Son dentro una mela succosa
nel fresco profumo di polpa
tra i semi non privi di colpa
respiro fragranza e beltà.
La buccia non so com'è fatta
non so come il sole l'ha tinta
il gambo se è scuro o se è finto
se luce c'è là dove sta.
E poi mi rivolgo signori
a chi fra di voi è dipintore:
può tingere in tanti colori
lo schizzo di mela che do?
nel fresco profumo di polpa
tra i semi non privi di colpa
respiro fragranza e beltà.
La buccia non so com'è fatta
non so come il sole l'ha tinta
il gambo se è scuro o se è finto
se luce c'è là dove sta.
E poi mi rivolgo signori
a chi fra di voi è dipintore:
può tingere in tanti colori
lo schizzo di mela che do?
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Un coro d’angeli s’affaccia da un finestrino
ripete: il peccato…il peccato…il peccato
è l’aquila dei tre guai, moribonda sull’asfalto
clakson e trombe del cielo e di fronte
un ridotto di slip, un cinturino sul culo
Ah il nero avanza come Odino tra valchirie
il nero magnaccia del cassonetto e degli stadi vuoti
-Tu non sai le galassie
Tu non hai mai visto ruotare stelle
il negozio si apre al tramonto
e qui piove fuoco dal cielo
l’atmosfera riscalda il cuore degli ippocastani
fa felice l’idea di appartenere alla stessa pianta
uomini alberi nello stesso inverno
gli stessi rami secchi
il grano nell’attesa ed il freddo di radice
Il fuoco purifica la notte
fiorisce il sorriso forzato e qui tutto è firmamento
le macchine ferme hanno pneumatici di ghiaccio siderale
e le donne sono astri emergenti da una nube d’idrogeno
La nascita della matematica è in un’unghia scarlatta
semplice come l’intenzione sull’indice di un cliente
Nascono individui con la faccia di vitello
e bisogna adorarli abituare i piccoli minotauri a crescere nelle latrine
nei cartoni, nelle banche, nelle strade
la prostituzione è moneta universale, sai?
Questo i magnaccia lo sanno
la stessa verità della materia oscura
che muove la galassia e i ratti sui fari
Tutto è pronto al fischio d’inizio dunque
sia posta energia in uno scatto di centravanti
l’idea nel centrocampista
Sia fatta luce nello stadio, finalmente.
ripete: il peccato…il peccato…il peccato
è l’aquila dei tre guai, moribonda sull’asfalto
clakson e trombe del cielo e di fronte
un ridotto di slip, un cinturino sul culo
Ah il nero avanza come Odino tra valchirie
il nero magnaccia del cassonetto e degli stadi vuoti
-Tu non sai le galassie
Tu non hai mai visto ruotare stelle
il negozio si apre al tramonto
e qui piove fuoco dal cielo
l’atmosfera riscalda il cuore degli ippocastani
fa felice l’idea di appartenere alla stessa pianta
uomini alberi nello stesso inverno
gli stessi rami secchi
il grano nell’attesa ed il freddo di radice
Il fuoco purifica la notte
fiorisce il sorriso forzato e qui tutto è firmamento
le macchine ferme hanno pneumatici di ghiaccio siderale
e le donne sono astri emergenti da una nube d’idrogeno
La nascita della matematica è in un’unghia scarlatta
semplice come l’intenzione sull’indice di un cliente
Nascono individui con la faccia di vitello
e bisogna adorarli abituare i piccoli minotauri a crescere nelle latrine
nei cartoni, nelle banche, nelle strade
la prostituzione è moneta universale, sai?
Questo i magnaccia lo sanno
la stessa verità della materia oscura
che muove la galassia e i ratti sui fari
Tutto è pronto al fischio d’inizio dunque
sia posta energia in uno scatto di centravanti
l’idea nel centrocampista
Sia fatta luce nello stadio, finalmente.
Di giurare ho giurato di non tradire la mia patria
ma che volete quattro chiacchiere tra amici
sulla linea rossa, un bicchierino di troppo
e magari ti scappa una parola in più, solo una
sul tuo arsenale, i nomi delle spie
-va beh ho passato tutti i dossier- che sarà mai?
i codici nucleari, tutte stupide cifre.
Vuoi mettere che in cambio il mio sincero amico
Alexander mi ha linkato l’elenco completo e originale
di tutte le gnocche del suo paese, avete capito?
