Sangue scorri ancora nelle vene
come fiume in piena
porta linfa nuova
ti sorregge anche lo sguardo
simmetria di un corpo
che vaga
nelle stanze chiuse e vuote
dove polvere s'annida
muri muti non ascoltano
risate infantili
ne aspirano profumo di biscotti
o odono colpi di lame sguainate.
vaga scorgi tra i vetri
quello che rimane di una vita condivisa
fai uscire lo stantio odore
che prevale su ogni cosa
quel che vale di un ricordo
e un abbraccio di bambino.
faro nelle intemperie,
contemplo il volto tuo scarno
ed una carezza scompiglia
la bianca tua chioma.
Ricordi lontani riaffiorano..
Solerte,di buon mattino,
una scia zuccherina
saliva nella stanza imbandita;
e l'odore del latte
nella gelida stanza
si diffondeva.
Profumo di sposa novella!
Le giovani mani
a rinnovare di bianco candore
frammenti di quotidiana vita;
il canto tuo melodioso
la fanciullesca inquietudine placava
e ogni dubbio svaniva nell'abbraccio materno.
All'imbrunire,
una preghiera
all'Infinito Amore;
e noi,fanciulli,
attendevamo trepidanti,
la tua benedizione,
oh madre mia!
ombra sul collo divori la mia speranza
ricordandomi la tua presenza in ogni dove
nonostante i nascondigli in cui ti infili
belva silente in attesa della preda
Il tuo regno ha un trono d'ossa
e fiumi di sangue in cui ti specchi
la tua vanità tramortisce ogni umiltà
ferisce la mia umana fragilità
annichilisce la mia esistenza di cui tu
crudele serva della fine ti prendi gioco...
“ Prendermi gioco? Pensi che ami scherzare?
Non sono la fine e nemmeno il tempo,
non prendo io le decisioni. E non sono mie
tutte le colpe, cosa posso farci se un pazzo
si fa saltare in aria massacrando innocenti?
O se un presidente in stato d’ubriachezza
scatena l’inferno dal cielo su una città
di gente inerme? E’ uno sporco lavoro
a volte mi piace, come quando raccolgo
le ultime confessioni di un’artista
altre un po’ meno, quando mi tocca
guardare nell’abisso del cuore dell’uomo.
Vedi di me l’astratto e mi maledici, sono l’eterno
che sogni, ma pensaci un attimo, è ciò che vuoi
davvero? Nel mio trono di ossa c’è il dubbio
e il nucleo di ogni percorso di tolleranza.

Quale confine
Passano le curve dei propri anni e non rammentano giorni caldi
che guardavano notti dileguarsi a lunghi addii
Non piangono a mattina quando si attutiscono rumori e luci della sera
dove un gatto -solo- chiede tempo all'amore
Siamo gatte, feline,
chiediamo amore al tempo ma è lui che comanda e non è la strada
non ci fa paura quella
ma sono i fossi a farci cadere -noi, su membra fragili
che si accartocciano al tempo d'una sigaretta-
Vedi, le luci creano ombre e viceversa
ma è quando il raggio si fa buio che nasce la distanza
e le notti piangono
come le donne.
spingevo le gambe fino a morire
pulsava passione
dentro il cuore gagliardo
nessuno obiettava tanto fervore,
striature perfette nel tessuto muscolare
con scatti severi
raggiungevo il traguardo.
Mi nutrivo del clamore
di padri e figli,
chiassosi come campane
quando ciò che lasciavo ai rivali
era la scia del mio passaggio,
tanto osannato dalle tribune.
Correvo come un baleno,
la mia ombra era il suo tuono
duecento metri di pura energia
di quella folla ne ammiravo il suono.
Anche nelle migliori favole, però
esiste il lupo cattivo!
l’etichetta unanime recitava “superbo”,
più un onere, che un aggettivo.
Beffavo i deboli in egual modo
tornassi indietro sarei diverso
adesso lo sono, ma fisicamente
ancora oggi penso
a quel ragazzo che guidava una sedia
e ovunque andassi era presente.
Mi annoiava quella sagoma triste,
venivo ammirato come suo idolo
storpio assillante: così lo chiamavo
tirando avanti passandogli affianco
per firmare autografi
alle donne che amavo.
Quanto splendore
nelle facciate di tutti i giornali,
il mio sorriso raggiava!
invece credevo che il suo fosse brutto
la mia espressione era truce
appena egli me lo mostrava.
Ho provato a cambiare,
ma il successo lo impediva
scattavo ancora, scattavo per primo
mentre dagli spalti, egli applaudiva.
