spezzate, il dolore
salire forte come un pugno
La malinconia, bizzarra
giocherà brutti scherzi
saprà ridere, una volta tanto
di noi, che le abbiamo dato lacrime
Chissà, se lentamente si scioglieranno le maschere,
stanche e logore, che troppo a lungo hanno raccolto sudore
Forse, volevamo morirci tutti
in questo caldo abbraccio - nella nostra poetica -
ma si sa… le cose belle muoiono prima di noi
per farci soffrire ancora un po’
e noi
non siamo padroni di niente
non senti più il rumore delle sue zampe sul pavimento,l
la sua ciotola vuota, il guinzaglio poggiato lì dove
è stato riposto dopo l'ultima passeggiata.
Non sto piangendo il mio cane,
sto piangendo un pezzo della mia vita trascorsa con Lei.
Ho perso chi c'era sempre,nei giorni importanti,e in quelli
quelli qualunque, ho perso parte di me.
La versione che ero con lei ,non torna più.
STAVA L'ALBERO CHE MIO
PADRE AVEVA PIANTATO
IL GIORNO IN CUI ERO NATO
AI SUOI PIEDI DUE MASSI DI
ALABASTO E TANTI ROVI
DI TANTO IN TANTO
SALIVO FIN LASSU'
PER RICORDARE
QUANTO AMORE AVESSI
IO RICEVUTO E NONCURANTE
DEL TEMPO CHE PASSA
LO SENTIVO ANCORA
DENTRO ME
leggete Baudelaire, anzi, capitelo
capite la cipria
di cui si beano le guance ipocrite
delle madonne addolorate
guardate come colui che sbadigliando ingoiò il mondo
e lo risputò
rovesciando il calice di sauvignon
sulla mutandina bianca della pubertà
guardate chi per primo badò
alla consacrazione estetica
della puttana
chi per primo calò col dito
la lacrima melanconica sul ciglio
occhio eterno abisso
degli angeli esiliati
poi una sfogliata a Oliver Scharpf
che con lo schiaffo di dorso
ha consegnato uno specchio alla poesia
che finalmente si vide serva
ultima delle schiave
in lacrime caduta col suo pizzo nero e bianco
e il suo piumino per spolverare
ella si riconobbe serva che streca a terra
in una nube di singhiozzi
il pianto scosceso della propria condizione
serva che pulisce da cent’anni
il Martini versato
dopo il viaggio dall’oliva di un festino ad Hollywood
questa poesiola da scantinato
reclusa al mondo come le auto d’epoca
di un appassionato
questa poesiola portaborse
che sorride come una subrette a fine carriera
mentre passa il tappetto
a Wymbledon
e mentre che la sua mano compie la rotazione
sul pavimento di un maniero abbandonato
la sua pezza imbevuta di lordura
inghiotte una goccia del sangue
che le cola dal naso
Marinetti invece dovete leggerlo
perché fradici di supponenza
mai aveste l’ardire di andare oltre
il bang del cannone
leggete lui
riscaldatevi del suo fuoco reattore nucleare sempiterno
lasciatevi irradiare dal cavo elettrico
scintilla
torre gemella che implode
abbronzatevi coi funghi nucleari
moderni chiari
della sua luna trucidata
e leggete Sclavi
leggete il suo Dylan
cogliete i venti che trascinano le foglie
aerodinamicamente per natura atte
a confluire con l’estremità
del nostro occhio illagrimato
e solo allora potete permettervi
di allegare il lungo addio mortale
al bando
solo quando saprete danzare con la morte
senza mancare un passo
vi sarà concesso di partecipare al concorso pubblico
per le poste
solo allora potete pensare alla crociata per conquistare
il posto in banca
leggete Sclavi
e solo allora penserete a voi e al tutto
e vi incanterete nel riflesso di ogni porta in vetro semiaperta
del primo bar
allegherete la vostra visura istantanea
a qualunque “tutto bene”
e sarete maledetti, finalmente costretti
ora e per sempre, in virtù di spontanea astrazione
a compiere una rotazione in più della paletta
nel vostro caffè ormai tiepido
Nello scrigno della natura
le ali di un airone in volo
accarezzano l’aria sospesa
sfiorano una bimba sorpresa
intrecci di radici profondono vita
foglie smeraldo seducono sentieri,
il canto di un ruscello cristallino
nel cuore di un cerbiatto dorato
profumi di rugiada iridescente
illuminano vie a formiche ballerine,
sciamano api cariche di miele
parla d’amore un gatto tra le viole.
Terzine a rime incatenate (“dantesche”) di endecasillabi canonici (quasi tutti a maiore) in schema ABA BCB CDC DED EFE eccetera.
Volendo disegnare un grattacielo
posso allungare il brodo quanto voglio,
non serve metter certo tanto zelo
a frantumar dei versi il bel convoglio:
di metrica il rispetto non è freno,
non è corretto verso grave scoglio
su cui si possa infrangere l'ameno
progetto di far pagine copiose
che sfidino i vagoni d'ogni treno
se non s'hanno da dir poi tante cose;
l'idea nel leggerli è di brutto affanno
quei righi dalle sponde mal erose
dando impressione volta a recar danno
di non voler tirare fuori voce
e che ad un ritmo mai s'adegueranno
vivendolo pesante come croce
ma stan buttate lì, sputate a caso
senza sorgente, corso e infine foce
ma solo a ruzzolarci sotto il naso
cadendo a precipizio verso il basso
senza ordine e col passo vago e sfaso¹
d'un arrogante bullo che, gradasso,
vuol solo scappar via dai nostri occhi
lasciando il desiderio in noi inevaso
d'udir di melodia dolci rintocchi
che aiutino a gustare meglio il senso
delle parole lette in scarabocchi
che prima di cercare alcun consenso
si prestino a cercare l'empatia
in un andare avanti lieve o denso
seguendo degli accenti l’armonia
per poter dire che non siamo in Prosa
ma stiam tentando di fare Poesia.
