dacce ‘n occhiata le potresti usare,
e poi ce so parole come er fiele
si proprio hai da essere crudele.
Er dramma ch’esse sono assai confuse
mischiate come so’, si nun bastasse.
Le poi usà a piacere, come voi
sempre a seconno de li casi tui.
Ce poi mannà a quer paese
l’omo che millanta le pretese,
oppure far rammorbidì
‘o scemo che nun te stà a sentì.
Te poi ‘ngrifà puro come ‘na gatta
e dire a ‘n’artra donna che è matta.
E’ ‘n divertimento colloquiare
quanno che sai ‘a parola che voi usare.
Co me no ! devi fa la seria
nun dirme frasi co la cattiveria
io pe te sono assai speciale,
sta attenta a nun famme der male!
Nun solo perché pe me la loquela
e come annà de notte ‘m barca a vela
ma perchè so appeso alle emozioni
che scateni in me co le tue azioni.
Ce so parole che so come macigni
che se dicono quanno tu ti impegni,
so punti fermi che mai non moriranno
so i tui principi che te distingueranno.
Dille e nun avè paura
te possano pijà contromisura.
Gridale forte, nun temere guai
…specie se dichi che sempre mi amerai.
Con l'occhio vigile osserva.
S'alza il vento di monte
E porta odore di neve,
Sotto coltri di leggera nebbia,
Vibrano i miei pensieri
Coperti di leggera brina,
Essa si deposita anche sul cuore.
Vi pongo un mantello di feltro,
A ripararlo e custodirlo
Dalle intemperie dell'anima,
Preservando quel che resta
Di briciole d'amore...
Non basta...
Un letargo dolce può aiutare,
Parvenze di un tempo felice,
Felci chiuse e muschio nuovo
Guariranno.
Ora sono, solo sopore.

Schizzi di luce nella mia mente
danzano quella dolce musica del cercarsi,
la melodia dell'amplesso, del concedersi...
Quanta vita nei miei occhi nel vederti;
quante vibrazioni nel mio corpo al solo pensarti,
quando immagino il tuo docile abbraccio,
il tuo sorriso, il tuo coraggio.
Il tuo sguardo scaturisce dal mio corpo
i brividi del dolce tormento,
accende quel turbine di passione poetica;
sento nascere quell'insopprimibile pulsione erotica.
Oh Paky, quanta prepotenza
nel solo desiderio di averti,
quanta pazienza seduto qui ad aspettarti.
Il fuoco dei tuoi occhi arde soavemente
e conduce il mio corpo tra estasi e sgomento
nelle rosse fiamme del tormento;
aumenta quel folle desiderio di valicare
la tua essenza più profonda,
nei tuoi piccanti desideri,
nei tuoi reconditi sentieri
e goder nei tuoi intimi pensieri.
Un soffio e una bolla la sposti all'angolo del letto, un soffio e due bolle ... puff.... le balzi sul comò .
E' un'illusione, ma sgombra la mente, cancella ogni cosa che l' attanaglia.
Poi tendi la mano , le raccogli e le stringi in un pugno , forte cosi forte da farle scoppiare in una lacrima di schiuma.
E ti addormenti ...
La notte mi addenta
Il brivido condensa ghiaccio
sulla spina dorsale
Restiamo, talvolta, piccoli esseri
nudi nel buio
schiene fragili piegate
da sassi sulle spalle
con il sogno assurdo di ali
mentre si induriscono le scapole
e la stanchezza ci fa chinare
verso la pesantezza della terra
senza risorse per sollevare
corpo ed occhi al cielo
Restiamo, dunque,
bambini nudi nel buio
con la pelle indifesa
e una paura atavica dei mostri,
spiati, braccati, rapiti
da orchi senza volto
Il nostro candore spirato
in una pozza di fango
al suono del nome della morte
udito per la prima volta
in un giorno di sole
rivelazione di infiniti inverni
e tremiamo nella pioggia
temendo perfino la neve
A mani conserte serriamo il petto
nell'ennesima morsa,
figli nudi del buio
del tuono,
il balzo che
mette a soqquadro
la casa del ladro
con le vibrisse
nello specchio
deformante
a scuotere onde
sotto il portone.
Scheletro paura armatura le gambe del mobile le fembot le Ore in camera mi scoppiavano le tempie quando baciavo Patrizia l'amicizia da quel libro in biblioteca per parlare sottovoce come due soldati al fronte la mente sa coprire distanze, infinite.
Ed i gomiti
a guardare oltre
il fiato sul vetro
quel pioppo
argentato
sta tornando seme,
luneditredicembremillenovecentosettantanove.
E come mi ostino a non sentirmi triste
Disperso amore
- Che di tutte le calamità
-Né vento o foglie morte;
-Nè nebbia
-Nè grigiore.

