Hai visto il deserto
rovine morte, la terra spenta
la nuvola d'un miraggio
nuvola grigia
la pancia
le acque rotte e il miracolo
la nascita -un'arte ribelle
Quel che possiedo
è la spora prolifica
soffio nebulose parlanti
sillabe, virgole
da appuntarti alla lingua
ascoltarle uguali alle mie
Dov'eri quando non c'ero?
il tempo insieme
in un letto di indugi
appollaiati come corvi sui rami
la trama
la rete per gli insetti
ci sbattono i pensieri:
usciamo, non usciamo
aria, non aria
Il corpo minuto nel rifugio
il cubo, quattro facce bianche
nessun muro
logorandomi l'anima
mi fa impazzire
togliendomi il respiro.
Come foglie secche
si staccano dagli alberi
il cuore muore d'amore.
L'attesa....
Straordinaria follia
sconvolge l'anima
passione che ti soffoca
aspetti con ansia
quell'unico cuore che ami.
Attendere anni, mesi, giorni,
sperando che quell'uomo
si fermi da me per sempre.
scivoleranno sulle lastre
di agognate stecche
di cioccolata amara
in questa durata
di luci e stelle appese
su fili tesi .
Quali parole
useranno per le vetrine
gonfie di giacche
senza volti e camicie
di flanella senza righe.
E chissà qual passante
frettoloso lancerà
lo sguardo languido
verso quel dolce
colorato di crema profumata
senza poter assaggiar sostanza.
Chissà quale parola
renderà giustizia
a quella lacrima che
scende frettolosa e
per chi gli tenderà
la mano per regalare
una tazza di cioccolato
caldo.
Stordita
adagiata sul fondo
gelida l'armonia
senza rima
si rinchiude
in buio accordo
raggomitolandosi
fedele alla sorte
e urla
l'acuto eterno
di lama tagliente
indifferente
al silenzio
senz' alito
avvolto nel candore
perduto bianco velo
di tante primavere
macchiato di sangue
che invoca amore.
Sento una voce sommessa
sussurra al cuore una verità assoluta
“non mentire a te stessa renditi libera”
e penso a cosa sono
quali vissuti ho nella mente, nel cuore ….
Sono un' onda che si abbandona
sulla battigia e più non torna al mare,
sono un soffio di vento
volteggia, volteggia su se stesso
muta in tromba d'aria
distruggendo la speranza
lasciando detriti sulla strada
Rosa rossa appassita dal gelo
cadono i petali sbiaditi e fradici
di lacrime che più non voglio trattenere,
un fiume scaturisce ai miei piedi
di pietra forgiati
ed a valle trascina ogni attimo di gioia
Non sorriderò più se il sorriso
nascere non vuole sul mio viso
finita la menzogna,
un grido di dolore erutta
dalle corde vocali stonate
violino che garrisce come un gabbiano
che il mare sfiora a caccia di cibo
Dormirò, dormirò finchè il mio corpo
odierà il letto
e se al risveglio il cielo sarà grigio
non forzerò il sorgere del sole
permetterò al tempo di scivolare via,
piccola barca a vela sul mare della vita
affrontando ogni intemperie
di cui il destino voglia godere
Scalano gli anni
alpinisti
addestrati
che come soffi
di venti
s'incamminano
per un'altissima vetta
esibendo zanne
grintose, con facce
tremanti, bagnate
diramandosi
nei rifugi salvatori
dei presagi della mente
gelata, saldando
ripensamenti
nello sconosciuto cosmo
hai celato.
Umiltà ostenti
ad ogni alba
chi nel viaggio incontri.
All’etere affidi
il galleggiante
animo fra le stelle oscure
che ausilio cercano
per donare lucentezza
a chi sovente
il leggero trascura.
Posa l’orma
sulla dolce terra
orba di quiete ormai.
ma la sua luminosità permane.