“ammirate la grandezza dell’uomo
che ha fatto leggenda”
ovunque rimbombava costante
allora, l’adrenalina sfiorava le stelle
mentre egli soffriva,
rimanendo presente.
Ci furono cali d’ascolto,
dove nel profondo dimorava l’inferno
ma quel ragazzo buono e gentile
aveva fiducia nel mio grande ritorno.
Tornavo borioso, all’orizzonte
i pochi amici che avevo
supplicavano un miglioramento
“tratta bene il tuo prossimo”, dicevano
persino coloro dimenticati
nella mappa del firmamento.
Il fato ha poche parole
non implora come gli amici!
colpì duro e senza rimorso,
promise i peggiori giorni infelici.
Quella sera fu l’auto
ad accelerare oltre al suo limite
danzò come una ballerina,
sopra l’asfalto bagnato
dopo spettacolari capriole
scese giù nel dirupo
e quando mi tirarono fuori,
il mio arto destro rimase amputato.
Solo allora compresi
l’illuminazione si conquista col dolore
La cercai, attraverso grida lancinanti
e notti insonni, affogato dal sudore.
Non scatto più, non scatto per primo!
Toccai il piede rimasto,
pianse perché perse il fratello
dove siete vecchi amici?
statemi affianco
aiutatemi, con questo fardello.
Quel che vidi fu il niente
nessun soccorso al sorgere del sole
si aggiunse disprezzo alla mia condizione
la rabbia premeva il mio orgoglio,
con la protesi allora mi alzai
piansi un minuto ed entrai in azione.
“Non sto fermo, non ce la faccio!”
quei padri e quei figli
aspettano il Fulmine
guardo in alto e sgrano gli occhi
le nuvole nere fanno ombra,
sui posti vuoti delle tribune.
Nessuno ormai mi adora
assieme alla gamba perdo l’amore
gli ingegneri crearono la protesi
ma insabbiarono il vero dolore.
Dove sei? Io ti devo delle scuse
perdona l’arrogante che fui
il tuo sorriso mi darà la spinta,
ciò che serve per non cadere
seguimi ancora, seguimi ovunque
dopo lo sparo d’inizio,
la molla sotto il ginocchio
sostenta il corpo e fa il suo dovere.
Superato il primo, punto al secondo
e tu forse mi guardi da casa
raggiungo il terzo, affianco il quarto
rubando la sua posizione
davanti al quinto mi assesto
dammi una mano compagno
tieni acceso il fuoco,
della tua passata benedizione.
Non nasconderti al buio
fammi vedere il tuo viso
sono io che imploro,
colui che ho sempre deriso.
Quale folle destino,
ho dovuto subire
la gamba finta si spezza
così a terra mi fa cadere.
Non sono lacrime, né il male
a farmi contorcere
ma il sapore della vittoria
diventata un ricordo
la vista si annebbia dal pianto
si oscura la luce grazie a una sagoma
scaturisce un brivido appena mi dici...
“alzati e raggiungiamo il traguardo”.
Finalmente mio eroe, sei arrivato!
l'impossibile diventa realtà
hai sentito il richiamo
di questo povero indegno
il tuo abbraccio è poesia
allevia l’immane tragedia
i pochi rimasti sono estasiati,
dal coraggio abbagliante
che hai dimostrato
con forza a te sconosciuta
e smorfie che solcano le guance
mi sollevi, sulla tua sedia.
Un dono d’amore gratuito
con le mani assecondi le ruote
mi accompagni alla fine
e negli ultimi istanti,
i miei occhi inizi a fissare
la voce strozzata,
esce a strattoni
ora, l’idolo poco sensibile
ringrazia il giovane
che ha salvato il suo onore.
Siamo vicini alla linea
i giudici divengono bimbi
l’arbitro cambia espressione
i loro sguardi strabiliano
non osano interferire,
col nuovo campione.
Caro e unico amico
la giuria popolare sostiene
il tuo momento di gloria,
più di qualsiasi misero stolto
che si aggirava in strada
pronunciando vittoria.
Ansimi per condurmi all'arrivo
sono sereno, quanto estasiato
con fare umile e maestro
pronunci l’epilogo:
“ ricorderai a lungo il giorno
in cui un giovane uomo
ti indicò come valicare
le insidie dell’ego”.
Lascia che a scorrere sia solo un'anima confusa;
lascia che a sorridere sia la scia dello sguardo
perduto tra di noi.
Respira il frutto dei fiori
e gira come l'ape
ronzando tra i miei capelli,
la mia mano leggere ti scaccerà senza toccarti,
giunco tranquillo che tocchi la terra.
Guarda chi si nasconde tra le ceste per casa,
guarda affamato ciò che non puoi udire.
