come lo zampillo della fontana
spruzza e straborda
con la musica grave che risuona
nella piazza vuota
un foglio di carta sventola, arrivando
mescolando il pungente profumo di mele
dalla finestra socchiusa
della casa rossa
Sul lampione cigolante ed ondulante
sbatte un'ombrello per lo sciacquar del vento
tracciando ombre nell'aria
quasi palpabili
Alcune foglie caduche dell'estate
sono prigioniere negli angoli dei giardini
molte fermano lo scorrere
verso le griglie, sulle strade
Nel quasi buio
il bianco fornaio, felice
può riposare a casa, per qualche ora
Si rompe nell'atmosfera
anche la magia della bella stagione
appena finita
lì sento il suono distorto
Guizzo via per l'Amor del Cielo
se non guizzo via
si alza il sipario su chiavi e zerbini
sulla sirena che non può andare oltre
il confine dove l'acqua impasta i ricordi
Dove i suoni non esistono
mi mordo la coda
e incarno un fastidioso ideale
Lo sospendo nel nero e si illumina
Tolgo lo scettro al calamaro vampiro
che se la ride
perché non dovrà faticare molto per riprenderselo
Con la mente che porta in orbita
Il mio delirio.. Leggera si fa la testa
Che s'inoltra per sentieri nuovi,
Per musiche che calpestano
l'orizzonte in punta di piedi,
Mentre canticchio l'infinito
tra l'erba piu' verde e il sole che s'incendia, a due passi da me .
Quali colori , quali visioni quali odori
Immaginai nel mio viaggio alla deriva,
Naufragato, allegro, nella quiete
Di questo lago che mi risucchia
Il cuore . In questo lago dove
Il tempo muore, come me, che
Mi perdo a guardare
Le rondini sfiorire..
Che mi ostino a sprofondare
Nella radura e a sognare.
Nella celeberazione infinita
Della meraviglia dell'estasi
abbracciano le stelle d'Agosto
Su di un mantello nero
piccoli, irregolari e luccicanti punti sparsi
paiono accennare il movimento
Alcuni ci sforzano gli occhi, come fantasmi
Bagliori, quasi miraggi
Ipnotizzati a faccia in su, cerchiamo
fissando un sembra, pensosi
La bellezza del cielo di notte ed il silenzio intorno
sconvolgono, rimestando le visioni
Le stelle d'Agosto , pungono l'attenzione
come nostro guardiano
scaldano come coperta
Ci lasciamo trascinare, senza rimorsi
senza pudore
Le stelle d'Agosto ci vogliono
Io, le voglio così
Ci prendiamo per mano, senza conoscerci
Prova a pensare a quanto potresti.
Nessun trucco, è tutto vero:
si perde altrove quel tuo giardino.
Senza fine. Laggiù. Selvaggio. Nella foschia.
In macchie di alberi frastagliati,
nella contorsione di quelli solitari,
nei vapori delle fontane, dell'umidità,
nelle lingue serpeggianti dalle gole dei boschi.
Nulla è più misterioso e mal disposto.
Che sfortuna le felci nate davanti ai sassi;
gli agrifogli schiacciati dai frassini;
le querce che si lanciano occhiatacce a distanza.
Domina quel silenzio ronzante che ti fa tremare.
L'immaginazione e questo giardino fecero una gara
per stabilire chi fosse il più sconfinato:
in pochi minuti l'immaginazione si perse nel giardino.
insistente.
La terra satura
non riceve più l’acqua.
La gente per strada
con abiti estivi.
Costretta ad indossare impermeabili
e a comprare ombrelli.
Corre attraversa la strada di fretta
senza guardare le macchine i semafori.
Estate strana un fastidioso freddo
penetra dentro le ossa.
Mentre la pioggia
continua a cadere.
A volte il vento non soffia più.
Ti ritrovi in mezzo al mare,
la barca non viene spinta né avanti né indietro.
Gli unici soffi sono quelli dei tuoi aneli,
sbuffi dalla noia, dalla nausea del mare calmo.
