Cosa precede il ruggito è metafisica del far male
e nel poeta prima che scriva?
Un suono nel petto
equivale alla gravità di una pagliuzza
Come vorresti sopravvivere nella savana?
Declamando al re leone?
Calcola dunque
Quanto vale uno sprazzo di energia
Nemmeno il peso è generoso
Sbattere qua e là
è il suo modo di considerarti niente
La legge è per quelli che cadono accelerando il passo
Senza tentare di aggrapparsi al cielo
Cupi i pensieri
che mi
accompagnano
in questi giorni.
L'angoscia
mi assale.
Lenta, prende
lo stomaco.
Pervade l'animo
e tutto il corpo
fa vacillare.
Cammino a stento
tra piccole mani
infangate...
Tra braccia tese
che chiedono
aiuto...
Bocche lacerate
dal dolore,
gridano...
inascoltate.
Avanzo tra massi
d'indifferenza
e sabbie liquefatte.
Qua e là, affiorano
teneri boccioli,
presto trangugiati
e dimenticati.
Mentre sale
violenta l'onda
sul mare dell'odio.
E il grido
di un bambino
si perde tristemente
tra i lamenti
di un mondo
agonizzante.
Guardo tutto questo
e lentamente
la mia anima
spicca il volo...
lontano da qui!
Nell'ombra mi perdo
sotto aloni e tra piccole trame
di una mente che non riposa
e alacre lavora senza posa.
so' di non aver molto da dare
solitaria anima grigia
sporcata da sentimenti
che non sanno dare frutto
invoco a volte aiuto dal cielo
ma e' muto pure Dio
mi guarda e chissà cosa pensa di me
di questa donna strappata dentro
che in superficie e' piena di luce
che riflessa su gli altri dona pace
ma per lei, non né e' capace
cosi mi perdo tra soffi e parole
bruciandomi con il mio stesso sole.
non sono umani,
non hanno un anima.
Predatori d'innocenza,
nascosti dietro malattie inesistenti.
Crudeli,
avidi di potere.
La sola priorità é il proprio godimento,
mentale,
fisico.
Niente umanità,
caduti in un abisso senza fine.
Povere creature,
finite nelle grinfie
dell'aridità umana,
sono insudiciate
dal loro tocco malvagio.
Orrore,
disgusto.
Pochi vengono fermati.
Molti si fanno forza della paura,
delle povere vittime.
E sentirti raddoppiata, la voce sfalsata
di qualche secondo, il vibrato di un bacio
a ridosso del finestrino. Si, chiudiamo
gli echi per aprire le ali quando da soli
le partenze e gli arrivi sono tappeti
di piume nel buio del castello di specchi.
Se l’acqua ci bagna - non il getto sugli occhi-
quasi a lavare ogni traccia del passato - beati
gli smemorati- noi a muoverci negli angoli
più lontani dal baricentro. Ci rapiamo
ogni respiro, le gocce di talento, il laccio
già allentato, qui nella nostra croce rivoltata.
La tua rabbia
posata come daga sul mio cuore
viva rende la spina dell’abbandono
al tuo implicare il mio convincimento
a memorie che resistono alla guerra:
- materiale che parla ancora -
l’esatta lingua del dolore
e un fremito di disappunto lascia.
agita le foglie incurante che stanno per staccarsi
intona un’eco di voci incostanti
i pensieri, ad ogni titolo incontrano ostacoli
si sciolgono campane e rintocchi liberi risuonano
come prodigi di verità:
“le cose che più amiamo siamo destinati a perderle”.
Il vento d’autunno non è più lo stesso
insegue gabbiani allo stesso modo
affamati di onde e nuovi lidi.
E’ difficile arrendersi alla nuova gemma
che non ci riguarda più e nello stesso tempo
ci appartiene da sempre.
Si sciolgono campane e rintocchi liberi risuonano
come prodigi di verità:
“le cose che più amiamo siamo destinati a perderle”.
Le cose, che più amiamo.
Urla,
Voce...
E' l'ora:
e contestano il reato
con lanci di uova di giorno.

I ricordi dell’estate non appassiscono,
ma si seccano come fiori
messi in mezzo ad un libro.
Nello stringere le tue piccole mani
provo lo stesso brivido
che donano le pigre giornate d’autunno,
ed in bocca nasce il sapore della malinconia.
Con il cuore gonfio di tristezza continuo a vivere,
facendo finta di niente.
Vorrei urlarti tutto il malessere che percepisco
intorno a noi,
mandando in frantumi l’atmosfera cristallizzata
che pervade questi luoghi;
ma saremmo comunque soli,
come rottami in un campo d’erba:
appena visibili, ma dai contorni indefiniti
involontari testimoni di un tempo ormai passato
di cui solo le rovine sanno qualcosa,
ma preferiscono non parlarne.
Mentre il Sole ci abbandona ancora a
noi stessi.
datoci dall'altissimo
un regalo prezioso
che non va sprecato
L'uomo nel suo vivere
assapora le sue gioie
ingoia le sue sconfitte
matura nel loro misto
Non va compresa
bensì vissuta a pieno
perché nobile e bella
come una regina
Ha un tempo limitato
l'esistenza vola veloce
come un aquila reale
alla ricerca della preda
perché non si centuplichi lo squarcio
vorrei: non penetri la daga al gorgo
fino al plesso. Difesa tua dimora
empio di lacrime il fossato a sgorgo
distraggo il sangue della lama – marcio.
Nel materiale torcersi la pena
carezza eterna in terra che divora.
vivere, morire, sopravvivere
aspettare, precipitare, strisciare
strapparmi il cuore, un rene, le viscere
ero disposto a nutrirmi solo delle tue gocce
del tuo pianto, del tuo respiro
di una parola, di un graffio
di un orgasmo degli occhi e della gola.
Per te ero disposto a rinunciare a me
scaraventarmi in un fosso e lì dimenticarmi
pur di averti tra i miei spasmi.
Per te ero disposto a denudarmi
davanti a Dio e al peccato
scalare l'inferno e lì bruciare il mio passato.
Ma nella voragine dell'impossibile
nel gioco del cielo e nei lampi di luce
ti sei persa
hai fatto perdere le tue tracce
lasciando solo la scia dei nostri giorni immensi
hai lasciato solo l'eco del mio "ti amo"
e adesso io vago come un eremita
a cercare una parola
che mi dia il coraggio
di chiamare ancora questa vita
"la mia vita".
Polvere
trama di tela neutra
Rondine senza tetto nel farsi aquila al proprio volo
Così le mani raccolgono sassi levigati da altre mani
-raccolti da altre mani- senza didascalia per spremerne il volto
il vizio
La prece comanda l'ozio e la vista non brucia al sale
A volte mi sorge un turchese











