“Così si sentiva umiliata e afflitta e piena di rimorsi, pur non sapendo precisamente neanche lei per cosa. Cominciava a desiderare la stima di lui, ora che non ci poteva più sperare: avrebbe voluto avere sue notizie, ora che non c’era più probabilità di averne. Ebbe la certezza che con lui sarebbe stata felice, ora che non era più probabile che si incontrassero.”
(Jane Austen)
Hey tu
sei sempre lì?
Se mi cercassi io
sono là in fondo,
sotto la sabbia
del mare:
a metà
strada
fra il buio
e il silenzio.
Dove non c'è
ombra di rimedio
e la mortificazione
è un sibilo di fondo
che si può accettare.
Se mi cercassi ancora
fallo spontaneamente
che poi sarà l'amore
a condurti
nella mia
piccola
baia.
Qui,
da dove
non si vede
altra soluzione
se non perdonarsi
di avere un cuore
così generoso
da non
poter
mai
reprimere
i suoi sentimenti.
"Non è forse l'asocialità la vera essenza dell'amore?"
(Jane Austen)
E mi fermo ad assorbire il tuo profumo
mentre mi sorridono le fessure dei tuoi occhi
il viso rilassato nella gioia e il corpo che sussulta
a ogni intima carezza, dove il profilo dei seni
si fa curvo e il corvo vola via senza rimorsi.
Ora che li bacio e che li prendo a morsi
e che sento dentro di me il tuo liquefarsi
e il diventare acqua del mio corpo e intarsi
di rami di parole in boccio, foglie di licheni
nella grotta di Venere, fiamma ancora incolta
ma che già divampa e sull’ultimo gioco di specchi
c’è il sole a districarsi e vecchi a scansarsi dal fumo.
E’ un battito folle,
che vive e che muore,
un lungo bisbiglio,
un soliloquio che resta,
un vuoto clamore.
un vuoto clamore.
Un scrittura che sanguina
fino a sentirne l’ dore
sui freddi marmi stretti
del tuo cuore.
Veli e pieghe
che mai si toglieranno
che mai si toglieranno
e vorrei riavere indietro
la mia luce ed il mio regno;
il mio battito folle,
il dolce bisbiglio,
le parole che ti diedi
in quel giaciglio.
in quel giaciglio.
Scriverò fino al sangue
ne sentirai l' odore:
ne sentirai l' odore:
che almeno il silenzio
non vada perduto
e abbia pace l'immenso.
Quell'amore!

e abbia pace l'immenso.
Quell'amore!

Forse ancora
ha il profumo dell'inverno
questo tempo
è freddo che taglia in due il cielo.
Aprile di brina e di corolle chiuse
i tuoi silenzi parlano .
i tuoi silenzi parlano .
Punge l'aria
con i canti rossi dei ciliegi
dondolano i rami spinosi
delle acacie tra i rovi.
Apparente Primavera
paziente sarà la grondaia
farsi coppa per le rondini .
![72847_444987135579274_1279316920_n[1].jpg](/images/utenti/Grace_D/72847_444987135579274_1279316920_n1.jpg)
Fuori è esplosa la primavera
il variegato verde degli alberi
e dell'erba
splende in smeraldo cangiante...
io, qui prigioniera dietro i vetri
di queste grandi finestre
guardo con malinconia
la vita che nasce rigogliosa
passandomi vicino senza sfiorarmi.
Un venticello giocoso
carezza dolcemente le foglie:
vorrei essere foglia
e nell'aria volteggiare libera e leggera,
alleggerirmi da questa zavorra
che mi tormenta e m'inibisce
l'incontro all'abbraccio vitale
a cui anela la mia anima.
Mi sento piccola cellula
con cuore pulsante:
fragile elemento
che la vita trascina
in un universo immenso
e perfetto
nel silenzio greve
e nella solitudine
colma d'enigmi
per il divenire.
Che cosa me ne faccio
delle leggi scritte
se l’inganno mi persuade
più di un illusione;
se ogni dogma
ha il suo lieto fine
ma la verità
è ancora l’unica a stupire.
Che cosa me ne faccio
delle tue parole
se l’Amore assomiglia
a un caleidoscopio;
se ogni richiesta esagerata
ha il suo prezzo da pagare
e ciò che non uccide
ci rende folli.
Che cosa me ne faccio
della metrica
se la poesia è cinica
più di una condanna;
se ogni abito
ha il suo monaco
e la stoffa
può scucire anche un artista.
