D'amore ho vissuto
nella morbida carezza del sogno...
schiava del tuo pensiero
ho sempre pensato che tu esistessi
anche attraverso la nebbia
che ammantava il tuo cuore.
T'ho aspettato tra la calma dolce
del silenzio,
t'ho sempre pensato,
ho superato i pendii di irte colline,
ho risalito crinali che sgretolavano sabbia
arrossandomi gli occhi
e portandomi affanno.
Fugge il mio tempo
nell'oro dei giorni baciati dal sole
o coperti di nebbia,
nelle notti senza stelle,
nel buio della solitudine
e del mio stanco errare
alla tua vana ricerca.
Ancora la vita mi lascia
con le labbra dischiuse
ad immaginare ciò che non ho.
Ma io con i suoni ed i toni
del mio testardo cuore
continuerò a cercarti...
Vorrei apparecchiare
nel solco del tuo seno
Cibo da leccare
scaldato dal calore della tua pelle.
Mentre sento il tuo profumo
Imboccarti con la mia lingua
Nutrirti
di baci il cuore
di cibo il corpo
e di piacere la testa.
Vorrei sentire la tua voglia
Che striscia sulle mie gambe
Disperata
nella ricerca
di un sollievo.
Vorrei attraversarti la carne
Come corrente elettrica gentile
Ma incessante
Fino a farti tremare
Di meraviglia.
Vorrei riempirti
Come acqua dentro ad un bicchiere
Fino all’orlo
E straripare lentamente
A goccia.
Uno sguardo forte
s'impone al mondo,
alla sua femminea seduzione.
La sua bellezza adulatrice
chiede un’anima d’impatto,
che possa catturare attimi di cielo.
Carpirne le texture audaci
gli equilibri netti, gli agili contrasti;
la magnificenza dei
plastici volumi.
plastici volumi.
Luce vera, da luce vera,
scopre linee di diversa ispirazione
in giochi mai visti
d' estensioni immaginarie.
d' estensioni immaginarie.
Gioie fiorite, e sensuali tratti,
tocchi vibranti, e rami sinuosi...
...poi le sofisticate aurore degli sguardi!
Certo, è forte l'epressione
del levar del sole,
Certo, è forte l'epressione
del levar del sole,
gioia pura che si dona al mondo,
arduo sogno…ancora da scoprire!
(Impression soleil levant) di Monet.


Piano piano
il sole
scemando va,
chiudendo
il suo giorno.
Ecco
il tramonto.
Finalmente…
il riposo!
Uno ad uno
gli uomini
s’apprestano
a serrar
le porte.
Ecco
il notturno.
Finalmente…
il tranquillo!
Avvolto
in una coperta
m’abbandono
in sereno
vagar.
Ecco
il fantastico.
M’illumina
l’immensità!
Riscopro
tutt’altro
percorso,
tutt’altro
giulivo.
Ecco
l’intenso.
Finalmente
ho sorriso!
La società di oggi è tanto impura,
iena crudele fuor d’ogni misura.
I meriti e i valori non più apprezza,
ma esalta il fetidume e la stoltezza.
Plagia l’uomo, rendendolo schiavo,
e gode, vedendo infetto il vasto favo.
L’animale lezioso e tanto sedicente
diffonde intorno a sé odor fetente.
Come una brutta vecchia si rattrista
e, provando schifo della propria vista,
sfiorita vorrebbe veder la giovinezza,
perché accentua di più la sua bruttezza;
così, questa società tanto corrotta
al probo spesso chiude la sua porta
ed a forza lo spinge a sua pastura,
perché faccia la sua stessa figura.
Or che l’animale di fango si è coperto
non può più uscire pulito all’aperto
e, vivendo da lordo nel suo ghetto,
mette in pratica un antico detto:
“Or che siam nel ballo, dobbiam ballare;
se ignoriamo le norme per danzare,
non fa niente, basta creare confusione,
avendo di certi calli grande attenzione”. Batte forte la pioggia, ingrossa i fiumi,
piega gli alberi, strappa le foglie,
abbandonandole a terra,
le strade allagate.
Ecco
siamo in inverno,
la prima tempesta
ci ha dato il buongiorno.
Ed in quei occhi
profondi e imbarazzati dall'ansia
che ritrovo il sole che splende
dentro la tempesta
piega gli alberi, strappa le foglie,
abbandonandole a terra,
le strade allagate.
Ecco
siamo in inverno,
la prima tempesta
ci ha dato il buongiorno.
Ed in quei occhi
profondi e imbarazzati dall'ansia
che ritrovo il sole che splende
dentro la tempesta
Fulgido ai piè dell’alta rupe nuda e scura,
il borgo brillava sotto il sol levante,
che lieto splendeva ad ogni fuggitivo istante,
dopo la buia notte tetra, nell’aria tersa e pura.
Fonzaso il nome suo, dove nacqui e abitai fanciullo,
nel cerchio della valle dove l’Alpi chiudevano lo spazio,
con cinque monti ed il torrente Cismon dell’acque sazio,
nei miei verdi anni quando era facile il riso ed il trastullo.
Scuotevano l’aria dei suoi rintocchi il campanile aguzzo,
che, alto, cantava l’ore che fuggenti e vaghe correvano,
ricordando a tutti che il tempo passava veloce e vano,
senza lasciare traccia alcuna, come del fulmine il guizzo.
Si scuoteva della notte del gran silenzio l’alba radiosa,
e la squallida ghiaia d’Avena al sole risorgeva,
e pini e abeti e vigneti penetrava l’astro che sorgeva
e l’acqua chiara del torrente scivolava a valle, gioiosa.
S’udiva dalle rocce la campanella dall’argenteo suono
del castelletto dalle bianche e merlettate mura,
che al mezzo de la rupe giaceva in una nicchia scura
e dove, con la tempesta, spesso rimbombava il tuono.
