che mi hanno colpito,
ti ho riconosciuto.
Ho scelto l'odore della tua pelle,
i nostri corpi sono
un incastro perfetto,
come la mente
che si completa
l'una con l'altra.
Ho scelto la tua voce
diversa da chiunque altro,
i tuoi silenzi.
Ti ho scelto senza fare calcoli
l' istinto mi ha guidato,
il cuore mi ha rassicurato,
non ho avuto paura
di donarmi
completamente,
senza riserve.
Potrei cambiare tante cose
della mia vita,
non potrei mai cambiare te.
Con te l'inizio di tutto
di un percorso,
di un progetto di vita.
Ti ho scelto e
lo rifarei altre
mille volte,
senza pensarci
neanche un attimo.
(Abstract: Il progetto vuoto apparve su prato
lato occidentale di una coop e dentro
i bar di germanio.
Anche via Redavid era spenta -le auto parcheggiate ai relais
I capitoli del Principe come tombini aperti nel formaggio
molecole di acido butirrico sotto i piedi del Valentino)
Un vento silenzioso portava jazz e denti smaglianti
Soltanto il cielo fragola aveva
un capezzolo di conforto
il timore dell’allunaggio alla mercè
di formiche- che avrebbe fatto la mafia dei colombi
se non ci fosse stato il pizzo da pagare?
l’essere adorato e penzolare
o addirittura stramazzare al suolo
come un chiodo che si configge alla terra rossa
o un capopartito su una piazzetta
Ti ho amata
da che hai svoltato l’angolo.
Ti ho sentita indispensabile
fin da uno dei tanti caffè.
Ti ho desiderata
fin dal primo incontro,
fin da subito
eri dentro di me…
Mi mancavi come l’aria
a ogni mio rientro a casa, a ogni
telefonata la tua voce mi rendeva
della vita un po’ meno stanco.
Ti sei lasciata andare e
hai addolcito gli spigoli per me.
Ti ho aperto l’anima sino
all’esigenza di averti al fianco.
Oggi che è un altro giorno che
scenderemo insieme le scale,
trovo questo giorno
un po’ meno commerciale.
Ora che viviamo insieme trovo
tutta la mia esistenza da guitto
solo un ricordo, e le nostre esistenze
la seconda poesia più bella che ho scritto.
Ritratto di spessore,
il firmamento,
tinto di vermiglio
fin al confine del mare.
S'è inabissato il sole,
nell'acque
divenute fiamme liquefatte
- fuoco rovente,
che sa scaldare il cuore -.
Magico rituale, all'imbrunire,
consacra la bellezza
e la magnificenza del creato,
inimitabile,
lungi dall'emulare su pittorica tela,
per la grandiosità
della sapienza dell'autore.
E tutto, poco a poco, si scurisce,
nel mentre che l'ombre inseguono la luce.
Un testimone alato
resta ritto a osservare,
immobile,
nella sacralità di tal contesto.
L'immacolate ali sue paion di gesso,
intanto che lo sguardo sorvola tutt'intorno,
beandosi d'immenso materiale
e la preghiera di ringraziamento sale,
all'immateriale Regno sulle nubi,
atta a elevarsi
al cospetto del suo Celeste Padre.
La sinfonia degli Angeli,
suoi simili,
risponde.
come le fiamme dell'inferno,
amami, diventiamo immortali,
strappami le carni dal corpo,
portati via, con te, il mio cuore che,
schiavo del tuo amore, pulsa.
Funesta e furiosa è la vita,
vuol possedere tutto quello che può dare vigore all'amore.
Due corpi che si cercano e, desiderosi,
si uniscono in una danza dei sensi.
Giochi di erotismo sublimano la fame d'amore.
Tu, donna dall'infernale cuore,
mostri il tuo corpo da principessa;
oblii la mente, seducendola,
rubando la monotonia a questa vita terrena,
trascinandomi con te nell'inferno dei piaceri,
facendomi vivere il paradiso dell'amore.
Il giorno dopo venne primavera:
è come me, di prima fioritura,
sesso gentil di classe vera.>
Incominciò così la mia avventura
e l’alto consiglio fu la mia radice.
Caldi riflessi con un buon odore,
saldo binario per novelle aurore.
Cinquanta 20 marzo son passati
che ogni anno ritorna puntualmente
a rammentar momenti mai scordati.
Or che primavera è ancor domani
sento più vivo in me l’oggi ti sposo,
raccoglierò per te con le mie mani
un mazzolin di lei molto odoroso,
ti affiderò un abbraccio sorridente
e un turbinio d’affetti e di trascorsi.
