petto
nell'ennesima morsa,
figli nudi del buio
Non ho da raccontarti
null'altro che i miei giorni di sale
a corrodermi l'anima ferita
parvenza d'una finta quiete
in un'amara vita.
Nessun eco che trasudi colore
solo grigio di giornate senza sole.
La parvenza non è che un sipario
dove nascondere il palcoscenico vitale.
Un paravento nasconde il letto del malato
per non dare in pasto a tutti il suo privato.
Fitta nebbia nasconde strade irte
dove non si può fare a meno
di ledersi i ginocchi.
Non si riesce per nessuna ragione
poter respirare aria pulita
a pieni polmoni.
Nessuna eco anche da lontano
riesce a ristorare il cuore umano.
Silenzi grevi, occhiate torve
sono il corollario dei miei giorni
giorni succinti in spregio della vita
che si riflettono
come anelli di catena...

Imbrigliata nella ragnatela
del tempo
m’aggrappo all’incerto filo
nel sussulto dell’anima.
Tremula canna al vento
ondeggio,
scheggiando
sicurezze del certo,
scavo amarezze
nell’incerto divenire.
Schermo occhi,
apro una breccia
nell’intimo tenebroso,
traccio solchi di quiete
impianto bulbi d’attesa,
rassicuranti pensieri
sbocceranno.

Corre la strada
e crepuscoli l'accompagnano.
Scorre lento il tempo
veloce nel cuore
confuso nella mente
e luci sulle colline
e maree invisibili sulle spiagge.
Suoni s'alternano
e vite si sorreggono a sensazioni floreali.
Son io immerso nel mio sommerso
e vedo città bianche
chiuse da ancestrali muri
e vedo la notte avvolgermi di sé
sconvolgermi nel principio del viaggio.
Osservo quel che non s'osserva
sento pulsare le note,
sento il frastuono dell'irruenza
e abbraccio tutto
nel divenire soffuso di volti.
Nel passato divengo prossimo
e fui così come ora sono.
Fui viaggio di me stesso
che ancora non sapevo viaggiare.
Ore nel buio dei sensi
e stringevo a me quello che non avrei più rivisto
stringevo la mia condanna
oscurandomi dall'assoluzione.
Ricordai le preveggenze,
ricordai le premonizioni
e capii d'esser viaggio
e zingare lessero per me il viaggio,
inesorabile
destinato
ostinato.
Furono valigie nella mani
e ancor sono nel mio eterno viaggio
fra i corridoi delle stelle,
nell'oscuro bagliore
di bianche città.
Disteso immobile, nel letto,
come una Carcassa di nave
arenata da chissà quanto
su una fredda spiaggia
del mare del nord.
Il mio corpo immobile,
un eterno tributo alla Morte,
mentre lo Spirito guizzante
che balena nelle orbite
enormi per il buio,
fedelmente narra al Mondo,
che nell'Oscurità mi circonda,
cosa sia davvero la Follia.
La Follia che cresce
istante dopo istante,
contorcendosi, sbattendo
e lentamente soffocando
la povera Ragione
intrappolata in Me
come un disperato
sul fondo di un Pozzo.
Non uno spasmo
che percorra il mio corpo,
ormai guscio vuoto per la Vita,
macchina Arcana senza più energie
incagliata in maniera irreversibile,
in balia degli elementi
che come Incubi la tormentano
senza darle Pace.
Ed Io inerme spettatore di Me stesso,
guardo la fine di tutto, appena sfiorato,
eppure allo stesso tempo
Vittima della catastrofe,
con in bocca il sapore Amaro
che danno i Ricordi mischiati
al Rimorso ed al Rimpianto.
Ed in questo il mio Spirito geme ed urla
come vecchie impalcature
marce ed abbandonate
che sotto un vento Spietato
lentamente si sfasciano,
sparpagliando i loro Resti
decadenti e decaduti.
Vorrei piangere e liberarmi dal peso,
so già che potrò farlo solo quando
il Triste spettacolo della mia Fine
sarà terminato
e sarò rimasto l’unico spettatore.
Che non hanno via d'uscita
Ma solo profumo di glicine rosa.
Vale un respiro d'amore sospeso
Come attimo di luce soffusa.
Cuore in tumulto sulle sponde del lago,
Respira nebbia leggera,
Si dilata..
E abbracci pensieri
Che s'aprono alla speranza
Di un giorno di sole.
Verrà un brillio, un barlume...
Sulle radici che tenere si saldano,
Nell'antico rituale della vita.


Foto dal Web 