Le sere sono fresche e tu ricordi le cose,
le ricordi coperte di miele.
Così dolce scorrerà nei tuoi ricordi
e tra i cuscini ogni respiro.
Questa sera, sì questa sera,
io ti porterò tra la luna e il sole ad est.
ho visto perfino il giardino della luna
l’acerba traccia di desio si espande in fughe
lascio che primavera abbondi,
nel primo verso sciolto sul mattino
come una malattia che non mi sfebbra
ed è un delirio a prendermi la mano.
Ti scrivo senza mai sapere dove
andrò a finire mentre seguo il filo
dei miei pensieri senza alcuna chiave
di volta tra le favole del cielo.
Mi lasci l'ineffabile sapore
di un sogno che mi sveglia quando cedo
al sonno... mentre avanzi e retrocedo
ammutolita innanzi al tuo splendore.
Non so da dove nasci, come muovi
i passi andando al fianco d'ogni cosa
donando una dolcezza silenziosa
al mondo con le tue parole lievi.
Ora la notte qui non è più buia
la illumina il riflesso della canna
di quest’arnese, sporta come zanna
che aggetta fiera dalla fitta tuia.
Fino al tramonto a salve si può armare
a chi vi turba il grotto sulla fronte
non c’è che digrignare arcate smunte
o ancora l’altra guancia rimostrare.
Ma appena il sole cala all’orizzonte
disintegra sorprese anche presunte.
Se d’uno spillo acuminate punte
minacciano un pericolo imminente
sappiate che v’assiste l’esimente:
legittima difesa e… alleluia!
C’è già la legge, ancor non scritta bene
e in caso di legittima reazione
a un’aggressione ingiusta e contestabile
non c’è poi da scontare grosse pene
se la difesa a offesa è proporzione
- con quella attuale e questa inevitabile -
e la reazione è l’unica pensabile.
Però questione vera e assai spinosa
è la non netta proporzione, cosa
più ambigua, perché il giudice s’abbuia.
Ma se la differenza è rilevante
tra male inflitto e male minacciato
- laddove l’arma punti i fuggitivi -
non c’è esimente e scatta l’aggravante.
Ma che il far west sia almeno scongiurato
che detti sempre il giudice i motivi
e che soltanto in casi tassativi
si possa rilasciare una licenza
per tirar colpi ed allentar la lenza
in questi mari mondi troppo bui.
Schiuso il bel balcone
ai tuoi vent’anni.
Il tuo respiro soffia primavera,
devia il vento
e nera la tempesta azzurra.
Lo sguardo imburra i tuoi vent’anni,
incollano occhi succulenti,
spogliano segreti riassunti.
Specchiano sguardi incantati,
rubano argenti e luce.
Oro acceso il tuo sguardo,
sei lava bollente.
Catturo ormai il tuo insieme
con gravoso respiro,
rimiro il tuo balcone e chiudo.
Io m’appresso al finire
tu continui a fiorire.
viviamo i disordini e le ingiustizie
e la vita si scioglie di rosso sangue all’orizzonte.
Siamo madri, padri e figli
di un male che ci vuole cancellare ,
siamo anime sotto le stelle di questo agitato mare.
Profonde le paure supplicano lo stesso DIO
lo stesso cielo.
Sotto il suo riflesso di vetro
gli occhi vegliano il niente
il niente appare
solo onde e lacrime da bere
centinaia di occhi bruni senza traccia e senza nome .
Se mai arriveremo nella terra del sole
impareremo a sorridere
senza ali
impareremo a volare.
Profonda è la ferita che ci lacera il cuore
invisibile cicatrice che segna
come l’acqua santa la fine di un tormento.
Mai ti dimenticheremo “ amata terra ”
lasciamo solo che il tempo scorra vivendo
guardando spesso dalla finestra
questo immenso ed agitato mare.

Destati, misero popolo assopito,
non vivere più l'attesa nel sopore,
perdendo la dignità e pur l'onore;
lotta chi ti ha derubato e poi tradito.
Il feticcio, che un dì tu eleggesti
con tanta fiducia per aver certezza,
con l'inganno ti ha ognor privato
sia del denaro, ma pure delle vesti;
per lui or c’è lusso e per te tristezza,
quando ti dice: “Sono desolato”.
Pesante è il giogo, a cui ti sottometti,
i buoi, stremati, fermano l'aratro;
se prendi lena, invece, e non aspetti,
potrai scacciare i roditori dal teatro
per poi recluderli nella patria galera
a scontar la pena per il grave danno,
arrecato con dolo alla nazione intera,
che vive l’incerto dì con tanto affanno.
















