Ieri l'altro lo feci sembravo un cane
Con fresco nella memoria il tuo bel nome in bocca
Che persino la fantasia s'era fermata
Ad assaporare in un passaggio di vento
Il movimento delle foglie così lontane
Dal sapere quale sarebbe stato il colore
Della vecchiezza silente
Tra le foglie del bosco
sacrario del silenzio
dove anche i pensieri fanno rumore
sciolgo i nodi del mio cuore
sporcato dalla pioggia
e l'acuto richiamo di una ghiandaia
rompe quel respiro
che sollevava petto e seni
ritentando ancora.
nugoli d' insetti in fermento
distolgono lo sguardo
movimenti frenetici silenziosi
si confondono tra i riflessi
di un raggio di luce.
giocano le foglie cariche d'umidità
leggere gocce cadono su tappeti d'aghi
sottobosco che lento muore
per ridar vita
e l'aroma di cortecce e muschi
riempie.
sono anch'io lichene
e mi avvinghio al tronco
sollevata da un ramo
che mi da fondo
e di pace mi riempio.
fattezze di gnomi
si esibiscono in squallide capriole;
percorrono
il letto di chiodi
senza mai scottarsi
come un manto erboso.
Lottano contro tigri fameliche
e non ne sono straziate.
Deridono con scritti sarcastici
Minano gli organi
con mali cronici e letali.
Spettri, spettri, dannati animali;
fiumi di sangue
scorrono nella mente;
annebbiano la vista,
sconquassano l'olfatto
con fetidi odori.
Signora morte
attende paziente
sul limitare.
L'affilata falce
non troverà tendini
da scollare
nè muscoli da tranciare.
nell'accerchiar Cerbiatto.
Di riflesso, sorrise anch'esso
seppur tremando -di sapere innato-.
Sorridevano al bambino
i cari amici di suo padre
nel chiamarlo.
Forse, simile, fu il tremore
tra i due Bamby...
nessuno lo può dire
né mai più trovarne traccia.
Sorrideva Dio che
-a sputi e fango- avea impastato
l'uomo suo, nel dirgli in faccia:
<< Ti ho fatto, a me, tale e quale>>.
Mi
hai
sedotto
una volta
ancora,
in un
batter
di ciglia:
col quel tuo
stupefacente
distillato segreto,
con la fragranza
di un atteso
nonsense.
Ma la luna
(mi immagino)
avrà visto troppo;
avrà udito e toccato.
E lo sapranno tutti, ora,
che la tua pelle chiara
è il vestito più bello
che c’è.
E
che
il mio
poetare
non è cosa
da poeti,
ma
da chi
ha trovato
un’inesauribile
sorgente d’amore.
così pensai a un tormento, mio, nello stomaco
una casa indigesta, primo, secondo piano
capacità del particolare di demolire l’assoluto
-Di sotto Gabriele deciso sull’ Eden
tra i rami la colpa dei figli.-
Io dicevo scarto ma un albero rispondeva malvagità
Così aprì il costato. Vidi il dolore solido, nemmeno sembianze di uomo
Ombre e freddo danzare, scricchiolare di bacini casualmente.
C’era la crudeltà di mezzo, una macchia nell’energia,
bolla nera che stampava manifesti e li diffondeva.
Io dicevo natura ma rispondeva una frusta, un disservizio,
un godere bambino del piede su topo.
Così capii l’universo, compresi il senso nel ripiego di mano
valeva la pena sbattere il polpo sullo scoglio.
Un assalto di gabbiani ad un pasto di colombi era bastato.
Era giusto, avremmo condiviso le ragioni dello tzunami e l’uragano
si sarebbe arreso all’evidenza del girare la schiena.
Emergenza tranquilla nella mente. Naufragio borghese senza dignità.