Cipressi, pini, querce,
sono soltanto sagome scure
e il cielo assume tutti i colori del cambiamento:
un filo dorato sull’orizzonte
e poi l’azzurro trasparente,
l’azzurro più intenso,
il blu chiaro,
il blu indaco della notte,
le stelle che s’accendono a una a una
e la luna che, ancora pallida,
sovrasta ogni cosa.
Dall’alto della collina
contemplo la sua brillanza luminosa;
con i bordi rossicci
sale lenta sul paese,
sfiora il campanile della chiesa,
accarezza il monastero
e il suo luccicore, come una cupola di vetro,
si struscia, irriverente, sui tetti delle case.
E’ grande e bianca,
senza una macchia
e la sua luce è bassa
sulle strade vuote,
dove si vedono solo i lampioni
che perdono i contorni,
lentamente sfumando
in una polvere azzurrigna
densa di chiarore.
Ogni cosa appare bianca,
anche i monti del Matese,
nascenti da un lontano candore
come a festa.
Ritorno a casa,
percorrendo il sentiero illuminato
dai bagliori lividi della luna
e la malinconia degli alberi si riverbera
nello scintillìo incupito
dei miei passi affrettati.
della malinconia
colpirà il mio pensare
avrò frasi da dedicare
al vento.
Lascerò parole scritte
nelle pagine del tempo
e cercherò il sorriso
tra le rughe della gente.
Accarezzerò le gocce
d’acqua piovana che
colpiranno il viso mio e
riderò con i bambini
all’uscita di una scuola.
Regalerò un bacio
al sole e saluterò
le stelle e
nella notte
la luna pregherò
di non lasciarsi andare.
Camminerò sulla
riva del mio mare
ammirerò l’orizzonte
che mi regalerà
l’albeggiare
Chiederò se serve
aiuto al tramonto
purché nel rosso
la malinconia
non prenda mai
il mio canto.
Se guardo
dentro o fuori
il castello
la luce
è piegata in un angolo.
Mi vedo con tre teste
su cui ruotano
miseri abissi
che s'intrecciano
voluttuosi
in un calore di sintesi
di braccia e di bei visi smagriti
con la lingua a brandelli
nel tramonto della notte.
Nel mio mondo
convivono orizzonti lontani,
luoghi circoscritti e molti cieli.
Album della “Panini” non conclusi,
monopattini con cuscinetti a sfera,
fucili con il tappo, alberi e fiumi,
pistole ad acqua, Donald Duck
ed il mio grande amore per il mare.
Il bel latino del Prof. La Penna,
un po’ di greco quasi dimenticato,
De André, Guccini, la melomania,
la musica barocca, il tango,
il jazz americano.
Modugno e Lauzi insieme al ’68,
Tambroni, Moro, Il Vietnam,
una bandiera rossa.
Il Cile, Pinochet, il microsolco
e poi Neruda che ancora non mi piace
perché ho sempre preferito Pasolini.
Dimenticavo la filosofia, il vino buono,
la psicoterapia di gruppo, Gramsci, Berlinguer,
un po’ di simpatia per il vecchio Osho,
“Re nudo”, nessuna religione, i fiori non recisi,
il sigaro toscano.
E qui mi fermo,
perché se è vero che sono appassionato
questa storia potrebbe anche protrarsi all’infinito,
e non è giusto…
Quello che inizia deve anche finire.
Solo un ultimo cenno sul mio amore,
unico infinito consentito.
Si. E’ vero. A volte accade
ed è, come camminare sospesi
su un filo a mezz’aria
La percezione del pieno e del vuoto
La respirazione che diventa più veloce
le narici che si aprono in continuazione
come quella di un segugio che deve assolutamente
fiutare, scovare, prendere e possedere
E’ come se l’aria mancasse
tutto in un attimo, ed è bellissimo.

Vaga nel buio
incosciente
della sera
che paura non gli fa
lo prende
approfittando di quegli istanti
viaggi a doppio senso
sulle ruote dell'oscura libertà
degli amici indispensabili
per vivere ancora
soddisfare i suoi giorni
comprandosi cose
morsi dimenticando










