Terra...
tocco la tua densità
tra le mani
né divento parte
mi nutro di te
mi esalto al tuo odore
divento radici
sono sottile aggancio
e tu mi avvolgi
mi inglobi
quasi a soffocare
questo mio bisogno d'appartenenza
sollevo il petto
aspiro i tuoi frutti
fiori d'amore
sai alleggerirti con il vento
sai fonderti d'acqua
e invischiante fango diventare
il fuoco non ti morde con la sua bocca
i miei passi su di te
saranno come sassi
e tu li sosterrai
lungo il passaggio.
Terra...madre.
vado spargendo sul tuo sentiero
affinché mai tu possa, nel tuo
languido incedere sul mondo,
sentire il freddo della cruda terra
e l'angosciosa carezza del vero
che sempre cerca di catturare
il tuo pensiero, strappandolo
talora all'infinito dei sogni.
coni le mosse dense d’un pastore
regge di sogni espandono la fonte
in gocce asperse dalle rosse more.
Miri le cime ritte al vento greve
il passo sfiora il verde delle fronde
poi che la mano inscena danza d’onde
e dell’azzurro fende un sorso lieve.
Già il sole è in alto e sulla fronte stride
ch’aduni sotto il mèrio [1] strofe e canto
a refrigerio d’una sosta breve.
Da lèndini [2] l’assalto ne riceve
lontano la carezza d’un rimpianto
che d’ogni ebbrezza l’orizzonte elide.
Un filtro da cui guardare in controluce
le figure in movimento nell’arena di sabbia
e il sentimento che muove i suoi passi
sull’orizzonte delle opportunità
che se è chiuso, nega la vista al cuore.
In caso di scelta libera non avrei dubbi
sui passi da fare, sino a quando i bulbi
degli occhi potranno vedere e il sapore
potrà sostare sulla lingua, sarai la verità
che inseguo, la strada diritta di sassi
levigati dalle acque, nessuna gabbia
a impedirmi di arrivare sino alla tua foce.
ti aspetto e non arrivi.
Mai, ti ho ascoltato,
tanto, mi hai aspettato.
Raccontami papà.
Ti ricordi...
Petin-petote
e Gallo gastaldo,
le tue favole,
davanti al fuoco?
Io si!
Ma non ascoltavo.
Raccontami papà,
racconta adesso
che so ascoltare!
i minuti, le ore...
i giorni.
È così fragile
il tempo!
E non mi accorgo
degli istanti,
via via perduti
e calpestati.
Cocci di tutta
una vita, mai raccolti,
abbandonati nell'immenso
contenitore dei ricordi.
Svuotato, ogni tanto,
nei momenti
di nostalgia.
Tra un breve racconto,
una lacrima
e una poesia.
E rotola, anche
la mia vita,
tra salti e balzi,
fermate e affanni.
E insieme a lei,
rotolano via...
anche gli anni!
quelle ore che digrignano i denti quando il battacchio chiama
costellano cori i "DAN" -pizzichio d'aria al naso-
Cammina basso il vento del ciglio a neve bianca
sotto la stanza dei "SE" che intorpidisce il dolo
Ricca è la spiaggia delle comete morte
dei figli assenti
dei baci appesi agli aghi
Ricca è la morte
d'angoli e spigoli
espande
piatta regione
e senza varchi
di mezzo al giorno
respiro solo evade
i pori in traccia.
La sera
ripreso corpo
ricuce strati esangui
rifiata ai moti
delle strozzate cisti
placa lo strazio
di sbuffi e il sonno esausto
e dopo esonda.
a stento sussurrano, e piano si spengono.
Come lacrime d’inchiostro scorrono
pallide, sbiadite,
ormai senz’anima.
Sul letto bianco sfatto già dal tempo,
cadono una ad una perdendo il senso
e affogano nel mare antico del pianto.
Muoiono le parole stanche,
lasciano confuse tracce accartocciate,
grumi di pensieri mai avverati
persi per sempre in un letto distratto
in un silenzio eterno e insoddisfatto.
Tu profumavi come il tempo passato
nelle notti di tempesta,
arrivavi come un temporale d’agosto
con quel profumo d’estate che stava finendo.
Ti vedevo riflettere con le luci sull’asfalto bagnato,
emananti una leggera nebbia, che salendo al cielo
rapiva le mie fantasie.
Ora la mia mente conserva solo lontani ricordi
ma sempre abiti nella mia memoria.
Vivevo quei momenti come una sigaretta che si consuma
lentamente e come il fumo te ne andavi via
sparendo alla mia vista,
come un temporale d’agosto.
Mani clandestine
coprono visi attoniti
sguardi abbacinati
e alienata vita.
strappata dal cuore la speranza
trascendono fiumi e lacrime
del viaggio lontano
rimane il ricordo.
in balia di uno scoglio
ti appigli e rimane il futuro incerto
di un sogno che gronda
sangue e sudore.
e tra i lampioni costernati di silenzio
fiori coltivati, vetri, porte chiuse, pietre
sul salice la luna l’ho vista immensa
col viso degli afflati intatti.
Era la stessa giunta or ora
ho steso un velo su uno squarcio
stavo sulle punte
non c’era bisogno forse
ma sai, sono salita su una scala
con il gradino d’oro
chissà da dove era spuntata.
Ora che leggo echi colgo il senso
poggio la fronte dove sì vorrei
non sono amara né confusa
ora, sento una canzone
muoversi sull’altura.
globo di cuore infuocato,
orchestra d’amore
albera cristalli di cielo,
inzuppa briciole di sguardi,
arroventa giorni di quiete distratti.
E manchi fra i pensieri
come alla luna i suoi raggi,
come abbraccio di parola
stretto al petto del silenzio
e planano romantiche geografie
su questo scoglio d’universo acceso:
sei tu quel respiro scomodo
che s’intreccia al tramonto
in questa solitaria sera d’inverno.