Trascorre la notte di un pasto
qualcuno mescola formule per quadrare avvenire e tradimento
-E’ possibile l’onnipotenza se si guariscono le parole
Gli aguzzini pensano sempre al dopo\ alle statistiche dei piedi inchiodati
ma qui si spreme sangue di Cristo e con uno non c’è media che tenga.
e a dormire se ci riesco
senza morire sotto quel pino
che buca il cielo.
Mi sveglieranno, dicono
le trombe del giudizio.
Dormirò un sonno curioso
nell'attesa di sentire si
le trombe, ma sopra tutto
per vedere i coraggiosi
che le suoneranno.
Viaggi sul dorso della regina del mare
circumnavigare uno scoglio col faro in cima
la vaga luce della luna di notte
è la traccia di questo seguire le orme del fato.
Di quali rotte è fatto un percorso cieco
è il senso da scoprire di quest’anarchia
le carte nautiche a registrare la scia
di ogni nuova risposta. Mi tengo la mia
di faccia di scorta e ascolto l’aritmia
del cuore, se mi guardi di sbieco
socchiudendo gli occhi, scoprendo l’amato
nel residuo velo delle ciglia, vedo le lotte
e gli orizzonti aperti del destino, prima
del sorgere di una stella d’eterno splendore.
Stasera il sentimento mi cattura:
il soffio del vento
mi canta le melodie dell'amore...
ti guardo, incrocio il tuo sorriso
che scivola sul mio collo,
hai lo sguardo fiero
d'un predone guerriero.
Sento una musica che accarezza l'anima:
- liquida carezza -
a rimescolare le mie emozioni
irradiate dalle lucciole
che accendono come lumini la calda notte.
Indicibile sospensione mi solleva
più dell'altra che è di stelle
e illumina il creato d’argentea luce.
Ristori il mio corpo
e il mio cuore
s'appaga dell'energia sublime
che tu elargisci
e a cui con gioia m'abbandono...
chiudo gli occhi ascoltando la tua voce
e la bellezza s'irradia nell’universo
a riempirmi di gioia la vita...
sapete dove trovarmi
e dove abita il mio cuore
non sono troppo lontane
le nostre case
e non sono diversi
i nostri figli
nutriamo speranze
usciamo dai nascondigli
della paura
scriviamo pagine folgoranti
solo così
non cresceranno mai
i semi piantati sulla roccia.
Potrebbero perdersi
La felicità
saresti nata già via
e portati altrove
divano, Cristo
e ogni croce.
e ogni lago disumano
sublime metafora accantonata
anitra zoppa per i ghignosi
Un altro modo di dirsi: "Adieu!"
o rivederci alti fra le tombe
d'un immolato campo santo
all'ombra del cipresso
discutendo allora
di ciò che fu
mio e tuo lasciato alacre
in scatole di laghi marci
o solinghi abituri
o in canali inquinati di zolfo e d'ogne specie di scarto
un pò cozze viandanti
rumorosi intrugli
da soddisfarsi tra silenti,
vocati piano paradisi
d'oceanica miseria.
Onde tu gia sguazzi
onde tu provi a volteggiare
a inzuppare le zampe in pozzanghere
luminose
eppur bagnata io esco dall'acqua
e la mia piuma zampilla
Ché appartenere è povero,
quanto stagioni compassate
a professarsi il rema
su chissà che scriverebbe
Salinger di noi anitre
rimaste via dal lago di ghiaccio
e dai tumulti del chiedersi,
appena tramonti l'ombra,
un aporico dubbio,
alle catene del vasto grave
tombato tra le fronde
del tuo corvino e d'altri spazi
capillari e cigliari.
Ma il tattile è un arbitrio di scommesse,
passante vetri sulle mani;
taglia e stanca quanto l'ultima sconfitta
o la prima volta che decidi il tuo rumore,
silenziando la densità spenta
e destando sospetti
a quell'ingrata finitura d'identità sparse.
Ma poi una ad una ci specchiamo
nel lago narcise
decise
anime fragili
pennuti volatili a metà
del mondo ch'io
ho vissuto gia.











