all'imbrunir del giorno
a brevi intervalli
come gregge sparso
torna all'ovile
al porto le barche.
Tornano
spinte dalla tepida mano
del vento e dai remi
che rompono l'acqua
senza fare rumore
e tutto ha il colore
che il sole sa dare
a quest'ora alle cose.
Da riva qualcuno
le chiama per nome.
C'è una donna sul molo
col bimbo che aspetta
che pare quasi un dipinto.
Intorno c'è il quieto
brusio che conviene.
Tra poco col buio
sarà tutto fermo.
Anche l'acqua del mare.
Emozioni
dimentico.
Quell'odore
di salsedine
Le parole si
restano in attesa.
Il silenzio racconta
ancora vivi
I tramonto é vicino,
di una chitarra.
Anche lei è li a ripensare
Voglio giocare con te
anche se non ti conosco
e non so chi sei.
Voglio averti e tenerti per mano
in imperfetti momenti qualsiasi
nel mezzo del tutto,
fino a far sciamare completamente
lo stupore di tutti,
sparendo nel nulla e lasciandoti sola.
Ricomparirei di notte
ed usando il silenzio come musica
canterei di te, di noi
e dell'amore che non c'è
alla quarta parte della Luna,
che subdola sbadiglierebbe ai miei discorsi,
mentre inizierebbe a tramare contro di me.
E se alla fine ti concedessi a me,
io rifiuterei.
Che me ne faccio di una musa
che posso raggiungere così facilmente?
dove la pioggia non cede
nei limiti di logiche
di future visioni
si implorano spazi
nei confini di noi
ora dove le lacrime
non hanno colore
Cadono foglie di Ottobre
tra oro e clamori
il tuo sogno
di un tempo disperso
era l'incanto di raggi nel viola !

Tutto rientra
come MonotoNoia
- schema preincollato al fato -
finché avremo piedi
poggiati sulla Terra
Solo dopo, lo scontato apparirà
come il Miracolo dei miracoli
Per stasera mi uccido
replicando
nei giorni a venire
- VoglioRiempirmiGliOcchiDiQ
nel suono silente
d'una tromba
tonante,
straziato dal sonno
forzato
si amplificano i ricordi,
una promessa
ai miei figli
valorizza ogni
sogno
giustificando le mie
sofferenze.
Rimangono
le cicatrici
segnate dalla fatica,
rivendicano cio' che ero
per migliorare quel che saro',
non ho pregiudizio
alcuno,
son disposto
a d'ogni cosa,
vivido in me
l'affetto dei miei cari
che accompagnano
il mio arrivo a voi.
E' ormai giorno,
caldo il sole
mitiga il tremore
d'una sera
gelida,
non ho coraggio
a rimurginare,
in cento anime
partimmo dalle coste
insanguinate della nostra
terra, povera,
dodici sopravvissuti
piangeranno oggi
nella vostra
terra, ricca,
i nostri fratelli
caduti in mare.
polifonia di gazze e fruscio di ulivi
il rullio sulla statale 16 con rotaia:
Sia ben chiaro non vedo alcun motivo
per preferire la degustazione di un bicchiere di vino
ad un cimitero restaurato per giapponesi
C’è della morbosità nel muovere le ciglia
e succhiare bellezza dalle cose inarrivabili
Qual è il nome della Muraglia e chi ha disegnato l’ira di Achille
nella scritta contro il governo?
Ci sono zone oscure ai cinesi sulle panchine di piazza Umberto?
Come è fatta la curiosità di due occhi a mandorla?
Il fiore sul canale non ha risposte
solo che si vede guardato come una vecchia sgualdrina fuori posto
qualcosa da togliere di mezzo
non bastasse la pioggia, il calpestio, il rumore delle scarpe, la motosega
perché prendersela con una piantina che non è primula
né rosa né acuta d’ingegno da poter stare in alto tra le orchi-dee?
Quanto vale il giallo di un nano trifoglio per essere disprezzato dal turista germanico?
-Lo stesso della Gioconda, pensa il sottoscritto per spirito di vendetta
che trapassa l’incomprensione, la superbia, il potere dei soldi-
Una nave lancia una risposta esagerata per un piccolo porto nell'Adriatico
o forse esagerato è il gelso ad accogliere con pazienza
una passeggiata di bruchi sui rami secchi
Si pranza, è l’ora di tornare
-Si riempia la pancia, si svuoti di signore che impastano orecchiette
L’ailanto ride, millanta:
Qui spezie occidentali a voi, zenzero e pepe, la parola!
Servirà a dire "bellissima" e a fare il selfie, una blatta che corre da una ruga all’altra di Bari vecchia
Un vuoto strano qui
Rapita mi sento
Ombrose le foglie d'acero
doverti lasciare qui da sola,
in questo mondo
che non ha più radici
e con questo sole
che cancella i tuoi ricordi.
Ho comprato dieci rose rosse,
di quelle artificiali, di quelle
che il tempo non trascolora,
e le ho messe lì in quel vaso,
nell’angolo della stanza
dove per anni ci siamo consolati.
Quando non sarò più niente
per i tuoi stanchi occhi,
il silenzio si sarà addensato
attorno alle mie orme
e il distacco si sarà consumato,
osservale intensamente
e ti parrà inciso, in quei petali,
il mio nome.

Rivestirò per te
colonne
nel tempio di Poseidone,
Atlantide sarà del pensiero
eterna dimora.
