Ira egoismo arroganza
ci fanno allontanare dall'unica
cosa vera che abbiamo,
l'unica che è
veramente nostra,
oltre ogni confine
di intellettuale e razionale,
oltre la vita e
oltre la morte
l'unica che ci ascolta
senza volerci cambiare,
l'unica che
mai nessuno potrà rubarci
la nostra anima.
il colore non è definito
sarà il sentito dell’impeto a decidere
l'inchiostro traccerà i segni bramosi
sarà sgualcito, carico d’intenso profumo
E’ notte fatta
padrona silente attese
quel tacito sublimar
che scuote e freme
mentre s’aprono i solchi
Lacrimando delle attese nostre
fuggivano ruggenti umorali
che tanto folli han fremuto
d’un color porpora striato
in quegli anfratti da vivere
In quei due monti
come luna tagliata riflessa
due bellezze gemelle
strofinar divinizzandole
nel tratto assito gocciava e si perdeva
guglia eretta in cortese inchinar
Stremati
ridotti a brandelli
senza mollar la presa
paura di perder istanti ancor famelici
indugiammo al sonno ove perdurano furie.
Ti ricordi?
Uno sguardo e fu amore
mi chiedevo perchè io,
con i capelli rasati
quegli occhi da cerbiatta impaurita
i jeans sdruciti il peruviano
anni settanta
Ti ricordi?
La prima notte dopo la festa
mi coricai con l'abito da sposa indosso
tu sorridesti dicendo “sei la mia principessa”
mi spogliasti piano
lacrime di emozione accesero i miei occhi
stelle nel buio della stanza
Principessa mi chiamasti
da quella notte di sogno così vera
di cui ancora sento l'aroma
dei nostri corpi uniti per la prima di tante volte
Ti ricordi amore
le nostre impronte lasciate sulla sabbia
nelle giornate al mare
il profumo dell'erba di montagna
dove sdraiati il sole ci bruciava la pelle
i nostri baci l'anima
Avvolta nel tuo abbraccio
il mio nido, il mio rifugio per piangere
quel dolore muto, innominato
curato e guarito dalle tue carezze
Ora il tuo sguardo spaurito di cerbiatto
che giovane più non è mi volgi
le mie braccia ti accolgono
sostegno per sollevarti dal letto
quando il sole ti sveglia
ed ancora mi chiami principessa
ed ancora ci amiamo,
sfogliando l'album fiorito di fotografie
ormai sbiadite ancora ti dico
Ti ricordi ?
tra una parola e l'altra
ti scopri nell'intimità
dei tuoi gesti
ti guardi allo specchio
ma lo sai
sei tu che non cambi mai
perchè il potere
è nello scrivere
che profondamente sfiora
e delicatamente stordisce
chi a capofitto
si getta perdutamente
tra le parole che tu detti
senza volere
lasciano un segno
indelebile
che dura nel tempo.
Striscioni ai cancelli!
La lotta è tornata!
La fabbrica è occupata!
Anche un prete è con noi, ha deciso di passare la notte qui!
Si parla, si mangia, si prega.
Dormiamo a turni.
Socchiudo gli occhi e
penso a quando c'era la competizione fra di noi,
pur di dimostrare che eravamo uno migliore dell'altro.
E adesso uniti, siamo qui a lottare!
Tutti con lo stesso scopo: la difesa del nostro lavoro.
Chissà se la fabbrica ripartirà... il nostro futuro è incerto.
c'è molto pessimismo, ma sono certa e fiera che nessuno dimenticherà
questo momento di unità!
E tutto sarà diverso.... o almeno per un po!
perduto nei miei occhi,
quasi un ritratto
di silvestre fiore assonnato
al vespero meditare di nebbie
ch’io accolgo come parole
accondiscese a libare
il meritato riposo.
S’infittisce,
tra solchi di fossi silenti,
vene della campagna
nei raggi di Luna smarrita,
il gracidar di rane
al mio vaneggiar d’amore
come a consiglio
di rimembranze lontane
di bianco candore
e purezze perdute.
E, altresì,
a ricordarmi
di quanto sentivo
in me acceso
il fuoco vivo dell’ardore
mentre,
furente nei respiri,
resto in attesa
di un tuo bacio
alle mie labbra.
trascinando fianchi
sfiorando ceppi stanchi
rincorrendo fanciulli
Con vispa andatura
volteggiano leggeri
sereni tra l’erba, fieri
serba lucente natura
Stridule vive voci
cadenzano il passo
ozio su un sasso
con sopra le croci
E il cuore si allieta
a mirar figli dei figli
giovani senza cipigli
che leniscono la meta
Prrronto per il salto
verrrso il basso
o verrrso l'alto
nell'azzurro tinta unita
dei colletti di camicia.
Insomma, sono
quasi pronto,
con il riflettore pallido
puntato
sull'ovale malato
del grande amore,
io sono quello rassegnato
con i baffi
da pesce-gatto.
su spilli appuntiti
di fragili paure
nelle tempeste
solitarie, dentro rifugi
nella mente pensante
sotto occhi di maleducate
creature nel cimitero
della saggezza o nel tempio
della pura benevolenza
respiro e sogno altri
sudori mischiati nella
tenebrosa allegria
di menti incontaminate
dalla pura fantasia
e credo che niente
possa essere più grande
della mia unica depravazione
dell’essere una mente qualunque
nel cimitero della saggezza
Le sue labbra
non sprecarono tempo
nella presentazione delle portate,
non chiesi spiegazioni.
Assaggiai.
Nessun fuoco acceso,
nessuna fredda pietanza.
Rimasi per lo più
a distinguere il dolce dal salato,
quando
fu Lei, infine,
ad offrirmi
il suo taglio migliore.
Nel più freddo dei mattini invernali di sole,
nel più sobrio degli sguardi laterali,
tu sei sfuocata e blu,
e come una viola a mezzanotte
inviti un tuffo di elettroni e neutroni
a nuotare nella profondità della tua percezione,
iridi dove tutto galleggia solo verso il basso.
Ma hai l'odore dell'erba tagliata,
della farina d'avena,
di un milione di cliché da ragazza-nonna,
e di vecchie trapunte,
di fantasie emanate dalla ruga
del tuo stomaco di carta.
L’ombra delle tue ciglia non mi cattura,
né l'intangibilità delle tue infinite
possibilità fantasma.
Metterò i blu jeans rigidi, quelli un po’ sbiaditi
e con un foro sopra il ginocchio destro.
Non posso camminare sulla scia
delle tue acque,
lascerò impronte sulla terra.
Camminerò.
Desidero quindi
qualcosa di più simile
a una grandezza
o a un abisso?
Mi rapiscono se ci penso
i gatti persiani,
nel cestino da viaggio
con quei loro occhi astronomici...
Continuo con il solito vecchio
bastone da passeggio
senza troppi sogni
nel guscio del tè.








