sotto una volta oscura
piena l'aria
d'echi stranieri
la notte indifferente
schernisce il silenzio
deride il ricordo
ferisce il vuoto
ed un profilo di porcellana
delicato nel tratto
candido nella pelle
scuro e dolcissimo negli occhi
discioglie nell'aria
come traccia nell'acqua
Ed accetta senza gioia
la resa
e l'abbraccio del buio
Quattro ottave toscane (endecasillabi canonici a maiore -accenti fissi in 2ª, 6ª e 10ª-, rime su schema ABABABCC).
È frusta che mi sferza in pieno collo
il vento secco della tramontana;
del fresco ancor non sono ben satollo
che il meteo già la gioia m'allontana:
starò di nuovo in forno come un pollo
che cuoce l'imminente settimana!
d'estate ne ho da tempo pien le tasche
ma il tempo ha le scadenze ormai più lasche.
Passato da tre giorni l'equinozio
dovrò patire ancora la calura
cercando l'ombra in ogni bel negozio
che il sole non ci mostra ancor premura
d'andar ad abbassarsi in cerca d'ozio…
settembre ancora a rischio abbronzatura
ad onta degli acerbi temporali
che troppo in fretta terminan gli strali.
Si torna a trenta gradi già domani
o poco meno mentre m'ero illuso
finiti i caldi torridi africani
e asciutto avrei toccato questo muso
con queste finalmente asciutte mani
e ascelle alcun odore più profuso…
e invece sento già il dannato olezzo:
estate, fuggi via che ti disprezzo!
Eppure insiste ancora e qui s'attarda
fregando il posto a timida stagione
che tremula si sposta a lato e guarda
l'estate che arrogante dà spintone,
i piedi punta e ancora ci bombarda
sia pure con le foglie in arancione.
Ho fretta di rimettere il giubbotto,
vi prego, basta estate, m'ha stracotto!
26/09/2026
Si è udita la tua voce
sopra —
vivo è il corpo
dove cercano nido
gli uccelli
il sangue attraverso cui scorre
una parte di me disperde
il nutrimento dei deboli
guai a chi devasta l'altare
dove ho consacrato
una volta il mio amore
non sono responsabile
di ciò che si getta al tempio
ne avete fatto
un luogo di parole veloci
le rane turbano le acque
in cui vi siete bagnati
una volta
sui morti crescono rose
solo di bene
non mettete corone
le pietre sono convenientemente rotonde
né il corpo adornato
né la casa pulita parlano
per me
lasciate la carogna
alla cura
del raduno di corvi
come ho amato
DI NOTTE MENTE DALL'ALTO
ILLUMINI IL MAR TIRRENO
LA TUA LUCE STANOTTE
E' SIMILE ALL'ARANCIO
SI RIFLETTE SULLE ACQUE
DEL MARE E DONA SERENITA
A CHI TI OSSERVA
SONO QUI CHIUSO DENTRO CASA
DA SOLO AD ASPETTARE CHE
SI FACCIA GIORNO CHE TUTTO
INIZI A VIVERE CHE LE STRADE
SI RIEMPINO DI MACCHINE
E LE PIAZZE DI PASSANTI
DONNE AFFACCENDATE
ALLE BOTTEGHE A COMPRARE
IL PANE PER IL PRANZO
BAMBINI CHE CORRONO
VERSO LE SCUOLE
SEI SPARITA APPENA GIUNTA
L'ALBA E LA LUCE DEL SOLE
HA PRESO IL TUO POSTO
MI AVVIO VERSO LA VITA
DI SEMPRE SOLO SENZA
UN AMICO CHE RISCALDI
IL MIO ANIMO TRISTE
UN 'ALTRA NOTTE E' PASSATA
TRA RICORDI E LACRIME
DI UN TEMPO CHE
NON TORNERA' PIU'
- NASO - 26 - 9 -2026
Le belligeranze civili
sono le più vili,
colpiscono senza tema
madri e bambini e uomini senili.
Nei giardini
abbattono rose e azalee,
nei frutteti distruggono meli,
aranci e mandarini.
Non hanno davvero a cuore
il positivo cambiamento.
Parlano di parità di diritti,
le guerre civili,
ma per la ponderazione
nutrono il disprezzo e tracotanza.
Progettano lotte come già vinte
e inneggiano a sicure vittorie,
ma è solo fantasia di pensiero,
simulatori di progressi e di libertà.
Promettono ricche economie
vanaglorie e indipendenze,
i combattenti invitti,
ma sul piano più basso
pongono le uguaglianze
e le urgenze degli afflitti.
Un implicito riferimento, ma in tutt’altro contesto, a “La luna e i falò” di Cesare Pavese, suicida nel 1950, che nei miei giovanili anni ’60 era un mito, non solo letterario.
Non sol gravò lo studio su quegli anni
ché li alleviò una ludica allegria,
liceali in festosa compagnia
che aiutava ad eludere gli affanni.
Recando il mangiadischi o la chitarra
ricordo scampagnate in bicicletta,
qualcuno con la Vespa o la Lambretta,
fino al tramonto insieme a far gazzarra,
e ancora più talor ci attardavamo
al chiar di luna attorno a un falò ardente
e in nostro cuor, ciascun segretamente,
sogni e speranze e amori nutrivamo
quali fulgenti auspìci nella notte.
