Fuliggine vagante
nero
grigio
giallo
istante nel boato
non aver paura…
il momento è arrivato.
Ho respirato le lacrime di qualcuno
lacrime diventate il vapore
che non ha sapore
erano solo
gli ultimi istanti donati dall’amore.
Il verde esplode in rosso fuoco
nello sguardo senza vita
bruciano ancora brandelli di paura
braccia protese
qualcuno ti implora
si abbracciano fuoco e radura.
Lingue ardenti
la carne si scioglie
la lava urla
negli sfrigolii spenti.
Crepe di fumo
voragini aperte
piene di corpi
ologrammi umani
di calore e fumo
nell’ acre odore
spruzzi di satana
il suo profumo
e quei corpi
che danno ardore
potenziano l’odore
della morte
della distruzione.
Sorte t’ho vista
e non eri illusione.
è il nostro ultimo urlo
che potenzia la fine
prima dell’ esplosione.
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Un'alba nuova
mi ritrova sulla spiaggia
virtuale dove tutto il mio tempo
vivere vorrei
il sole una palla di fuoco
rosso come l'amore
rosso come il sangue
ora già distende i suoi raggi
sulla mia pelle
indorandola di ambra
Cammino lungo l'arenile
spruzzi di mare
pungono le membra,
cammino
calpestando con forza
la sabbia dorata
le orme profonde
voglio riempire
di pensieri, parole
emozioni,
il tutto ormai vecchio
trito e ritrito
poltiglia fetente
che irrora la mia anima
Lascio cadere squame cutanee
secche, morte
avanzando tra le onde
sciogliermi nel mare
ritrovare me stessa
in un forziere abbandonato
sui fondali marini
da pirati di un tempo,
rivestita di luce bianca
rinascerò
come la Nereide Anfitrite
sarò dea del mare
del mare della mia vita
L’incertezza delle onde rispecchiava
l’arcano dubbio che accompagnava l’incedere
del mio essere cittadino del mondo.
Il passato si bruciava come lo stoppino di una candela,
il presente cera si consumava come un giorno di pioggia
e il futuro si spegneva nell’abbraccio delle tenebre.
Ancora non credevo nei fantasmi e nelle ombre,
solo navigavo infinite acque
e correvo interminabili strade.
Gli immutabili conflitti dei poli opposti
sfioravano ogni giorno il mio esausto corpo
ma ingenuo salutavo sole e luna.
L’infanzia mi ha segnato
la vita mi ha turbato
la notte mi ha ingoiato.
Tremante la voce rincorreva i porti battuti
quando gli occhi scrutavano gli spazi infiniti,
distanze scoperte scappando gli affetti.
Amici, amici, pallide figure nel walzer della noia
ombre compagne al ballo notturno
ferite seccate su moli infelici.
Ora le ore non brillan di oro
tortura cinese la pioggia del tempo
nel dubbio che il sole distingua i contorni.
Il mare mi inghiotte mischiando le carte
un gioco pirata su nave pirata
una goccia si è persa con l’occhio suo padre.
I giorni trascorsi sfumature di nero
invitano lucciole a mostrare il ritorno
fra note stonate e seta sbiadita.
Il salino pian piano ha smussato i principi
teorie dislocate fra bottiglia e bicchiere
universo orizzonte mai troppo lontano.
Quel tanto volevo, quel tanto cercavo,
ma l’ora sfumata in minuti scontati
aumentava il disagio dell’essere in viaggio.
Le stelle bugiarde ridevano forte
stabilivano il gioco così come la posta
un mazzo di carte e un volo nel vuoto.
Camaleonte destino apriva le danze
una festa d’addio, una fine già scritta
aquilone che vaga al ballo cecchino.
Davvero scoprivo l’insolito raggio
splendente visione, abbaglio allo sguardo
un tuono caduto, una belva in letargo.
Colorava i ricordi del mondo di ieri
un’angoscia di fondo come freddo glaciale
come specchi puntati per bruciare intenzioni.
Un inguaribile odio compagno di viaggio
un labirinto feroce, fratello o giullare ??
un unico sogno riuscire a fuggire.
Un’isola in vista una lacrima in meno
fra un cuore ribelle e una lancia spezzata
cercavo uno spazio per non farmi notare.
L’abbraccio del sonno accerchiava l’inconscio
morsa invincibile nero indelebile
stella immutabile su un cielo che inghiotte.
Il sogno oramai cedeva lo scettro
alla cruda realtà`, al ferro che taglia
a quel dove dal quale si può solo scappare….
Ogni volta spiegare lo zero al numero uno
ogni volta cercare una fine che non riparta da zero
ogni volta fermarsi a uno sputo dalla linea d’arrivo.
