Sono tornati da oltre il giardino
dei piccoli istanti
-balzi di lepre
dai rami secchi, qualche foglia
non ha capito l’inverno
temendo al cadere il funerale del sole
Via qualche briciola dell’anno finito,
il sacco è sempre più pieno
le falde al cappello grondano
il peso di più nevicate
non mi spoglio, no
colleziono le mute, le squame;
tornerà primavera,
la pelle nuova è riva
che brucia
IDDIO VORRA' CHE IL MIO SGUARDO VOLGERA' ALL'INFINITO, OVE L'IMMENSO CIELO
CONFINERA' NELL'AZZURRO E PROFONDO MARE E FINALMENTE POTRO' AMMIRARE CON
INDESCRIVIBILE E INDELEBILE GIOIA LE INFINITE BELLEZZE DELL'UNIVERSO, CREATE CON INFINITA MAESTRIA DAL SUPREMO E MAESTOSO ONNIPOTENTE SIGNORE DEI CIELI.
-einszik - zweizik - dreizik –
a girare sui tram viennesi
si ficcano in testa le slot machine
tu non giochi ma vieni giocato
annusando la pancia
dei tram di Vienna
senti bollire cavoli e rape
crauti, affogato di gulash
effluvi di aceti
è dura prova per olfatti brillanti
dai giardini d’aprile i vecchi viennesi
sono statuette sedute
con le ossa gelate
a catene inanellano il Ring
insonorizzati si affidano al sole
e gli danno del tu
sorgono nell’ombra
della sera.
Lingue rosse
di candele d’avorio
disegnano contorni d’aria
sulla nuda parete.
Trasportano gli occhi
oltre il confine
e ne lasciano l’iride ammaliata,
senza sguardo.
Ed è lì, in quell’istante,
che capisci il tramonto,
la riposante coperta
del cielo.
Il suo rabbuiare
richiama forte i cuori
a un silenzio
più profondo
del respiro del mondo.
Ed io ti attendo anche quest’oggi.
Per dialogare, con sottili bisbigli,
con la parte più antica del cuore.
Arranchiamo su rocce frastagliate
sotto un cielo di lapislazzuli,
a lunghi passi,
verso il basso,
mentre il nostro istinto ci conduce
incontro alle onde spumeggianti
che ci minacciano da lontano.
Le increspature del mare,
ormai così vicine,
ci invitano a fermarci;
ma noi incespichiamo oltre.
I nostri passi guadagnano
scopo e distanza.
Scendiamo,
su ciottoli vellutati
che leniscono la pelle.
I graffi e le rigature
che scarabocchiano i nostri gusci
luccicano sotto la luce del sole,
per poi sbiadire,
come ci immergiamo nello zaffiro.
Il nostro abbraccio adesso è chiuso,
i nostri spiriti rinvigoriti.
portandosi via il tormento
sale e scende
dalle stelle fino al mare
albeggia nel sapore
dipingendolo nello specchio
ti guarda e non risponde
arrotola la fantasia
e la nasconde nel lontano
ora solo contro il sole
ora in compagnia dietro le ombre
scrivo di questo sogno
parlo a questo sogno
che mi ha preso per mano
lucidandomi gli occhi
e aprendomi l'anima
questo sogno infinito
nato alle pendici delle colline
cresciuto vicino alle montagne
ed esploso nel blu del mare
nel dolce silenzio
di sorrisi agli albori
sul fil del tramonto
dove, si perde lo sguardo
tra i profumi
di un’estate, già finita.
Sto in attesa
in questo viaggio
che, mi sommerge lentamente
di musica,
di vita,
rendendo ogni attimo
profondo
folle
e sempre degno d’esser vissuto.
con luce oro e argento
il blu
il buio
stoffe scure di notte
luce e penombra
vorrei stenderle sotto i tuoi piedi
ma essendo povero
ho soltanto sogni
i miei li ho stesi sotto i tuoi piedi
cammina leggera
perché cammini sui miei sogni.
Ogni sera
nel mio buio piango
il mio cuore sento dal petto
strappare, pesare
autopsia che quantifica il dolore
sono essere umano
creato dal divino,
la sofferenza in questi attimi
supera al traguardo la gioia
La campana della vecchia
torre campanaria
scandisce il giorno
da mane a sera,
i consueti agiti di ogni dì
in rituale perpetuo
Sale l'alba, scema il sole al tramonto
portandosi via con se
un po' di te, un po di noi ….
le mie unghie lunghe di rosso laccate
si aggrappano al tempo,
indomito scorre via
sul viso un ghigno bieco …
lo osservo scivolare tra le dita
muta ….
impassibile
ancora una volta toccavo
la morte da vicino,
ma io no
non sentivo dolore,
nessuna smorfia sul viso,
volevo piangere, ma le lacrime
non scendevano,
malgrado tutto quel sole
sentivo freddo, molto freddo,
mia madre, minuta
curva ad uncino,
piangeva, ma io no,
i miei occhi rimanevano asciutti,
amavo mio padre
ma io
ero stata svuotata prima.
non è fredda e non è aria
è una cresta di latte
dalle mammelle del cielo
Soprattutto quel braccio
che si perde alle vette
è incompiuta traccia del nord
di bouquet inaccessibili
Lo guardo di più, così vergine e solo
lo strascico in acqua
d’una sposa che s’è lasciata annegare
L’incantesimo è fermo
Si nega, il bianco d’inverno…
il non profumo inonda la testa
di un’onda
che inesorabilmente
culla il pensiero
vibrante del nostro
andare,
verso alghe future che
ci annodano l’amore
nel vivere profondità
immense e sensazioni
eccelse fino al
perdersi nell’abisso.
Fino all’ultimo
respirare, forte…
il folle affannarsi
dei nostri sospiri
innamorati senza
sciogliersi mai
dall’unirsi del
sentimento.