Ecco! s’udiva un carro che cigolava sulla terra battuta della strada,
l’artigiano apriva l’uscio sorridendo e tutto si risvegliava.
L’odore dolce del pane per le strette vie del borgo si raccoglieva,
e augelletti e rondini guizzando si spargevano per la contrada.
Tutto era primavera d’intorno nella valle verdeggiante e serena,
gridi suoni di vita salivano dal borgo e della campagna intorno;
muggiti di buoi, nitriti di cavalli a nutrire il nuovo giorno
e del legnaiolo la sega e dello zappatore batter la rena.
Anche la famigliola si risvegliava allegra nella sua casetta,
al calor del sole lieta d’incominciar a vivere la vita.
I bimbi a frotte correvano ridenti, allegri, pieni di vita,
verso la scuola per nutrir la mente e del sapere fare incetta.
Ricordo ancora oggi quelle allegre giornate di primavera,
le calde gioiose estati e gl’inverni sepolti nella neve;
gli amici, i parenti di quel giocondo periodo breve;
le illusioni e le gioie di una vita, che ora sta volgendo a sera.
il borgo brillava sotto il sol levante,
che lieto splendeva ad ogni fuggitivo istante,
dopo la buia notte tetra, nell’aria tersa e pura.
Fonzaso il nome suo, dove nacqui e abitai fanciullo,
nel cerchio della valle dove l’Alpi chiudevano lo spazio,
con cinque monti ed il torrente Cismon dell’acque sazio,
nei miei verdi anni quando era facile il riso ed il trastullo.
Scuotevano l’aria dei suoi rintocchi il campanile aguzzo,
che, alto, cantava l’ore che fuggenti e vaghe correvano,
ricordando a tutti che il tempo passava veloce e vano,
senza lasciare traccia alcuna, come del fulmine il guizzo.
Si scuoteva della notte del gran silenzio l’alba radiosa,
e la squallida ghiaia d’Avena al sole risorgeva,
e pini e abeti e vigneti penetrava l’astro che sorgeva
e l’acqua chiara del torrente scivolava a valle, gioiosa.
S’udiva dalle rocce la campanella dall’argenteo suono
del castelletto dalle bianche e merlettate mura,
che al mezzo de la rupe giaceva in una nicchia scura
e dove, con la tempesta, spesso rimbombava il tuono.
Ecco! s’udiva un carro che cigolava sulla terra battuta della strada,
l’artigiano apriva l’uscio sorridendo e tutto si risvegliava.
L’odore dolce del pane per le strette vie del borgo si raccoglieva,
e augelletti e rondini guizzando si spargevano per la contrada.
Tutto era primavera d’intorno nella valle verdeggiante e serena,
gridi suoni di vita salivano dal borgo e della campagna intorno;
muggiti di buoi, nitriti di cavalli a nutrire il nuovo giorno
e del legnaiolo la sega e dello zappatore batter la rena.
Anche la famigliola si risvegliava allegra nella sua casetta,
al calor del sole lieta d’incominciar a vivere la vita.
I bimbi a frotte correvano ridenti, allegri, pieni di vita,
verso la scuola per nutrir la mente e del sapere fare incetta.
Ricordo ancora oggi quelle allegre giornate di primavera,
le calde gioiose estati e gl’inverni sepolti nella neve;
gli amici, i parenti di quel giocondo periodo breve;
le illusioni e le gioie di una vita, che ora sta volgendo a sera.
Quando vuoi,
quando puoi,
ma se devi venire
non mi avvertire
e vorrei che arrivassi
quando sono a dormire,
che mi trovassi
in un sonno profondo
già fuori dal mondo;
e che mi portassi
diretto al giudizio
c'assicura certezza
d’equa giustizia,
sodalizio perenne
con la mia debolezza:
colpevole o indenne.
quando puoi,
ma se devi venire
non mi avvertire
e vorrei che arrivassi
quando sono a dormire,
che mi trovassi
in un sonno profondo
già fuori dal mondo;
e che mi portassi
diretto al giudizio
c'assicura certezza
d’equa giustizia,
sodalizio perenne
con la mia debolezza:
colpevole o indenne.
Non sarò luce effimera
ma fuoco imperituro
Ti brucerò nel petto
tempesta calda di sangue
non sarò fiammella incerta
sul tuo cuore di cera
che scioglierò
e fonderò con le mie vene
ma un sole inesauribile
a scaldarti le viscere
Ti illuminerò del mio amore
folle e occulto
se ne coglierai
il sommerso splendore
ma fuoco imperituro
Ti brucerò nel petto
tempesta calda di sangue
non sarò fiammella incerta
sul tuo cuore di cera
che scioglierò
e fonderò con le mie vene
ma un sole inesauribile
a scaldarti le viscere
Ti illuminerò del mio amore
folle e occulto
se ne coglierai
il sommerso splendore
Battiti di cuore inscatolati
sul ciglio del crepuscolo
ed un letto d’ali incatenate
alle dune stropicciate del deserto,
tempo d’attesa tu sei
e lacrimeranno fior di rugiada,
aritmetica d’anima sulla terra.
Il ciel diverrà di ciliegia e di vetro
ed un soffio lunare carezzerà
carovane d’aurore sgrammaticate,
porti alluvionati scoloriti dal vento.
sul ciglio del crepuscolo
ed un letto d’ali incatenate
alle dune stropicciate del deserto,
tempo d’attesa tu sei
e lacrimeranno fior di rugiada,
aritmetica d’anima sulla terra.
Il ciel diverrà di ciliegia e di vetro
ed un soffio lunare carezzerà
carovane d’aurore sgrammaticate,
porti alluvionati scoloriti dal vento.