Non dormiamo, amici, fra le righe
se non vogliamo che l’incubo
…diventi realtà.
fanno innamorare
risvegliano improvvise sensazioni
che abbracciano e accarezzano
l'anima
spogliandola senza esitazione
davanti agli specchi degli occhi
incuriositi da tanta bellezza
avvolgendosi ad essa
e respirandola perdendosi dentro
in un faro di luce spenta
dei suoi fantasmi ombrosi
che si aprono come un gioiello
incastonato, di pietre preziose
di farfalle,
se mi squarcerò
usciranno,
dalla testa già
morte di veleno
e dal cuore
in via d'estinzione.
Una è sulla torta
di compleanno,
sembra di zucchero
condensato,
paglietta azzurra
volerà via
al primo colpo di vento.
E ora mi abbandono alla notte,
che mi cullerà
fino all'alba
di una giornata decisiva...
Verserò
le ultime gocce di sudore
su quei libri
poi li chiuderò,
bagnati e saturi
della mia forza di volontà...
Farò la recensione,
mercoledì,
e inizierò a lavorare,
per il romanzo più importante
della mia vita....
Tripoli nei titoli di coda
si riempie di stella cometa,
di palme fresche sulla sua fronte
mosse in sogno dalle schiave.
La tristezza è diventata una spilla
che tiene fermo il velo sulle case,
muove piano la mano di un colonnello
che scrive la primavera alle dolci pareti.
Par Avion. Verificato per censura.
Se io fossi un gabbiano vorrei
Vedere dall’immenso cielo te
mentre ami l’uomo giusto vedrei.
Se io fossi un gabbiano vorrei
Amarti da lontano, come fonte
Sgorga acqua fresca nei tuoi alvei.
Se io fossi un gabbiano vorrei
vedere dall’immenso cielo te.
Se io fossi goccia del mare ,
sarebbe più facile il perdermi,
non sentir il tuo animo cantare,
se io fossi goccia del mare.
Mai più soffrire amor’inermi,
come gocce stagne in pozzanghere.
Se io fossi goccia del mare ,
sarebbe più facile il perdermi.
TRIOLET :
Nella metrica, specificamente della poesia francese, il triolet è una poesia cosiddetta a forma fissa composta di otto versi basati su due sole rime e nei quali il primo, quarto e settimo verso, così come il secondo e l'ottavo verso, sono identici. Lo schena delle rime èABaAabAB e spesso tutti i versi sono sotto forma di Tetrametro giambico. A causa di ciò i distici iniziale e finale risultano identici. Ilverso di un triolet è generalmente Ottonario. Può essere composto di due quartine o anche di una sola tenant, formante una ottava che si chiama allora triolet continu.
Il triolet è un vicino parente del rondeau, un'altra forma della metrica francese che enfatizza la ripetizione e le rime.
Le triolet, che fu anche chiamato rondel semplice, è d'origine francese e apparve per la prima volta nel XIII secolo. Data la sua leggerezza, si è convenuto usarlo nel genere satirico o aggraziato.
e leggera volerò da te.
Sarà la scia del tuo intenso
profumo a condurmi verso
la tua essenza divina
che racchiudi tra le labbra
dischiuse.
Vibrerò le mie ali sul tuo
fiore di donna quel tanto
che basta per sentirti morire.
2010
sento i lampi della notte,
mi chiamano, mi donano la lacrima al risveglio.
Sta arrivando il momento, lo respiro,
di tornare nel braciere.
Non voglio! Dei del limbo proteggetemi!
Ho bisogno di nascondermi sotto qualche ala.
Se mi sveglio nel buio, vuol dire che sto morendo,
se mi appari in un sogno e di colpo mi sveglio
è certo che morirò...
Dimenticati!
Qualcuno preferisce qualche satira sociale,
fatta di critiche o trapuntata di ironia...
Ma io sto nel fuoco.
Non posso, non voglio, non voglio.
Fiamme che non illuminano,
fiamme terrene, ferite umane,
sto nella pentola,
mentre brandelli di carne cadono...
Ho avvertito quel soffio,
quel fischio troppo fino penetrarmi il cervello,
non so resistergli,
devo resistergli,
mentre questa nave restaurata attende un nuovo scoglio.
Non voglio annegare... qualcuno mi dia la mano...
E le fiamme ardono mentre si spengono,
e non capisco...
Se i lampi della notte mi uccidano nel sogno o nel risveglio,
da vittima o messia,
da fuori o dentro.
Dodici secondi e una manciata di polvere
negli occhi,
poi solo il tempo di fuggire,
col dubbio.
Dodici secondi in un pugno d’aria
e i nervi scattano
e il bicchiere scivola.
Già si intravede il tramonto,
sfalsato,
sul fondo della bottiglia.
Io con te, amica,
l'acqua alle nostre caviglie
ci consola di inventati oceani
e la luna il pensiero
tra le rovine dipinte
sul promontorio.
I tuoi occhi
s'allungano neri pavoni
a far ruotare invano le stelle.
Cadrà tutto
alla fine
e nessuno
ci amerà.







