Ho dipinto i ricordi con le parole,
cesellandole ognuna come fossero oro,
rapite da quel che prima era solo un sogno
coltivato dentro il cuore.
Annuiva, la mia anima,
beneamate ed eterne benedizioni,
un dono ricamato sulla carta pregiata,
dove l’inchiostro a essa dava vita.
Leggero, il pennino si lasciava scorrere,
non c’erano pretenziose riserve,
nel dar lustro al narrar della storia,
fissando ogni sillaba, punto e virgola.
L‘ode si faceva un romanzo ricco d’una infinità di lemmi,
righe nere,
che spiccavano sul biancore d’un goliardico libro,
ardimentoso ed eccelso di vocaboli.
Il silenzio prendeva voce da un sibilio strisciante.
Come un figlio,
lo tenevo tra le mani protese
per portarlo al petto e proteggerlo dal becero
che con il fuoco mirava a bruciar l’intelletto.
Non potevo far morir l’odore delle parole già scritte,
essendomi perso nell’immensità della notte.
bluetooth balena radioattiva
come scudo d'imbarazzo
nell'attesa dal dentista,
la pappa è quasi pronta
ma gli occhi bassi, fissi
non seguono il puntino
luminoso.
Chiudersi a riccio
non va a genio alla tettona
misdirection
del vicino con la lingua a
mitraglietta,
conigli maschi maghi
nel segare la distanza
fra la strada e il marciapiede
nascono cariche microniche
elettrostatiche,
cardellini fuori porta
dentro una gabbia,
Professor Faraday.
Il vento alzava riccioli e cappelli
che riempie il vuoto,
quello, dove mi perdo senza te.
Manchi all'aria e al respiro
di atavici canti,
tua presenza assolata e leggera.
Tu sostegno come trave,
dei miei pensieri senza peso,
ma macigni nell'interno.
Dentro al quadro della vita,
dove i colori sono intensi,
punto fisso rimani.
E dell'aria mi imbevo, per poter
elevarmi sopra alle mie paure stagne.
Il tuo nome per inciso, dentro come marchio,
mi consola nelle notti in cui sono sola.
La tua anima avvolgente qui rimane
senza perdersi, nelle luci del mattino.
Ah il trend va su quest’oggi
cos’è al primo posto tra i detersivi?
Investire una fortuna, mettere in campo il tesoretto
Un prodotto esplosivo per le camicie unte di grasso
e il fumo del salotto buono
Piangiamo dunque i nostri guai
Ci sarà sempre un confessore per peccati di tradimento
Amori dietro l’angolo, un libro mastro da declamare
il mal di pancia di una gravidanza isterica
un broker che piazzi il dolceamaro in televisione
Mettere in bocca ai coccodrilli una gazzella viva?
Non l’avevi capito che tra denti ferali
si gioca la sopravvivenza?
Avrei preferito una famiglia unita
intorno al tavolo a Natale,
avrei desiderato fotografie con volti
sorridenti ai compleanni, e scale
qualche volta da scendere,
e non solo da salire
e avrei voluto solo ieri al telefono
a mio padre saper cosa dire.
Avrei preferito non smettesse mai
l’abito rassicurante della normalità,
avrei desiderato che, una volta schiavo del limite tra
coscienza e delirio, non avesse cercato la mia pietà.
Ma se ci sono molti modi di raccontare bugie,
e qualcuna me ne ha forse raccontata in questi anni
avrei voluto non mi chiedesse scusa per il presunto
odio annoiato di mia madre, le pene e i malanni.
Avrei preferito non mi pregasse di divenire
un sapiente che colma il suo vuoto,
avrei desiderato che la sua immaginazione
vagabonda non arrivasse a uno scacco finale, all’ignoto
e se nella sua vita si sentiva tradito da Dio e,
questa è una storia già accaduta, io ero l’appiglio
avrei voluto che quanto appreso dagli anziani
lo avesse portato solo a chiedere aiuto a suo figlio.
Avrei preferito non si fosse arreso alla massa con cui
è costretto a condividere il tempo il poeta geniale,
avrei desiderato mille e mille giorni di sentirlo
genuino, mai ciondolante in un ombroso viale.
Ma se ci sono molti modi di raccontare bugie,
e qualcuna me ne ha forse raccontata negli anni
avrei voluto non avesse pensato di affidare alla folla
invisibile delle parole gli acciacchi e gli affanni
e il suo ricordo, dovendo commuovere il lettore, a una
vecchia macchina da scrivere trovata da un rigattiere.
Avrebbe solo dovuto afferrare forte, come lui, la vita
quando l’alba debole e incerta raggiungeva il cantiere.
Residenza al civico 21,
pioggia d’anima m’attraversa,
acrobata su stracci di luce,
ospedale di stelle in barattolo
su un letto di sguardi recisi.
Souvenir di cielo rammendo
ed il silenzio mi si annoda
ad un battito di cuore spento
come finestre aritmetiche
sugli alfabeti di Kandinskij:
morde la luna i miei passi,
ricordo dei giorni trascorsi.
Oh mia pescatrice di anime,
nella rete sociale hai catturato me
proveniente da un paese di pescatori,
mi volevi portare nel convento del tuo cuore.
Ci sono entrato così come tu sei entrata nel mio pieno di ingegno.
Tu che ami il freddo hai portato calore dentro di me
e mi hai reso poeta così come lo sei tu.
Anche se tra il caldo salento e le rive della marca
corrono tanti chilometri e lunghe strade
i nostri cuori sono vicini come se fossimo dirimpettai.
Tu badessa del mio cuore ed io pescatore del tuo.
Bella nel tuo corpo
ancora appena accennato,
ti vidi così angustiata solo
allorquando ti tolsi le rotelle.
Che giorno meraviglioso fu
quello… malgrado allettato,
figlia mia, oggi
bella da giocarsi la pelle.
Reo di suppliche inane a te
di instillare in me la dolce morte,
ragionavo meco sulla sofferenza
addossata per anni alle tue sorelle
per l’affezione
toccatami come consorte…
Ma non sembravano d’accordo
in quel pomeriggio le stelle.
Grande festa stasera
dopo il funerale
è morto il poeta da poche ore
e noi abbiamo già pianto abbastanza.
Gli amici portano un pensiero,
vino sfuso a fiumi
e polveri magiche per perdere il senno:
è la notte del delirio.
Ma non siamo mai
"noi" , noi
e stasera non è il caso,
c’è da tirar fuori il meglio
dell’orrore per dimostrare
che siamo vivi
e cattivi,
per trascinare questa notte oltre l’alba
e murarla urlante
nei nostri cuori.
Grande festa, davvero…
Ti partorisco ogni sera
dove le lune accese non guardano
quand'anche l'ultimo livido di sesso
circonda le mie nari e gli occhi...oh,
gli occhi
che guardarono in te l'amore
che tessero tele d'un amore eterno...tu
divino a procrearti seppia
a colorarmi nei tuoi vicoli ciechi
ove passa -ancora e muto-
l'ultimo asse della mia ellisse
Circondami del tuo dove
del semmai
di un non vorrei
che -vergine d'ossa- ti ricalchi il velo