La sfida strampalata e macchinosa
di fare tante pagine in conteggio,
che poi mi pare pur pericolosa,
insomma può lettori alla men peggio
d’andare fino in fondo scoraggiare
tra l’altro brancolando senza ormeggio
nel tentativo d’un bel recitare
ferito da “versetti spezzatino”²
che nostra voce non sanno guidare,
possiamo vincer, qui lieto m’inchino,
andando ad arricchire di parole
il nostro troppo breve pensierino:
del resto sol per dire che mi duole
veder presunti versi mal stuprati
son giunto senza fare capriole…
un attimo, ora in versi ho ricontati…
e sì, seconda pagina iniziata
e i versi sono tutti misurati:
son tutti endecasillabi precisi
e senza avere riga frantumata,
sol rinunciando ad essere concisi,
la mia seconda pagina è creata.
Non c’è bisogno di dare dolore
ai versi con indebita frustata
se riteniamo che doni stupore
al pubblico vedere tanta altezza
o un pozzo assai profondo di dolore
dal quale non s’avrà mai la salvezza!
¹: sfasato;
²: sì, ispirato già per il titolo da un commento di MaricaR.
24/09/2026
Disegnerò albe sottovoce,
echi inscatolati nel silenzio,
petali di luce sbeccati
dal battito del mio petto
e così saprai che il tempo
è uno squarcio di comete
sulle labbra dei miei giorni,
una poesia incompiuta
fra gli orli dell’anima,
sillaba di primavera
cucita al tuo nome soltanto.
Sottovoce scrivo i tuoi sguardi
come passi incerti
fra pianeti sconosciuti,
sottovoce rubo al destino
una carezza d’eternità
per regalarti sottovoce
il bacio dei nostri ricordi.
Mi riservo il diritto di tacere
se non taccio saranno le parole a piangere
al posto del Maestro degli Uccelli
alla domanda: chi ha sistemato le cose
gli astri alzano le spalle
quando parlo di te
sembro una domenica avvelenata
nessuno volta il viso quando suonano le campane
il mio amore vestito di bianco attende
il cavaliere della tredicesima costellazione
trascino il mio vestito come i rettili
sempre più a nord
i tramonti bollono bellissimi, sempre
il cielo posa un uccello sulla tua spalla
mi lascio
unica donna
Ciò che sono.
Sono ancora io,
anche se questo specchio
mi nega.
Lacrime e sangue
hanno imparato il silenzio
nel discendere
in quest’anima
che un tempo conoscevo
e ora mi sfugge
come luce tra le dita.
Non provo vergogna
davanti a questo specchio nero.
Non chiedo perdono
per avere amato.
Ho dipinto l’amore
con un nome:
Donna.
Gli orologi
segnano il tempo,
inermi e crudeli,
come se il tempo sapesse
dove condurre
chi resta.
Il futuro
non è che il pianto di adesso
che ha imparato
a chiamarsi domani.
Eppure
non rimpiango
ciò che ho donato:
ogni ferita,
ogni istante
in cui ho amato
senza chiedere al cuore
quanto sarebbe costato.
Anche il dolore,
quando nasce dall’amore,
è vita
che prende forma.
Sono ancora io,
in questo tempo
dove il silenzio
conosce il tuo nome
e l’aria conserva
il profumo
e il calore dell’amore.
Ma tu, Donna…
so che non tornerai.
Non tornerai
a bussare ai miei giorni,
né a vestire d’amore
il mio domani.
Eppure
l’amore resta.
Resta con me,
nel tempo che rimane,
nelle ferite,
nei ricordi,
in tutto ciò
che ancora
mi fa sentire vivo.
Allora resto io,
con ciò che sono,
con ciò che ho perduto
e con questo amore
che il tempo
non ha saputo spegnere.
Nessuna assenza
potrà colmarlo,
perché vive
nel luogo più profondo
dell’anima,
dove io
non ho mai smesso
di amare.
Meditando e impettito
corre il mio pensiero ardito
all’immenso soffrire
che l’umano mondo lacera,
e il cuor delle genti fa inorridire.
Ostilità e violenze in successione
lo spirito e il cuore
fanno ansimar senza ragione.
Pianto di madri su piazze e strade
di vermiglio sangue irrorate,
pungente angoscia di padri
per i tanti figli perduti.
Lacera è l’anima umana
per le guerre cruenti
e i tanti innocenti che giaccion caduti.
Tendenza sempre nuove
con sé conduce potente
il falso autentico fallace progresso,
serbando in seno un latente
e infelice regresso.
Tenace violenza gratuita
celata e parimenti ostentata
pregio e vanto di chi ama l’agguato.
Tutti di Dio Altissimo figli,
ma gli animi abietti e accigliati
declinano gli assennati consigli.
Chi con conflitto e armi
e irrazionale tenzone si appiglia,
scontro alimenta
e grida creando scompiglio.









