forse vezzi
arricciare la fronte
per la nostalgia espressa
il prudere di naso
al giusto caso
su ricordi
appena dietro l'angolo
giovani gatti impauriti
dal pelo ritto
un bosco di sorprese
potato per la primavera
al timore di una nevicata
fuori frontiera
Rimane
la pelle elettrizzata
un inciampo
nello scendere di scalinata
un attutire normale della giornata
il cambio della luce ritornata
guardando
sopra la ringhiera del balcone
avverarsi
quella nevicata
sulla campagna stesa fino al mare
tra i voli silenziosi di una bella
mattina che si lascia conquistare.
È giorno di mercato ed un fermento
d'andirivieni freme sulle strade
invase dalle mode del momento
tra chi fa acquisti e chi non si decide.
Ma è l'ultimo dei banchi che cattura
la luce poi i miei passi poi i pensieri
e vanno dritti verso l'avventura
tra libri dei più disparati autori.
In mezzo al mucchio capita talvolta
più di qualcuno sembra quasi avere
un magico potere e non ho scelta:
al primo sguardo m'ha carpito il cuore.
È bella la mattina l'aria è buona
e svolto verso il parco coi miei nuovi
amici... già una storia mi appassiona
con la sua trama di sussurri lievi.
o è folle chi
non ha mai amato?
Amare una persona
per un attimo o per l’eternità,
è pur sempre amare,
senza amore non ci sarebbe un uomo
che ruba un fiore,
una lacrima o un sorriso.
Ma soltanto tanti attimi
di una monotona malinconia.
Sono morto
no, non è vero
ingoio cocci di luce
per sfamare la bramosia d’esserci.
Allora vivo!
Perché? Devo?
C’è qualcuno che bussa alla mia porta
pur non essendo testimone di nulla
se non della fame che vesto.
Dimora in me
Signora Serenità
e utilizziamo la bigamia
come unica arma di sale.
Da quando ogni foglia
che cadendo,
aggredisce il catrame
per un semplice sparire
per vincere la morte.
E’ dentro di me, come di tutti
la falce nera nel fegato marcio
gli occhi a spiare nell’intestino
ma fino a che mi lascia in pace
può nutrirsi quanto vuole del mio cibo.
Che resti un pensiero molesto
ma nel sonno, perché di questo tempo
di quello che ancora mi resta
so già e ancora, ancora cosa farci.
Starò con la mia donna e la renderò felice
parlerò a tutti perché non perdano
un minuto, anche uno solo in chiacchiere inutili.
E poi quando un giorno mi presenterà il conto
la ringrazierò del suo ritardo
del suo smarrirsi tra le pieghe del mio corpo
e le offrirò l’ultimo fiore del giardino
che la mia donna ha raccolto con le sue mani.
Lievi tratti di matita
sopra fogli sparsi
come piccoli rilievi
di un atavica scrittura
lasciano setosi intrecci
e nel tempo che lento scorre
non si ferman le parole
escono fluide dalla bocca
come fiumi neri.
coprono viso e occhi
marchiandole a fuoco
salgono sulla fronte
e nella mente s'impregnano per ricordare
ciò che rimane.
musica di voce che decanta poesie
come inutili armonie.
di un Aprile ballerino,
inebriata dalle essenze,
quieta cammino
per le vie del borgo antico.
E in questo mattino,
nell'incontro di tanta umanita'
" nascosta" e sola
triste e' il mio cuore.
Voci tremolanti
inviano un saluto
dai balconcini fioriti;
e sulla soglia
fredde mani tremanti
cercano " calore."
Nel lungo abbraccio,
gli occhi azzurro mare
offuscati dalle avversità,
brillano di una nuova speranza.
Proseguo..
Sguardi mesti
intrisi di solitudine,
padroni sono di candide sorelle.
E cosi',indecisa e trepidante
propongo un invito;
e accarezzando i loro volti piangenti,
un piccolo sorriso prende vita.
Un pensiero mi sovviene..
Questa breve esistenza terrena
che con impeto ci travolge,
una lezione vuole impartire:
vietato sorvolare.

Ho ritrovato, pensando di averlo perso, questo straccetto di carta,
quasi abbandonato nel mio cassetto
e con la mente mi sono inabissato in pensieri e ricordi…
Si tratta di un frammento, la scheggia di un tratto di vita di una giovane donna,
poi tradita e lasciata
da quello che credeva essere il suo unico senso di vita.
E’ ricorrente e salta agli occhi il continuo richiamo di un Tu, di Te, con Te e senza di Te…
e la disperazione fa da padrona; tanto che si avverte un’atmosfera di asfissia;
la mancanza di ciò che dà la vita e che senza si muore: l'Amore.
Ho conosciuto e ho condiviso la massacrante situazione
e sono stato molto vicino a questa ragazza:
ho quindi assistito ad una piccola morte, alla tragedia che spacca il cuore
quando un amore finisce ma,
col tempo… lentamente, ho avuto modo di vedere come la lacerazione si suturasse.
Con l’arrivo dell’estate, eventi nuovi e belli si riaffacciarono negli occhi che prima,
avevano versato fiumi di lacrime.
Quelli è già da molto tempo che non li conto più,
li lascio scorrere insieme alla vita.
Lascio scorrere il tempo come il sangue nelle vene
e quello non invecchia mai.
Non mi ricordo quando sono nato.
Mi sembra d’esistere da sempre
vivendo nel tempo non tempo,
dove il passato s’intreccia con il presente e il futuro.
La mia mente ha assorbito tutte le storie che ho vissuto,
che vivo e ho da vivere, continua la sua corsa,
non guarda gli anni e non si dà tempo,
essa mi dice che esisto da sempre.
