per arrivare là
dove nessuno può ascoltare
sedersi sull’azzurro
ed ammirare
il tuo mondo crescere
nel rincorrersi di parole
e domande
senza tempo
soffiando il vento
per spostare un po’ più in là
ombre senza colore
veleggiare nell’aria
e tenere la tua mano
stretta come un fiocco azzurro
accompagnando il tuo cammino
la tua scoperta
sempre perpetua
ecco
la notte è anche questo
non solo gioco di sagome
la notte è molto
non solo il trascorrere delle ore
la notte
veste il sonno ed i pensieri
Riflette stamane il mio viso
Tradendo uno strano colore
Mi viene di fare un sorriso
Sarcastico insolito e storto
Ma quasi di panico intriso.
Mi sposto ad un altro più corto
E vedo un’immagine nuova,
Avverto un pensiero contorto
E un brivido che mi ritrova
Seduto per terra sconvolto
Come uno che perde una prova.
Mi chiedo se è proprio il mio volto
Oppure com’è veramente,
Lo giro e rigiro e rivolto
Ma sempre mi torna alla mente
Ma come son’io quotidiano?
E come mi vede la gente?
Allungo a toccare con mano
Lo specchio colpevole e duro
Ma tutto mi è sempre più strano.
Allora mi arrendo sicuro
Mi accascio sfiorando il terrore
I baffi che strisciano al muro
E penso con grande dolore
A come mi vede una donna
Nei dolci momenti d’amore.
Purtroppo quando
arriveremo in fondo
alla discesa
non ci resterà
che aspettare
le ultime corse
del nostro treno
vuoto, che non avrà
medicine
perchè non serviranno
ad un corpo già morto
che vorrà recarsi
nel suo idilliaco
tranquillo, paradiso
In queste stagioni
della vita
ho abbracciato
il sogno mio
nel dolce sfiorare
le calde parole
che accendono
la dolce passione.
Perdendomi nel confine
illimitato dell'amore
che solo la sintonia
intensa dei cuori
sa dove cade il paradiso.
Eh si!
Il paradiso
tra le braccia tue.
e si fermano le foglie.
Tacciono gli uccelli
e le lucertole
si crogiolano nel sole.
Guizzi di luce
si posano su cose e persone,
smantellando angoli bui
e croste opache di sonnolenza.
E le nuvole sembrano appese
ai massi più alti
della montagna.
Quannu t'incuntravu parravi cu alligria,
e iju, mutu, filici, ascutava vicinu a tia.
Ti pinzu e la vita mi pari tutta un ciuri;
ora, luntanu, sintu la musica e l'amuri.
Taliju Mungibiddu e lu mari sirenu,
ma lu cori l'haju vicinu a lu to senu.
Quannu mi salutasti, mi disti la manu
e lu to ciauru mi lu purtavu apprissu;
ora ca nun ci sì mi resta sulu chissu
e ddi jurnati ca nun passavu 'nvanu.
Lu distinu nni lu munnu ioca l'omu,
ca, dispratu, senza pirchì né comu,
doppu ca di li beddi cosi s'innamura,
tanti voti resta affrittu e a la marmura.
A mis hijos Franco y Carmen
Canto nupcial
Gorjea vuestro corazón como un canario,
cuyo nido solido sobre una alta torre está.
Feliz, está lleno de verdes hojas y flores;
como un arbol fecundo, dará fruta.
Es el escriño de muy preciosos tesoros,
que no irán de cierto jamás perdidos.
Encerrad vuestro amor como una perla
entre las valvas de una concha dura,
guardandola en el mar en sitio oculto
y cultivandola con ambrosiaco miel,
divina esencia que el corazón produce.
Luego, cuando reabrireis su clausura,
suntuoso será de la perla su esplendor
y el viento espirará a vuestras velas.
Vuestro talamo de petalos de rosas
será ornado de vuestras amadas caras.
Las noches de sonrisas estarán llenas
y tambien la luna será muy generosa;
suenos de amor y alfombras volarán
en la fragrancia de variopintas flores;
las estrellas, halagadas, escucharán
las bandurrias, que trinan serenatas.
Vuestro amor será una rica mina,
de donde extraereis argento y oro,
si siempre de coros manana y tarde
una mistica oración diréis a Dios.
Gino Ragusa Di Romano
Questo epitalamio è tratto dal mio libro ACCENTI D'AMORE E DI SDEGNO, dove è inserito in lingua italiana. Fu scritto da me in lingua spagnola in occasione del matrimonio di mio figlio Franco con Carmen.
Traduzione
EPITALAMIO
Canta il vostro cuore come un uccello,
il cui nido è saldo su un alto castello.
Felice, è pieno di verdi foglie e fiori;
come un albero fecondo darà frutti.
E' lo scrigno di preziosissimi tesori,
che non andranno certo mai distrutti.
Come perla serrate il vostro amore
tra le valve d'una conchiglia dura;
custoditela nel mare in sito ascoso,
nutrendola poi con l'ambrosio miele,
divina essenza che produce il cuore.
Così, quando riaprirete la chiusura,
della perla lo splendor sarà sontuoso
e il vento spirerà alle vostre vele.
Il vostro talamo di petali di rosa
sarà adorno dei vostri amati visi.