E poi quel “ lettone” da sogno che mi ha spedito
migliore persino di quello di Silvio, che c’è di male
dico io, a coltivare un po’ di marjuana? E poi è fico
progettare muri, l’ho imparato in Germania, se soffre
qualcuno che cosa importa? Peggio per loro, noi
abbiamo altro da pensare, le mogli, le figlie e le zie
da mantenere, giornali e televisioni, e la cruna
stretta del Vangelo che non mi fa dormire, il groppo
alla gola quando mi pettino i capelli, di sera le luci
che non vedo per l’ubriachezza nel reparto geriatria.
Addio magione antica ed adorata,
che per prima ascoltasti i miei vagiti
e poscia della mia vita il progredire:
infanzia, adolescenza e giovinezza,
nonché maturità e vecchiaia odiosa.
Il mio diletto nido ora non è più lì,
è svanito con i cimeli ed i ricordi .
Addio, amata dimora dei miei avi;
addio per sempre, pur se ancora vivo.
Or non ascolto più i dolci accenti,
che in estasi mi mandavano ogni dì
nell’illusoria immensità e sublime,
dov’io la celeste volta, pensieroso,
contemplavo, mentre le note deliziose
rendevano l’esistenza meno greve.
Solo i miei lai ancora ascolto in versi,
fidi compagni del mio lungo viaggio;
ad essi imploro spesso un po’ di lena
e di star vicino a me, finché le Moire,
potenti e macabre signore del destino,
filanti lo stame dell’incerta donna,
non mi avranno serrato le pupille.
Vecchio, vago da una tana all’altra
senza meta, mirando volti ignoti;
stanco di salire e scendere ogni dì
le faticose rampe delle scale altrui.
Una pietra or attendo che mi copra
sì, come un lenzuolo fresco e lieve
per obliare il tutto della tetra vita,
che mi fu avara sin dal primo sole.
Il vortice tira a sé il terzo pianeta
e sotto un tripudio di stelle sanguinanti
tardi comprendono le scimmie parlanti
che le mani congiunte non espiano i peccati.
Gli abissi divengono specchi delle colpe
inducendo il primo animale al suicidio
e sulle pendici di un nuovo Golgota
si innalzano ancora le croci dei martiri.
Giustizia, toltasi la benda dagli occhi,
annienta la legge fantoccio dei tribunali
poi spalancatesi le vere porte
sale sul trono il re del nulla piangente.
Un cielo vermiglio trasmette le ultimi immagini,
girotondi di scheletri infanti,
voli di rondini sulle nuove torri di Babele,
il ritorno del dio negato strisciante tra i rami.
I profeti, umiliati dalle masse
come Cassandra ai piedi dell’inganno,
sono gli ultimi a chiudere gli occhi
sul punto di universo che non seppe amare sé stesso.
È improprio credere che possegga la parola
la più esatta è un nugolo, forse una pietà.
Eppure passa a suo agio
nei piatti
a depredare lievito di braci
s’acquatta
molle condensa d’alito
che attende involuzione
creatura venuta al mondo
per un centesimo, schiacciata
dal peso della conoscenza.
È l’ombra dell’ombra
appena un segno arcaico
smorfia che fa temere il peggio
il non detto
da un farfugliare fole
lingua di un continente
per altri noi che quando tornano
danno solo impressione
d’aria che si sposta.
Un giorno un bambino
incontrò il suo destino e, insieme a lui,
decise d’intraprendere il cammino.
Felice d’averlo incontrato,
spontaneamente gli venne
di porgli un sacco di domande,
per soddisfare la curiosità
che è intrisa in ogni piccino.
Intendeva sapere del suo futuro
e così gli chiese: “Mio destino,
se non ho le ali per volare,
un Angelo potrò diventare”?
Lui gli rispose: “Fin quando, bambino,
IL tuo cuore saprai seguire,
le ali come un Angelo avrai per volare”.
Contento e soddisfatto continuò, a camminare,
ma dopo qualche passo,
zitto non seppe restare
e un’altra domanda gli venne da fare: Mio destino,
tu che sei sempre davanti al mio cammino,
se la coda e le corna non ho, un diavolo diventerò”?
Con la saggezza e giudizio,
il destino gli rispose: ” Caro mio bambino,
se un diavolo non vuoi diventare, dentro di te,
l’amore e il rispetto devi coltivare, per qualsiasi creatura
e vedrai che manterrai un’anima pura”.
30 denari: ti vendo l'anima
puoi rubarla la mattina quando ancora dorme il cuore
e rigurgita il profumo di quei fiori a giglio bianco
o nel sole a mezzo cielo
dove sperano le nubi di volarmi a bassa quota
nelle ore nei minuti nei secondi d'assenza
nelle mosse di algoritmi che assopiscono giostre astratte
dove seguono il vento le criniere di bianchi cavalli
puri come essenza di ninfea a sera
quando la guancia della notte spreme l'ultimo bisbiglio
La Primavera
sfrange il sole e volge ai rami
il suo bel dire
mi colora di mare
da li arriva la sua voce e si fa casa .