Uniremo le nostre anime
tra effluvi di conoscenza,
malachite e azzurrite
scacceranno negatività.
Testimonianze d’una perenne fusione
nella profezia del desiderio
riporteranno in superficie
reconditi pensieri,
liberandoci dalla schiavitù delle illusioni
armonizzando la nostra vita
nel sigillo dell’amore e del rispetto.
Abbatteremo dileggio e ipocrisie
esclusivo privilegio degli stolti,
seppellendoli nella cortina dell’indifferenza,
il deserto di Gizha ammanterà cumuli d’idiozie.
Per tutto ciò sarò Nemesi e Sfinge.
Abbracceremo incognite dell’oggi
avvolgendole in dorate foglie d’umiltà
nella certezza del domani.
Un po’ la segui
poi la precedi
la brezza irrazionale
folgore al viso che s’incurva
tenera taglia il mondo
da un cordolo di assenza
e clorofilla -natura adottami
in folte macchie e orme di trifogli.
Non sento gelo né paure
un solo punto- varco
iridescente chiama
mi ravviva
notturno spegnimento
dove smottare il nero-
tempesta
e mancamenti
come sa fare un albero
una radice
un’ala che si asciuga e canta.
Stu pizzuddu.
Ancora i petri sunnu chiddi
Ca li greci si tiraru di picciriddi.
Stu cantari lamintusu di lu ciumi,
mentri u suli u talia quasi incazzusu:
chi ti lamanti ca tia mancu t’abbruciu!
St’anticchia d’acqua ca mi pigghiu
pi l’arsura, attriplicata ti la rennu.
Chi curpa nagghiu io, se ogni vota
ntò to passaggiu, corcadunu
ci va mittennu impigghi.
Accussì ogni ghiornu ti fai
sempri chiù nicuzzu. E mi dispiaci.
Tu diccillu a sta criatura ca
di sti biddizzi si va inghiennu
l’occhi: tanti frati tui già mureru,
e prestu mori tu, ma appuoi
tocca ai frati sui e a idda puru.
Che ti lamenti tu del mio calore, che nemmeno ti brucia? Questa poca acqua che mi prendo per l'arsura, poi te la rendo triplicata con le pioggie. Che colpa ne ho io se nel tuo passaggio ogni volta qualcuno ci mette ostacoli. Così tu diventi sempre più piccolino. Tanti tuoi fratelli per questo motivo sono morti e presto morirai anche tu. Però diglielo a questa creatura che si sta godendo il panorama. Che presto toccherà ai suoi fratelli e pure a lei.
che parla d'amore,
ti prego.
Raccontami di mamme
che baciano il capo ai figli.
Raccontami di figli
che carezzando mamme invecchiate.
Oppure di uomini
che stringono al petto
le loro donne.
Raccontami storie di buoni sentimenti.
Di gente che rispetta
anche chi non conosce.
Parlami di un futuro
per tutti migliore.
Dimmi che tutto tornerà semplice,
che la tecnologia
non stravolga piú la nostra vita,
distraendoci e
si torni al piacere
di parlarsi
guardandosi negli occhi.
asservendoti d'una penna usata
sol per scrivere i tuoi sogni e desideri.
Malevoli eran le tue parole intrise d'odio,
invocavan vendetta per un tradimento
d'un pover amor vissuto,
consumato da lei in tutta fretta.
Pien di fuoco apparivan i tuoi occhi,
cercavan di dar sfogo all’ira funesta.
Un’arma, la tua mano brandiva al cielo
che, all’improvviso, era divenuto nero.
Brillava d'un luccichio la lama d'un freddo coltello
che, di rosso sangue, a divenir s’apprestava.
Un pianto di morte accolse la giovane amante,
non ancor donna e non più bambina,
ma sol ragazzina.
Parole farneticanti scrisse la tua mano
che aveva perso il suo ardore
e, tremula, scriveva di dolore,
mentre tu, come un pazzo,
guardavi impallidir gradatamente
il corpo del tuo giovane amore
e vestirsi del colore della luna.
Parole e wurstel di pollo grigliati all'obitorio.
Sei come il barattolo di grasso,
unto della lingua di bue.
Sei come sei
senza l'elastico dei boxer malati di rabbia.
Usi la tua colt
con pallottole mie,
spari spiedini alle feste dei boy scout.
Mezzogiorno col fuoco delle trattorie,
chianina al sangue.
Sei come sei
quando ti muovi nel seguirmi.
Oggi non ti vedo più,
come ieri
come mai
come un carro disarmato trainato da cinghie usate.
Sei pezza straccia
nel fondo della borraccia.
Chips and chops
alla fermata del jet.
Un pieno di cherosene
mentre fumi il tuo labbro
mentre batti come un fabbro.
Sei come sei
nell'incudine di marsh mellow.
Sei come Clark Gable
senza vento.
Via da me
rimani solo con te.
Sei come la frangia dei miei stivali
prendi pezzi di pelle insieme ai tuoi finti compari.
Sei come sei.
Io sono come sono,
sopra di te
a una spanna dal cielo
sopra la tua faccia di marcio melo.
"Sono un ribelle dentro e sempre lo sarò,
cammino solo nelle valli,
parlo ai morti,
gioco con i vivi.
Sono quello che sono ribelle sotto la pelle"