Le notti saran pregne di sorrisi
e pur la luna sarà più generosa.
Sogni d'amore e tappeti voleranno
nell'aere e fiori novelli olezzeranno.
Le stelle ascolteranno, lusingate,
dolci bandurrie, trillanti serenate.
Il vostro amore sarà una ricca miniera,
donde estrarrete argento ed oro,
se mattina e sera sempre in coro
a Dio direte una mistica preghiera.
Tutti i miei scritti, inseriti in questo sito, sono stati già pubblicati da vari Editori dal 1971 al 2014
Ti guardo dormiente “sotto i piedi”
nelle luci obbligate lì muore: il silenzio
Senti i battiti e il russar di polmoni malati
vivono di gomitate, ma è l'illusione di vita
quel vivere che ormai han scordato
Ti reggi da anni osservatrice di passi
passaggi lenti, mesti, a volte furenti
riconosci la loro fine: ed è fine
Scuoti il capo nel segno della pena
di questa umanità segnata
ed ora …ne fai parte:”sotto, i piedi”.
sabato 8 giugno 2013 ore 13,30
Rivoli
per conto suo.
Confusa….
instabile.
La città
pullula di gente festosa
fanno shopping
ridono
resto nella confusione mentale.
In mezzo a tanta gente
sono sola...
sola in un deserto immenso.
Confusione…..
mi sento
morta dentro.
La figlia dell'Erebo e della Notte,
lieta e satolla, alle dieci della sera,
alata, le ossa avvolte in veste nera,
sparsa di stelle, non più dirà stanotte
al Sonno, german di lei e dei sogni padre,
che una donna, la mia santa madre,
veda più il Sole o il chiar di Luna:
alle dieci della sera un velo il viso imbruna.
Il tuo silenzio or mi brucia il cuore,
il tuo odore, madre, s'effonde nella stanza
e le pareti, silenti, grondano sudore,
testimoni a forza d'amara rimembranza.
Il colpo altre volte la Falce avea sferrato,
ma il suo occhio deviò la giusta mira,
così la nera donna dal capo ammantato
fuggì col viso smunto, pregno d'ira.
Ormai hai vinto, o Dea del mondo certo!
Dorme mia madre nel Sonno senza fine
e va tra i Sogni dal responso incerto,
dove gli orizzonti non hanno più confine.
Ormai è finita! Contemplo il tuo bel viso,
che l'eterna morte non ha trasfigurato.
Ormai è finita! Mischio lacrime e sorriso,
così mi spinge a fare il tristo Fato.
Ormai è finita, o madre mia!
Dormi, riposa e sogna con Morféo,
Fantàsio e Fobétore nell'eterno gineceo,
mentr'io, triste, ti canto l'elegìa.
La tua grazia, o madre, io canto,
la tua tristezza e la tua allegria,
la tua sobria eleganza era un incanto,
ti abbigliavi sempre e in armonia.
Una grande eredità tu mi hai lasciato:
il saper vivere con immenso amore,
rispettar la dignità di chi sta a lato
e dire tutto ciò che sente il cuore.
Più tardi ti porteremo al cimitero,
la dura pietra serrerà il tuo avello
ed una foto raffigurerà il tuo volto;
io piangerò ed accenderò un cero,
poi, affranto, chiuderò il cancello,
ma lascerò il mio cuore lì sepolto.
Felice colui che dolor di madre
non prova quand'ella si diparte.
Le tre Parche son funeste ladre,
ché rubano gli affetti a loro arte.
Se mi perdessi volerei
dove il cielo si scaglia
contro il mare, dei suoi seni
ove le onde scoloriscono
pensieri dispersi, impauriti
dai cavalli battaglieri
che trottano senza dimora
alcuna
in solenni orizzonti confusi
mille miglia rinnegati
dai migliori venditori di fumo
ginnasti duraturi, con la parola
annodata, nella lingua di fuoco
La prego si accomodi, mi invita col dolce sorriso
davanti alla sua scrivania
per farmi sedere.
Mi siedo, la guardo, le cade la penna
e d'istinto mi chino con fare cortese
a raccogliere quel che è caduto!
Con gli occhi la cerco ma alzando lo sguardo
che vedo? Mannaggia due cosce di marmo
di sotto una gonna di jeans, si appannano gli occhi,
e mi viene ad un tratto
un bel capogiro, accavalla le gambe
le scopre ed io di la sotto un emerito caldo imbecille,
raccolgo la penna ma resto estasiato
da tanto splendore, le cosce son li
ed un ebete sono di sotto alla panca.
Trovata? Mi dice,- ed io con un si tremolante
riemergo sbattendo la testa,
splendore, passione, abbagliante visione di luce.
Mi siedo di nuovo al mio posto
confuso da tanta bellezza; mi alzo, saluto,
scordando il perchè sono andato,
che importa, domani ritorno, sorrido sgraziato
e lei divertita e splendente
mi da appuntamento al più presto.
Oh, sono un frigorifero. Non ne ho ancora parlato,
degli ageràto
azzurrini intendo
cappellini in vetrina
con la veletta sollevata
pronti per appassire
se non l'hanno già fatto.
Cinque, no, meno, meno,
quattro
vasetti di un davanzale
con più terra secca
che altro.