Mi chiedo quale destino
ci ha unito e ci ha voluto insieme.
Lo stretto tace
il vento passa tra le righe
e sento il tempo riempire le mancanze
ho mani d'aria fresca
e si lascia distillare.
Ho bisogno di leggerezza
e quel che rimane è poesia
e mi basta.
Corpo..
forma morbida di seni tondi
dolci colline di fianchi candidi
lunghe e tornite gambe
dove si posano mani leggere.
corpo..
che nasce sotto calme acque
lo avvolgono di fango e lo plasmano
come statue tornite ed eburnee.
luce del viso che s'illumina
di sorrisi e lacrime
la mano passa e cancella
stanchezza e notti insonni.
dea ti senti di bellezza diafana
trasparenza di pizzo
sotto lampade che diffondono luce.
vaga stella nel cielo notturno
così uscirai..
limpida e bella.
forma morbida di seni tondi
dolci colline di fianchi candidi
lunghe e tornite gambe
dove si posano mani leggere.
corpo..
che nasce sotto calme acque
lo avvolgono di fango e lo plasmano
come statue tornite ed eburnee.
luce del viso che s'illumina
di sorrisi e lacrime
la mano passa e cancella
stanchezza e notti insonni.
dea ti senti di bellezza diafana
trasparenza di pizzo
sotto lampade che diffondono luce.
vaga stella nel cielo notturno
così uscirai..
limpida e bella.
Nessun indizio ancora, ma come farà la nostra eroina
la detective dai mille camuffamenti a raggiungere
la verità? Allo stato dell’arte non c’è molto da dire
lui s’è ucciso per Natale come direbbe Guccini
e lei lo ha seguito a ruota a Capodanno. Tragedia
d’amore oppure dietro potrebbe esserci la mano
dei servizi deviati? Di lui si sa che era un deputato
di lei che era stata la prima donna soldato
dell’esercito. Si erano conosciuti a un raduno
di ex boyscout, lei gli sorrideva dalla sedia
in mezzo allo spiazzo del bosco dei Mandarini
con le gambe accavallate, lui col cuore
spezzato da una che faceva il mestiere
ne era rimasto folgorato dopo avere sniffato cocaina.
Per un po’ aveva funzionato, lei mirava ai suoi soldi
ma a letto ci sapeva fare, lui le scriveva lettere
appassionate e qualche volta le leggeva in Parlamento
facendo finta che fossero indirizzate alla presidente
della Camera dei deputati, se lei era presente
tra il pubblico. Poi lui un giorno l’aveva sorpresa
a fare sesso nei bagni col capo del suo gruppo
parlamentare e aveva deciso con un groppo
in gola di cambiare all’istante partito ma non chiesa
e nemmeno donna. Chi allora era al corrente
dei fatti prendeva appunti, nel presente
non sarebbero serviti, ma in un altro momento
sarebbero stati pagati a peso d’oro, nettare
per tasche vuote al tempo degli sconti e dei saldi.
La lite che tutto sconvolse e che cambiò il corso
della storia accadde quasi per caso. Futili motivi
avrebbe scritto nel suo taccuino profumato
la detective dai mille camuffamenti. Lei aveva
scoperto che lui aveva sposato in Spagna
un collega, un giovane deputato dell’opposizione
in attesa del salto della quaglia tra le fila
di un nuovo partito da fondare. Una tequila
per due ed era scoppiato l’amore, l’opzione
contemplata era la vendetta e come cagna
rabbiosa scelse di metterla in atto. Lui non sapeva
che proprio per Natale sarebbe stato avvelenato
dopo una notte di sesso, tra intensi effluvi
di gelsomini. Lei non provò alcun rimorso.
Il resto del racconto è quasi obbligato. Il marito
aveva capito ogni cosa, non era stato un suicidio
ma un delitto e conosceva il nome dell’assassina.
La detective dai mille camuffamenti era vicina
alla verità, ne ebbe la certezza quando un giovane
deputato dell’opposizione fu trovato impiccato
a un albero dello spiazzo dei Mandarini. Il destino
non c’entra per nulla, come ha detto il becchino
lei era una ninfomane, lui un arrivista spietato,
la messinscena studiata come nelle guerre spartane
è che alla fine saranno eroi, lei la bambina
capricciosa e la donna col cuore di gelatina
lui il martire, l’uomo senza macchia, quasi un semidio
l’altro, l’unico che davvero ha pagato, il bandito.











