Riversa nello spazio fra me e il tempo
il tempio
di me e delle mie ragioni ma
ma dimmi, dimmi qual è la chiave del tuo lucchetto
per arrivarti
per giungere al lido
allo spazio per tenderti
al sapere del dirti
Ti comprendo e riparte il vagone di storie
quelle del mio fare e dove
Ama le mie pieghe e la mia vertigine
avvinghiata d'illusione d'esserci
e ponimi di fronte all'altare
che di me fa agnello e gregge
e viali alberati.
cresciuti all’esercizio della ruggine
dietro metalli a chiusa
d’intonaci crepati senza luce.
Per noi che non scaliamo vette
frustati sulla rotta di declivi
un palmo sopra il mare
riarsi come sale sulle piaghe.
Per noi che non miriamo podi
lasciati a ruminare in slarghi d’ombra
trai fiori calpestati
alla contesa di sbandite scaglie.
Per noi riparo è il buio, letto
la notte che si scioglie in mille rive
e poi l’alba che tarda
a evidenziare – e l’indistinto vive.
Se tu fossi qui
vedresti le rose.
Fioriscono...
anche ad agosto.
Non so perché
scrivo questo!
Ma, d'agosto ricordo
solo quel giorno.
Quel caldo
quella pioviggine
quella macchina
quelle divise
e le rose nel prato.
Ricordo di sangue,
lo stesso sangue
che non torna.
Rosso, come le rose.
Rosso, fuoco nel petto
che brucia...
Sono morto
quel giorno.
E tu... vivi
nel ricordo
che fa male.
E fa più male
ad agosto... con le rose.
Nessun segno dal cielo
che mi attraversi l’arcobaleno
o scrivano per me poeti gitani
che danzino cigni neri
o volino farfalle rosse.
Cosa cambierebbe altrimenti?
Forse i discorsi delle genti
e i sorrisi delle masse
i viaggi e i ritorni dei corrieri
astrali, i latrati dei cani
in lontananza o le balle di fieno
per cuscino nella notte di gelo.
La chiamano speranza ma è l’attesa
che non vuole finire, il vetro
lo specchio, il cristallo, la cruna
la droga che è l’amore malato
il tuono che segue il lampo
l’inciampo del cuore sotto sforzo
l’infarto dell’amore nel pozzo
del disprezzo, le piume di struzzo
al posto del tailleur, lo sfarzo
degli occhi ambrati, il crampo
di dolore alle mani, il salato
al posto del dolce, la sfortuna
di averti incontrata, lo spettro
della luce al tramonto nella tua chiesa.
Per dire che è scesa la notte
non servono parole, basta il silenzio
o lasciare che sia la musica
a tracciare la rotta verso l’abisso
del cielo stellato macchiato di gesso
proprio la canzone del paradiso
cui bussare quando il tempo è arrivato
e il chiarore è svanito. E’ il boato
del fruscio, del talento deriso
della morte nei viali bui dell’universo
il taxi dell’emozione nel mondo connesso
all’inverso, il sibilo di chi giudica
senza conoscenza dei fatti e il nunzio
nero che lascia l’ultima nota della sorte.
non è che un uovo e da qui si dipana un cielo
e che caos è la perfezione.
I primi occhi come lame
formano quattro mura è una casa?
e la donna è bambina.
al centro del bianco splendore delle quattro mura ti sei vista,
hai pensato come tutti pensano,
tutti ti dicono
tutti ti parlano
entrano escono dalla tua porta
e portano riempiono svuotano strappano.
c’è qualcuno che aggiusta
donna ti frulla la testa di domande?
entrano ed escono i soprammobili,
personcine attaccate alle pareti
e poi?
che fanno sui pomelli del letto imbrillantati?
vedono, riflettono i loro occhi,
ah l’amore, è l’esperienza.
Sui comò, pezzettini di affanni
ombre di vite lasciate con te,
per te, a formarti le strade.
Le opere d’arte di camminate chini
a guardare dal basso, bambina
trascinando l’esperienza, il pacco
per poi donna dall’alto a trovarle diverse
e le luci di ribalta sulla faccia.
Luci spente e accese
e quelle pareti attorno
e il pubblico che acclama
le loro voci vere e palpabili.
Pensieri nelle mani
che non si attaccano alla lingua
che non si attaccano alla vita.
È l’esperienza donna
e ci credi bambina?
che quel che sta succedendo nella testa sia déjà-vu
e non che in quell’assenza ci sia la vita stessa
che per un attimo ti coglie di sorpresa.
Ci hai pensato
credevi fosse un dono
e non ti senti, non ti vedi, sei.
l’aria intorno è cessata
le voci si addormentano
sotto mani di foglia
I disegni degli dei
mancano degli angoli
del numero e del calcolo
Sarai tu a raccontarmi
dove hai colto l’erba matta
O sei giardino prossimo alle stelle
Con un impuro, deforme, caustico salmo
La porta si fece rocciosa uscita della
Me
che tu hai calpestato,
nelle urla di disprezzo
che addosso mi hai gridato,...
nell’odio riversato,
perché con le parole
non sapevi difendere l’onore del fiore
che a te si è donato
e tu come un ladro,
l’amore mi hai rubato.
Sono nelle accuse dei tuoi fallimenti,
il cuore dove hai conficcato il chiodo
con il cui alimenti il dolore.
Per te ora la mia vita non ha nessun valore,
mentre tu per me eri tutto l’universo intero,
perciò perderti non lo considero un male,
perché vuol dire che di me
tu non hai capito niente
e non mi hai mai amata,
ma solo disprezzata.
che il lago specchia tempo
cadente in tonfo all'acqua
Gioca col dito a disegnarti nuova
ad immagini nel tremare d'onda
e segnati una croce che cancelli il fato
-frasche e germogli d'erba nel finire
cerchiano l'aura di gitana senza luna-
Mistiche lingue
dalle sillabe perse
colori,vestiti,ritualità
tratti segnati da rughe
sulle spalle d'ognuno
come tatuaggi.
uomo insito in etnie
retaggi di popoli antichi
idiomi che ricamano
bocche che parlano.
un unico gesto accomuna tutti
il sorriso.
ogni volto né e' pregno
magia che nasce e non si scorda più.
illumina da calore
carezza sul cuore
non ha prezzo
ne guerre lo possono cancellare
universale segno d'amore.