Lo immagino un risveglio
che non somigli a niente,
solo volare sul fango soffocato
è partitura che fa musica,
come c’è danza su una tela
-è un velo le danceur, che anche
senza volto sembra esistere.
Prima di camminare
si fluttuava in acqua: già liberi
si sfumava, si riappariva.
Ma ti sbagli.
Tutto finisce,
si spezza,
si frammenta.
Colassi su te stesso.
Puoi solo cercare di essere forte, sembrare forte
raccogliere i pezzi e ricostruire,
una corazza probabilmente
perché hai deciso che non vuoi più soffrire
perché non vuoi, perder più.
Non ho da raccontarti
null'altro che i miei giorni di sale
a corrodermi l'anima ferita
parvenza d'una finta quiete
in un'amara vita.
Nessun eco che trasudi colore
solo grigio di giornate senza sole.
La parvenza non è che un sipario
dove nascondere il palcoscenico vitale.
Un paravento nasconde il letto del malato
per non dare in pasto a tutti il suo privato.
Fitta nebbia nasconde strade irte
dove non si può fare a meno
di ledersi i ginocchi.
Non si riesce per nessuna ragione
poter respirare aria pulita
a pieni polmoni.
Nessuna eco anche da lontano
riesce a ristorare il cuore umano.
Silenzi grevi, occhiate torve
sono il corollario dei miei giorni
giorni succinti in spregio della vita
che si riflettono
come anelli di catena...

Imbrigliata nella ragnatela
del tempo
m’aggrappo all’incerto filo
nel sussulto dell’anima.
Tremula canna al vento
ondeggio,
scheggiando
sicurezze del certo,
scavo amarezze
nell’incerto divenire.
Schermo occhi,
apro una breccia
nell’intimo tenebroso,
traccio solchi di quiete
impianto bulbi d’attesa,
rassicuranti pensieri
sbocceranno.
Amor dal radiante sorriso e dagli occhi luminosi
che con il levar delle tue vesti funesti il mio cuore,
tanto da divenir il paradiso della mia anima con le tue carni.
Un oceano di emozioni tu, turbinio del sangue,
quando posi le tue mani toccandomi il corpo,
vibra ogni centimetro della pelle come fosse sfiorata da una piuma.
Quanto sapiente amore ci son nei tuoi baci,
miele e aria che addolciscono i nostri interminabili momenti,
averti stretta tra le braccia, scaldi la mia vita come un vulcano.
Profuman del tuo umor le mie labbra tu, elisir di lunga vita,
mi voglio dissetar di te ogni istante, finché sei luna,
morbida come la notte coperta di stelle.
nei tuoi occhi sconfinano
come lacrime d’arabeschi
crocifisse agli spigoli del cielo
e son parole d’arena e ciliegia,
aritmetica d’amore e carezza.
Mancherai al respiro del tempo
come viola d’inverno recisa,
come il cullar d’un violino la luna,
ed allora strapperemo in silenzio
il quaderno dei nostri abbracci,
siam matite di stelle cadenti
smarrite nell’oblio dei sentimenti.
Il nulla abita auscultazioni d’io
diviene e nel divenire inganna
domicili antichi d’onnipotenza
Autocoscienza
rivisita con occhi trafitti di delirio
la fuga da se stessa e dall’oblio.
Cosa, chi, dove, come, quando?
-domanda-
ma il nulla risponde all’essere:
“il tuo limite è credere d’essere tempo”.