-La mia strada rimane il vestito più bello che ho-
La povera gente è tanta
e non conta niente,
la povera gente
si alza presto al mattino,
perché quello è il suo destino.
La povera gente, anche se è trattata male,
lavora per campare
e non si sta a lamentare.
La povera gente, anche se è triste,
non sta lì ad imprecare,
si fa sempre su le maniche
e continua a lottare.
La povera gente ha poco o niente,
ma ha due braccia forti
e un grande cuore per amare.
e non conta niente,
la povera gente
si alza presto al mattino,
perché quello è il suo destino.
La povera gente, anche se è trattata male,
lavora per campare
e non si sta a lamentare.
La povera gente, anche se è triste,
non sta lì ad imprecare,
si fa sempre su le maniche
e continua a lottare.
La povera gente ha poco o niente,
ma ha due braccia forti
e un grande cuore per amare.
ti Amore che ritorni dopo
un lampo di tempo soltanto,
quasi senza alcun scopo,
come lo scoppio d’un pianto.
Ti apri all’improvviso nel riso
in una giornata di Maggio serena,
col sole che ti danza sul viso,
come in una gioiosa altalena.
Si perde nell’azzurro silenzio lontano
e l’anima sublima dolcezza,
la voglia di stringere una mano,
e sul viso una dolce carezza.
Il cielo ricopre accarezzando le cose,
la dolcezza del sole t’inebria tenerezza,
nella zolla lo splendore delle rose,
e d’intorno una piacevole brezza
Vagheggio ricercando l’abbaglio,
che sazi il mio cuore selvaggio.
L’estasi cerco senza travaglio,
nella morbida aria di Maggio.
Divino raggio di mente,
che non conosce altro che il cielo,
l’anima che si svela dolcemente
attraverso un magico velo.
Il poeta laureato in disgrazie d’amore
è rimasto senza muse, l’ultima l’ha persa
tempo fa, stava facendo l’amore con un'altra
sulla panchina di un parco a mezzogiorno
e lei l’aveva colto sul fatto. Poco male
si è detto, ne trovo quante ne voglio
le api vanno al miele e poi c’è il quadrifoglio
porta sfortuna, getto un po’ di sale
fuori dalla porta di casa per levare di torno
ogni tipo di felicità, ho anche un corno
rosso e un ferro di cavallo. La lastra
in mille pezzi è il segnale, è finita l’attesa
c’è un’altra musa in arrivo, una senza cuore.
E invece non andò cosi, lei era una donna
vera, in carne e ossa, non una musa qualunque
e il poeta laureato in disgrazie d’amore fu costretto
a scrivere fiabe con tanto di happy end finale.
Capito che tragedia per la sua reputazione?
Il Nobel non glielo avrebbero mai più dato
un poeta innamorato e felice non si è mai visto
qualcosa dovette inventarsi, perché la situazione
non era tollerabile. Aspettò che fosse Carnevale
per piantarla con versi dolenti, lo fece di getto
e seppe resistere alle sue lacrime. Comunque
si sentì sollevato dinanzi alla propria condanna.
Le pene d’amore tornarono tutte, accolte
dall’applauso di benvenuto, tutto sarebbe rientrato
nella normalità, se fosse riuscito a tenere duro
dinanzi alle proposte della sua ex musa. Qualcosa
era cambiato, però, nel suo animo, non capiva
ancora cosa, ma presto gli sarebbe stato chiaro
che essere un poeta laureato in disgrazie
d’amore gli stava stretto, che un giro tra le spezie
della passione ricambiata sarebbe stato il suo faro
e che alla fine era ciò che più gli premeva
al cospetto e a dispetto dell’onda burrascosa
che stava montando. Perdonò e fu perdonato, il muro
non c’era più, c’erano rose senza spine, il fato
prima o poi si sarebbe placato, fu leggera ogni notte.
Dopo tante,
a me sembrano già troppe,
quante i peli persi del gatto -
eppure se solleva un secchio
di tegole rosse col braccio, lui,
o adesso con grazia, lei,
posa una penna dalla mitra d'arancio -
dopo tante cose viste
e sentite, la notte è arrivata
a farmi calmo
a farmi pensare
a farmi pensare
a quanto è bello questo stecco
anche senza fiore messo lì ad essere se stesso
in un bicchiere con l'acqua fino al mento.