Perché non dovrei credere a quello che mi racconta,
se voglio lo posso verificare, essa non mi ha mai tradito,
accompagna la mia anima da un’eternità.
Oppure sono solo un sognatore e non so più
se quello che vivo sia solo sogno, pazzia o realtà.
Io sono così come mi vedi, sempre me stesso.
Tante volte mi nascondo dentro i miei silenzi,
per ascoltarmi e guardare dentro il mio cuore.
Tu mi guardi e vuoi capire perché. Non c’è un perché.
Ogni volta sono me stesso e vivo nella consapevolezza
di una ricerca interiore, per poter essere un uomo migliore.
E quel batticuore che ritorna nei versi
come a scapigliarsi, un’acconciatura diversa
per ogni volta e la rotta sconosciuta
è un rimorso che risuona lento, che batte le ore
a intermittenza. Poi ci sono solo suoni
a intrecciarsi, sillabe e pensieri complessi
nel torto di avere ragione. E l’alba di un’immagine
che ci sfiora, veloce e sensuale, di bocche
che si toccano ancora e di sensi al galoppo
in prossimità del traguardo. C’è il groppo
alla gola e il rischio di prendere stecche
nell’esecuzione perfetta del canto. L’origine
si sposta ogni volta, come il confine, gli stessi
non saremo più, filo e ago, a volte bottoni
di camicia bianca o anche fiamma e candore
sul palco della vita, ti avrò o ti ho già avuta
poco cambia, se in questo sfogliarsi alla riversa
c’è il gioco che ci contiene e il nostro amarsi.
Sono ore piovose,
queste, che non passano,
che lasciano sui miei pensieri
un sottile strato di polvere.
Scaldo l'acqua per il tè
per vederla bollire
ed evaporare
nel nulla,
come la nebbia
della prima mattina
sull'Appennino ligure.
E mi dico che fra poco
passerò anche io di lì:
dove si fermano
le nuvole,
e dove
ogni
giorno
il mio cuore
ha il suo primo
inevitabile singulto.
Quella frontiera per me
segnalerà sempre
il cambio del
clima,
ma
una
volta
era lì
anche
per dirmi
che a breve
ogni mio male
si sarebbe sciolto
nel caldo della tua voce.
declina la chioma a vezzeggiare il collo,
prorompe di bellezza il seno,
flette l’onda dei fianchi
in sopra l’anche;
arde di vita la figura.
Rivolto all’orizzonte
lo sguardo controlla l’andatura
e di profumo invade
angoli e strade.
Non voglia il tuo scrutare
distogli l’insano tuo mirare:
soltanto una decina;
gli anni di così tanta bellezza,
rassegnati è solo una bambina
degna di tanta tenerezza.
'Na vota 'o scuorno teneva 'a faccia soja:
'nun appena 'o 'ncucciave te n'accurgive!
Quale viso tene mo': 'nun ce stà traccia.
Tenarra' forse a forma 'e 'nu currivo?
'Nu tiempo 'o scuorno teneva 'nu volto speciale:
era assaje cchiù aggarbato e regolare.
Certo quacche piccolo spigulo ce steva:
'nu spacchetiello ca a stiento se scurgeva.
'O vedive ca cammenava rasente 'e mure,
annascuso addereto 'e llastre scure.
'Nun steva 'ncoppa 'e ffeneste affacciato,
a spurca' 'e niro 'a faccia 'e uno o 'e n'ato.
Zuppechiava poco, spisso senza ragione:
ma nisciuno 'o considerava n'eccezione!
Quanno 'o scuorno teneva 'na morale,
se sapeva scarta' 'o bbene d'ô mmale.
Se facevene riga' deritte 'e disoneste
e se purtava annanze 'a ggente onesta.
Quanno capitava 'o tipo brutto e malamente,
te n'accurgive c'avive a cche ffà cu 'nu fetente.
S'avessa arrapi' 'na granda scola,
addò a ogneduno se 'mparasse ll'onestà.
'Nfaccia 'o purtone se mettesse 'na scritta,
ma c'avessa stà ll'obbligo a lla frequenta'.
'Na scola ca desse a tutte 'na licenza
e furmasse perzone oneste e d'eccellenza.
Putesse sempe capità ca tutt'attuorno,
'a ggente accumminciasse a pruva' scuorno.
Traduzione
La vergogna
Una volta la vergogna aveva una faccia sua:
quando la vedevi subito te ne accorgevi!
Quale viso ha ora: non c'è traccia.
Avrà forse la forma di una cosa che fugge?
Una volta la vergogna ci appariva con un
volto speciale: era molto più garbata e regolare.
Certo qualche piccolo spigolo c'era:
uno spacchetto che a stento si scorgeva.
La vedevi camminare rasente il muro,
nascosta dietro le lastre scure.
Non stava alla finestra affacciata,
a sporcare di nero la faccia di uno o di un altro.
Zoppicava poco, spesso senza ragione,
ma nessuno la considerava un'eccezione!
Quando la vergogna aveva una morale,
si sapeva dividere il bene dal male.
Si facevano rigare dritti i disonesti
e si portava avanti la gente onesta.
Quando capitava un tipo brutto e malandato,
te ne accorgevi che avevi a che fare con un
fetente.Si dovrebbe aprire una grande scuola,
dove ad ognuno si insegnasse l'onestà.
Sul portone si metterebbe una scritta,
ma dovrebbe esserci l'obbligo di frequenza.
Una scuola che ti desse una licenza
e formasse persone oneste e d'eccellenza.
Potrebbe sempre accadere che tutt'intorno,
la gente cominciasse a provare vergogna.
Currivo: cosa insolita o insignificante (che scorre, fugge, ecc.)