Cercavi la burrasca, o qualche giornata fiera,
ma le acque non hanno la forza di muoversi.
Se ne stanno pigre le onde a dondolare le caviglie
sulla sedia di un fondale, con la gamba accavallata
come se fosse in sala d'aspetto, malata,
ad aspettare che il dottore finisca i suoi porci comodi.
Ragione, ragione, sempre la solita ragione;
non hai più voglia di aspettare col mare,
anche se solo lui e nessun altro potrebbe agitarsi:
raramente la terra ferma trema, e comunque in quei casi
affonda le cose, non le fa danzare sull'acqua salata.
Ma quelle burrasche! Ah, quelle belle disgrazie!
la gotta marinaia bruciata dalla schiuma,
quegli sbadigli da una gola infiammata e interminabile.
Il brutto del mare è che a volte pensa troppo.
Si dimentica di incazzarsi, di mostrarsi coinvolto.
A volte quelle onde deboli sembrano sbadigli:
si mette il pigiama e va a letto presto, sbronzatosi da solo,
dimenticandosi delle sue parti più nere, dei suoi brufoli da adolescente.
Si sogna di quando si rivoltava nel suo azzurro, sa ancora sognare.
A volte zittisce. Pensa. Forse ad un motivo per scatenarsi.
Chi lo guarda zittisce con lui, che dovrebbe dirgli?
Volevi andartene come una spiga senza reste;
non ti avrebbe abbandonata quella guaina
e sarebbe cresciuta con te
per continuare ad avvolgerti.
Ti puntava una pistola il sole in faccia
e sentivi che era la levata:
quanto sale già allora sudato,
maggio con la prima sigaretta
fumata in un campo di culmi
sempre più alti di te.
Ma sei arrivata piccola spiga
e quella foglia così materna,
mentre ti corteggiano altre intorno,
è sempre lì con te
e con te ancora un po’ è cresciuta
per sapere come avvolgerti a quest’età.
Non potrai poi evitare il mondo:
verrà a cercarti a casa, giovane pannocchia!
con quelle trebbie assassine
e ti beccheranno galline da pollaio
o galline in giacca e cravatta.
Verrà giugno e sarà il tuo autunno;
le prime mattine d'estate il tuo tramonto;
quanti cadaveri di madri e rovine di case
in mezzo a quel campo prosciugato.
Ora che non ci sono più confini e colori
si fa mostruoso il canto dei giovani grilli.
dalle croste degli antichi parassiti.
Vulcano esplode e bombarda
di lava nuvole serene,
appassite nella loro quiete
plastica, ormai cremata.
La neve cade a blocchi
e stupra l'amianto,
succhia il midollo a tetti arrugginiti
riparo per gli schiavi, da decenni.
Luna intrepida aizza
maree strazianti contro
le capitali del potere.
Impotenti.
Umanità in bilico.
Terra in rivolta.
del silenzio,
disteso nel sibilo
ricordo di un’estate
persa dai
geli dell’inverno.
Varchi innevati
si prostrano sui
veli ornati di
profumi d’autunno,
che assopiscono i
briosi sapori
dell’innamorata primavera.Rapito dall’ombra
del silenzio,
disteso nel sibilo
ricordo di un’estate
persa dai
geli dell’inverno.
Varchi innevati
si prostrano sui
veli ornati di
profumi d’autunno,
che assopiscono i
briosi sapori
dell’innamorata primavera.
il chiarore della via
mi rammenta la vacanza che verrà
Attira il sole nel cielo chiaro
al suo solito posto
alto
Ombre e luci si riflettono sull’asfalto, mosse da leggeri fili d’aria
I passi sono pesanti ed il respiro lento
Brucia l’erba abbandonata e senza padrone
All’orizzonte tutto è nascosto
Trascorre la giornata, tra aria fresca e persone abbronzate
Arriva lentamente la sera, che si oscura solo a tarda ora
Mi siedo osservando il luogo, i tetti e le stelle
La luna le accompagna
si sta trasformando
illuminati sono i suoi mari e l’intorno
La tranquillità si espande, senza fine
Non ho voglia di rientrare e qui mi vorrei addormentare
Si innalzano strinando l'appisolato orizzonte
biancazzurro sfocato e vapori dorati di borotalco
terse creste; pulsa il cuore del cielo.