Seguiterà poi tutto normalmente.
Piccola bambagia soffice,
Sono piccole stelle sul cuore
Da trattenere tra le mani ossute.
Lavorando sulla schiena china
Tutti gli anni spezzati a raccogliere
Tra canti languidi e
Blues malinconici.
Piantagione di bianca neve,
Sotto il sole del Sud,
Spaccapietre e sudore fanno compagnia,
Nei sogni di foreste da attraversare
Nell'Africa nera, rimangono
Solo sfumature.
Stelle di cotone nivee e leggere,
Vien la sera a riposare il cuore
Tra i rimpianti, nella notte scura.

Ti innalzi a fatica con speranze future,
Carrozzabili e slarghi,
rivendite e stabilimenti
oltremodo affollati.
Noi tra loro,
del tutto allogeni,
in questo impiccio assiepati.
Scorpioni, Pantere e Morte
a piedi o in pariglie,
Diavoli e Mercenari divertiti
…Turchini e Scacchi con
i Credendari fomentati da
una calca di tizi dai buffi vestiti.
Noi ci sentiamo dissimili dal
Carnevale delle Arance che
di norma assaporo, ma calpesto
e in questi giorni dagli eporediesi.
Facciamo ritorno in consonanza
al nostro empireo quasi foresto.
Mi piace ora
la voce del vento, un impeto
iniziato in un minuscolo
suono di vicinanza
risalito per le cime del mare
per le rocce e i dirupi.
È alto su artigli protesi
al dono del fiore
sta costruendo un giglio
al margine del tuono,
il bianco e l’oro
di un sussulto ritrovato
piccoli segni
tornati da correnti millenarie.
C’è vento in trama, e il verde
tace gli schemi.
Non siamo soli.

Rumoreggia 'l silenzio, nella coscienza attenta.
Grovigli di pensieri intersecati come fili,
tentacoli, nella mente radicati.
Chiazze d'oblio, lapsus di remoti eventi,
scaglie di vita passata, sprazzi di visi improvvisi,
lampi affioranti dall'io profondo, nel lor scavar intra memorie antiche,
le qual, sapienti,
vorrebber ricondurre ricordi appartenenti all'anima immortale.
Effimera vita, vissuta quanto un battito d'ali.
Realtà irreale...
Materia insulsa,
disgregantesi parimenti a nuvola sotto sferza ventosa,
sottomessa all'inverecondo influsso d'un fuggente presente,
che lo spirito non teme,
bensì, nutrendosi di fasci d'ore e di minuti, divora,
ond'approdar all'esistenza muta, in una dimensione ancora pura,
nel suo tempo non tempo eterno e assoluto.
All'uopo, a sguardo tuo vorrei sottrarmi,
nascondermi negli angoli più bui,
sfuggire agli occhi tuoi,
ché tu non possa più vedermi.
Tornar piccina, riviver quel ch’è stato,
legar a doppio filo rimembranze del passato,
sottratte da ogni ruga che regali,
svanenti come sogni che par d’aver vissuto,
di cui non resta nulla, nel risveglio.
Priva d’esse, dimentico chi sono,
crolla 'l castello, schiacciato dall’oblio,
dove regnavo nel guscio del mio trono.
Gravante sulle spalle, getto 'l fardello,
scorgendo nello specchio l’impronta di nessuno.
Profondi solch’impressi al tuo passaggio,
miseramente, ‘l volto intaccan senza licenza alcuna,
in cui 'l mio pianto, asperso in ogni lacrima, s’addentra,
benché tu non baratti bellezza con saggezza,
talune volte, nella realtà fittizia.
Scandendo l'ore, ch'annuncian l’imbrunire,
tuo mero intento, l’affievolir barlume d’avvenire.
Hai ali come 'l vento e, come tale, voli.
Tu non indugi, tempo e non ti volti,
donando sol miraggio d’arrestarti.
A perdifiato corri, incoscient’e irriverente,
senza pietà alcuna e senza sosta,
pel sempiterno congiungerti a sordida sorella morte.
Che resterà di me,
se celi pensieri e memorie che san d’appartenermi?
Suffraga questa mente, Imperator del cambiamento.
Scalfito, hai tu 'l mio regno e poi distrutto, ormai.
Sol vuoto dentro e fuori.
Sol spoglia... e nella mente, poi... più niente.












