sulla tua pelle bianca,
corrono sul tuo corpo
libere di saltare
come stambecchi bradi
dalle colline al piano,
dagli anfratti alle cime.
Corrono le mie mani
ed ecco sono orecchie
che odono il tuo gemere
ed ecco sono occhi
che scrutano nel buio
le labbra, il seno, il sesso
ed ecco sono il tutto
che in te si fonde e affonda.
non ha mangiato con noi
-ottimo il pranzo di fusilli e crema di salmone sulla torre Tyholt-
che significherà una piattaforma girevole sulla città?
Ha aspettato che tornassimo per accendere una cicca
e dirci che non scompare la miseria coi paralleli
Si capisce dallo sguardo che non cerca la morale
ma spinge più a fondo gli artigli
Ecco il cadavere e tutt'intorno le figure della paura
sarà un corvo a cominciare il banchetto:
maestro d'armi quanto basta per chiudere gli occhi
sul timor mortis
Carne che trema messaggio trasmesso
Non c'è modo che quest'uomo col semplice guardare
perda la sua battaglia.
Il pastore di Trondheim tiene l’etica in ordine
una gran cura nel giorno del Signore per le anime dei fedeli
ma più a fondo non riesce ad andare.
La solitudine ci segue ancora sull'isola pedonale
sa del nostro aereo ci augura persino buon viaggio
poi si siede a una fermata qualsiasi e ricomincia il giro
da qualche altra parte della città troverà nuovi italiani
per dire che non c'entrano le coordinate
ma solo il magma che ribolle sotto la crosta
uguale in ogni punto dove individua un uomo
Cammino sul confine
del tramonto,
ascoltando, il rumore
del tempo.
È come un sibilo
che mi passa da canto.
È come un brivido
che mi sfiora da dentro.
Se incerto è il cammino...
assai lesto è il passo!
Vado incontro al destino
e arretrar... più non posso!

Riarse zolle: occhi spenti
di una flora ormai azzerata
divenuta sterpaglia incenerita.
Da nord a sud brucia la terra
in un accecante calore
di fiamme ardenti
e là dove la furia del dio del fuoco
è già passata
un deserto di cenere ha lasciato.
Nessuna radura
nessun poggio d’erbe
nessun bosco è stato graziato:
tutto brucia
per l’incuria dell’uomo
e la follia di piromani esaltati.
Un cammino infernale di lungo raggio
il nostro paese sta attraversando...
in quest’estate di cattiverie e paura
si cerca di eliminare scheggia dopo scheggia
il male di passi furtivi
atti a fare ecatombe della natura
azzerando per molto e molto tempo
nuove fioriture.
Sarà dura dover osservare il nostro territorio
scevro di boschi e di raccolti
ridotto in appezzamenti inceneriti
sovrastati da rovelli di nuvole grigie
a vagare in un cielo liso
di una luce che intristisce ed accora.
Pioggia
incessante lava
gocce stillanti cadono fredde
sulle ossa sulla pelle
scorrono come rivoli
cancellando tormenti.
rigenera anime aride
abbevera bocche
torrente in piena sul cuore
sbocca e macera istinti.
pioggia continua, sferzante
sulle mani crea laghi
per poter bere
e di nuovo rifiorire.
stille d'amore
aghi nel cuore
allaga anime come fiume.
ti ho ritrovato e quando ti ho aperto ho ritrovato i ricordi,le esperienze e il tempo trascorso
tutto è cosi' prezioso che ti ho nascosto ancora per non perdere nulla
frettolose di raggiungere mete.
E tutte le volte accennava un movimento
per poi -inerte- ricadere sull’asfalto.
Era ornato ancor di foglie
che -schiacciate- ne seguivano il destino.
Io, quel giorno non avevo frette o arrivi
a cui anelare.
Vagavo nel niente, ma assai curiosa di ogni cosa.
Decisi di occuparmi di quel caso.
Paziente attesi il buon momento
e lo raccolsi.
Lo rigirai tra le mie mani.
Gli dedicai istanti su istanti
del mio -non più- prezioso tempo.
Si, era solo un gambo, a cui -forse memori
del suo alto rango- resistevano poche,
martoriate, ma ancor fedeli foglie.
Volsi lo sguardo al fiancheggiante prato.
Dove: Campanule bianche si trastullavano
nel vento producendo melodie
che da un palco sulla nascente luna,
orecchie mai nate si deliziavano d’ascoltare.
Non volli indugiare oltre ( che non mi parve sano).
Lo lanciai lontano proprio in mezzo all’erba.
Lì per lì mi sembrò di aver udito un “grazie amico”
Me lo chiesi -lo confesso-
se fosse stato il gambo o le sue foglie
o se invece qualche petalo della sua perduta rosa.
io vi spieghi la sveltina
mi astengo da uno sbagli
e mi rapporto alla gallina.
Certamente molto pochi
non conoscono un pollaio
molto noto a buoni cuochi.
Vi dirò che in quel carnaio,
proprio lì v'è un professore
che del lesto consumare
certamente è l'inventore.
È quel pollo dominante
con vermiglia lunga cresta
che sale e cala da cavallo
e alle galline fa la festa.
Non crediate che quel gallo
faccia ciò per buffonata;
del pollaio è lo stallone,
ogni salto è un'ingroppata!
Solamente che il furbone
poiché addosso alla gallina
salta dieci volte al giorno
brevettò quella sveltina
che per noi è un atto porno.
da catene ad inchiodare il possessivo
ma le cicatrici pulsano ogni giorno
ad ogni prigionia nel farsi ostacolo
Nefandezze avrei da raccontare
ma nell'assecondare il giorno a vivere
raccolgo briciole di dolce
memore d'affetto carcerato
Strizza la luna alla mia stella questa sera
Fa che m'ami quanto il desio mi comanda
rifocillando in succo di risveglio
desuete voci ad imbiondir lo cielo
fluttuano nel cielo azzurro,
vento leggero le trasporta.
Belle ma sterili.
Serve acqua!
La terra arida martoriata dalla siccita',
si polverizza.
E'tutto secco!
Caldo penetrante blocca il respiro.
Timide gocce di pioggia,
appena accennate,
sporcano macchine
nella torrida estate.
Non dissetano,
ne portano refrigerio.
Boccheggiano gli uomini,
sognando folare di aria fresca.
Anche i laghi soffrono la sete,
assottigliandosi,
mettendo a rischio numerosi esseri viventi.
Fuori dalla borsa è scivolata la rosa,
soltanto una mossa del vento
nel suo giallo come un'amaca d'api
a far rimanere il gambo sfrondato.
Neppure lo sguardo fisso durò tanto a lungo
da serbarne almeno un ricordo. Lo stesso va detto
per gli altri fiori, lo stesso va detto per il paradiso
o per la grondaia
lungo il muro secco.
Resta lo scempio delle parole, l’intelligenza
tradita e la vergogna d’avere ferito
chi ami senza motivo. Quanto è stato vicino
il dirupo, spinto dall’amnesia, la via
che ho visto non ha sbocchi, solo blocchi
di carta compressa di giornale, il reale
al tempo delle giostre ferme per mancanza
di elettricità. E se mi guardi per capire
cosa mi sia successo quel giorno all’imbrunire
del sole, e se le labbra sfuggono all’aderenza
della lingua per poi abbandonarsi al fatale
di un bacio senza tempo, allora vedo nei tuoi occhi
la trasparenza dell’acqua, ma so che la mia
è acqua di spine. Avremmo potuto ascoltare il violino
della nostra canzone, ma senza lo spartito
delle note conosciute, la musica stessa è assenza.