Il soldato caduto e senza più sangue caldo,
senza scudi, si trascina senza "ma" dovunque;
decida il braccio titano del mare. Od un sasso senza moto,
litigato e strattonato fra le correnti intrecciate.
L'anima intanto incastrata in un eterno groviglio,
una sfera: di rami secchi e marciti, impigliati
fra erbacce verdeggianti cresciute sulla sponda di un fiume.
COMMENTO: NELLA PRIMA STROFA, LE ONDE DEL MARE RIESCONO A TOCCARE L’ORIZZONTE ED I RAGGI DEL TRAMONTO, INNALZANDOSI. IL COLORE DELLE ONDE E’ TERSO, MOLTO SIMILE AL BIANCAZZURRO DELL’ORIZZONTE: LE DUE COMPONENTI QUINDI SI FONDONO E, CON L’AGGIUNTA DEI RAGGI DEL SOLE, SEMBRA CHE IL CIELO COMPIA UN MOVIMENTO E MOSTRI UN CENNO DI VITALITA'’, SEMBRA CHE PULSI. LA STROFA RAPPRESENTA L’INESTINGUIBILE FORZA DELLA NATURA, ANCHE QUANDO IL SOLE TRAMONTA.
LA SECONDA STROFA RAPPRESENTA L’UOMO CHE NON PUO’ CONTROLLARE LA PROPRIA VITA, MOSSO COME UNA PEDINA DAL BRACCIO TITANO DEL MARE (IL DESTINO) E LITIGATO FRA LE CORRENTI INTRECCIATE (LA SORTE). L’UOMO NON MOSTRA MOVIMENTO, E’ COME MORTO (SENZA SANGUE) DI FRONTE A FORZE DI GRAN LUNGA SUPERIORI A LUI.
NELLA TERZA STROFA VI E’ L’ANIMA INTRAPPOLATA IN UNGROVIGLIO: LA MORTE, RAPPRESENTATA CON I RAMI MARCITI E SECCHI, RIMANE IMPIGLIATA NELLA VITA, MISERA COME LE ERBACCE VERDEGGIANTI CHE CRESCONO SULLA SPONDA DEL FIUME (IL TEMPO).
Una margherita in mezzo al campo brullo
si crede sola e piange
e nemmeno la terra sabbiosa
trattiene quel pianto.
Oh mia distrutta margherita
ti credi fiore solo al mondo
quando sei infiorescenza a capolino.
Nessuno è mai solo,
quelle lacrime bianche
ti inducevano a pensarlo.
i vucumprà sembravano ombre sulla sabbia
e portavano dei maglioni perché in Africa faceva più caldo
Scrivevano qualcosa in arabo sulla rena
di certo nulla di importante per noi
Era la stessa solitudine di chi si sentiva altrove
La spiaggia deserta e un silenzio a cui gli occidentali non sono abituati
Se avessi due teste
proprio come un serpente albino
una la userei per tenerci tutti i ricordi
e l'altra per ricordarmi quanto sarebbe facile non averne
Soffio nel cerchietto colorato:
ecco lo sciame di bolle
armonicamente impazzite.
Danzano. Trasparenti,
danzano, danzano
verso il nuovo residente che non ci bada.
Si allontanano all'orizzonte:
chiudo gli occhi.
Prima o poi scoppieranno:
avendo chiuso gli occhi
immagino
che vagabondino immortali
e ingiustamente senza una meta.
Seduto su un ceppo rovesciato:
purulenta, putrida la sua corteccia,
attraversata da larve, squarci,
edera, cuscuta.
Ecco l'eternità delle piante,
Ecco l'eternità delle bolle.