Ma giunse presto il tempo degli addii
e ognun di noi secondo i suoi desii
al buio s’imbarcò per le sue rotte.
Metafore di vita quei falò
or forse fuochi fatui diventati
di chi i suoi sogni vide irrealizzati
o già sull’altra sponda se ne andò,
ché inesorabilmente, or uno or una,
cala d’allor la compagnia spavalda
Quel ch’era fiamma in cenere si sfalda,
si spengono i falò, resta la luna.
Dammi il tuo cappotto
per portare il mio cuore,
così come me lo hai portato tu,
mamma.
Dammi anche le scarpe,
per non sbucciarmi i piedi
quando non avrò più
come destinazione
l’anima
che porta i miei passi.
Dammi le lacrime,
che mi siano acqua.
Poi,
indossa il sole,
per essere sicura
di vederti
ogni volta che
le mie ginocchia
sussurrano una preghiera.
spezzate, il dolore
salire forte come un pugno
La malinconia, bizzarra
giocherà brutti scherzi
saprà ridere, una volta tanto
di noi, che le abbiamo dato lacrime
Chissà, se lentamente si scioglieranno le maschere,
stanche e logore, che troppo a lungo hanno raccolto sudore
Forse, volevamo morirci tutti
in questo caldo abbraccio - nella nostra poetica -
ma si sa… le cose belle muoiono prima di noi
per farci soffrire ancora un po’
e noi
non siamo padroni di niente
non senti più il rumore delle sue zampe sul pavimento,l
la sua ciotola vuota, il guinzaglio poggiato lì dove
è stato riposto dopo l'ultima passeggiata.
Non sto piangendo il mio cane,
sto piangendo un pezzo della mia vita trascorsa con Lei.
Ho perso chi c'era sempre,nei giorni importanti,e in quelli
quelli qualunque, ho perso parte di me.
La versione che ero con lei ,non torna più.
STAVA L'ALBERO CHE MIO
PADRE AVEVA PIANTATO
IL GIORNO IN CUI ERO NATO
AI SUOI PIEDI DUE MASSI DI
ALABASTO E TANTI ROVI
DI TANTO IN TANTO
SALIVO FIN LASSU'
PER RICORDARE
QUANTO AMORE AVESSI
IO RICEVUTO E NONCURANTE
DEL TEMPO CHE PASSA
LO SENTIVO ANCORA
DENTRO ME
leggete Baudelaire, anzi, capitelo
capite la cipria
di cui si beano le guance ipocrite
delle madonne addolorate
guardate come colui che sbadigliando ingoiò il mondo
e lo risputò
rovesciando il calice di sauvignon
sulla mutandina bianca della pubertà
guardate chi per primo badò
alla consacrazione estetica
della puttana
chi per primo calò col dito
la lacrima melanconica sul ciglio
occhio eterno abisso
degli angeli esiliati
poi una sfogliata a Oliver Scharpf
che con lo schiaffo di dorso
ha consegnato uno specchio alla poesia
che finalmente si vide serva
ultima delle schiave
in lacrime caduta col suo pizzo nero e bianco
e il suo piumino per spolverare
ella si riconobbe serva che streca a terra
in una nube di singhiozzi
il pianto scosceso della propria condizione
serva che pulisce da cent’anni
il Martini versato
dopo il viaggio dall’oliva di un festino ad Hollywood
questa poesiola da scantinato
reclusa al mondo come le auto d’epoca
di un appassionato
questa poesiola portaborse
che sorride come una subrette a fine carriera
mentre passa il tappetto
a Wymbledon
e mentre che la sua mano compie la rotazione
sul pavimento di un maniero abbandonato
la sua pezza imbevuta di lordura
inghiotte una goccia del sangue
che le cola dal naso
Marinetti invece dovete leggerlo
perché fradici di supponenza
mai aveste l’ardire di andare oltre
il bang del cannone
leggete lui
riscaldatevi del suo fuoco reattore nucleare sempiterno
lasciatevi irradiare dal cavo elettrico
scintilla
torre gemella che implode
abbronzatevi coi funghi nucleari
moderni chiari
della sua luna trucidata
e leggete Sclavi
leggete il suo Dylan
cogliete i venti che trascinano le foglie
aerodinamicamente per natura atte
a confluire con l’estremità
del nostro occhio illagrimato
e solo allora potete permettervi
di allegare il lungo addio mortale
al bando
solo quando saprete danzare con la morte
senza mancare un passo
vi sarà concesso di partecipare al concorso pubblico
per le poste
solo allora potete pensare alla crociata per conquistare
il posto in banca
leggete Sclavi
e solo allora penserete a voi e al tutto
e vi incanterete nel riflesso di ogni porta in vetro semiaperta
del primo bar
allegherete la vostra visura istantanea
a qualunque “tutto bene”
e sarete maledetti, finalmente costretti
ora e per sempre, in virtù di spontanea astrazione
a compiere una rotazione in più della paletta
nel vostro caffè ormai tiepido







