- Stiamo imparando ancora
a camminare come due ciechi che tenendosi per mano
stanno a pensare che la luna può essere anche spietata e crudele
ti lascio andare e mi lascio andare
di notte, quando sono abitata da un urlo...
quando sono incapace d'amare
quando il mare è solamente mare
e il sole solamente un fuoco inerte senza speranze
stiamo sotto lo stesso cielo
pieni fino alla lingua di ricordi inattesi
intorno a me, intorno a te
davanti a quel vetro che ci specchia
tu sorridi
e io graffio il telo che copre il mio sguardo
stiamo ancora
davanti allo stesso muro, muto
e tra poco
quasi sicura
che sono viva
mentre cucino
pulisco l'aurora
domani
in silenzio
dietro di tante cicatrici
aspirerò dolcemente
riempiendo i miei polmoni
e uscirà di me un grido di neonato
e come una balestra
arriverà
freccia o coltello
a un corpo in una casa donde non esiste casa, ancora.
2 commenti
Inciampai sul ciottolo al passato
finendo in abito ad un'angusta via
che mi dettava quale fosse il firmamento
per tingersi la cute di finestre
Il luccicare atavico d'un vicolo
pareva tinteggiarmi un'orizzonte
ma verticale io ed i miei calli
finimmo a regalare gli occhi a un dio
Qual fosse non so ma mi agganciai
all'unica catena di un sorriso
ma Eolo mi sorprese e in corpo al cielo
di vento diventò il labbro a falce
Dovrò abituarmi
a non guardare indietro
a camminare per un'altra terra
ad ascoltare altre parole
volgendo i miei occhi ad altri occhi
che non sono nocciola incartati
da brutture e violenze .
Si riapro gli occhi
dopo un lungo viaggio
e questo approdo sarà la mia pace
non ho temuto l'ira di Dio
quanto ho temuto l'ira di mio fratello
avventato sulla mia gente
e questo mare è uno scrigno rosso
di memorie e perle spezzate.


Non saprò mai se è poesia
questo cuore abbandonato
tra le pieghe della carne,
battito nel caldo fiume del sangue
che sospinge l'emozione nel petto
e poi la fa salire in gola
poi più su fino a farsi lacrima
nel mare inquieto degli occhi
Non saprò mai se è poesia
la mano che dolce trema
indugiando sul foglio vergine
per macchiarlo di vita
potrò forse crederlo, sperarlo
soprattutto nei giorni saturi
di odio, disperazione,
per poter essere ancora sentimento
sciolto nelle sillabe da scandire,
nella verità di piccole parole,
mentre fuori il mondo assassina
la grazia e la bellezza
senza un filo di pietà
questo cuore abbandonato
tra le pieghe della carne,
battito nel caldo fiume del sangue
che sospinge l'emozione nel petto
e poi la fa salire in gola
poi più su fino a farsi lacrima
nel mare inquieto degli occhi
Non saprò mai se è poesia
la mano che dolce trema
indugiando sul foglio vergine
per macchiarlo di vita
potrò forse crederlo, sperarlo
soprattutto nei giorni saturi
di odio, disperazione,
per poter essere ancora sentimento
sciolto nelle sillabe da scandire,
nella verità di piccole parole,
mentre fuori il mondo assassina
la grazia e la bellezza
senza un filo di pietà
Sono tornato a perlustrare i boschi
a dormire sulle spine
e nutrirmi di larve e ortiche
bevendo la bava delle lumache.
Sono tornato con tutta la zavorra
del mio ieri
con il passo stanco di un illuso
quando ho baciato Dio
fino ad essere colluso
con la pioggia e le maree
di giorni senza buio e senza notte.
Non ricordo bene
in quale mare, sogno o cielo
ero finito
ma ricordo le primavere
i fiori nei miei occhi
e le costiere
dove il sole perfora le pupille.
Sono tornato
qui nel mio deserto
nelle alcove dove tracima un fiume secco
qui dove ho alzato un grattacielo
di sciocche poesie e labbra aperte
come fosse siero
per far pace con la morte.
Sono tornato a riappropriarmi del mio nulla
di un credo che non parla la mia lingua
e qui ormai rimango come uno straniero
senza cuore, sangue e anima
uomo finto con viso d'argilla.
a dormire sulle spine
e nutrirmi di larve e ortiche
bevendo la bava delle lumache.
Sono tornato con tutta la zavorra
del mio ieri
con il passo stanco di un illuso
quando ho baciato Dio
fino ad essere colluso
con la pioggia e le maree
di giorni senza buio e senza notte.
Non ricordo bene
in quale mare, sogno o cielo
ero finito
ma ricordo le primavere
i fiori nei miei occhi
e le costiere
dove il sole perfora le pupille.
Sono tornato
qui nel mio deserto
nelle alcove dove tracima un fiume secco
qui dove ho alzato un grattacielo
di sciocche poesie e labbra aperte
come fosse siero
per far pace con la morte.
Sono tornato a riappropriarmi del mio nulla
di un credo che non parla la mia lingua
e qui ormai rimango come uno straniero
senza cuore, sangue e anima
uomo finto con viso d'argilla.
Gocce di perla
si perdono nel mare del silenzio
eco di montagna
su moti perpetui
vagheggiano gli animi
primeggia una voce
rintocco di campana
copre i rumori.
vestali danzano intorno al fuoco
mute
inneggiano alla vita
che si apre
con il solstizio dell'estate.
s'alza il vento
e confonde l'esistenza.
si perdono nel mare del silenzio
eco di montagna
su moti perpetui
vagheggiano gli animi
primeggia una voce
rintocco di campana
copre i rumori.
vestali danzano intorno al fuoco
mute
inneggiano alla vita
che si apre
con il solstizio dell'estate.
s'alza il vento
e confonde l'esistenza.
Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio..
(La canzone del maggio. Faber)
..............................................
Dall’inizio di aprile qualcosa aveva cominciato a muoversi
Approfittando degli alberi di Giuda
disposti a perdere il candore sotto i cingoli delle ruspe.
Approfittare del bianco non è facile e non è gradevole
Discutere sull’opportunità di ricucire la coscienza
proprio ora che il mandorlo ricomincia a sedurre
Era piuttosto la tenebra del muro a venir fuori dai gechi
se ne intravvedeva l’ irruenza nel narciso
e nel mare sotteso alla noia
Inane possibilità, Everest senza fine,
Non ho di te nostalgia, nemmeno un poco la matematica
ha compreso il gioco d’universo nelle tue ortiche
e tradotto il salto di cavalletta in derivate contro il tempo
Oh i grilli al secondo che ora scendono a ricomporre le piazze
Chi ha detto che la battaglia non è persa venga a vedere il sacrificio di ali
Nelle banche
La città rumina vendette senza arrivare all’acme del palazzo d’inverno
Abbandonati i fucili si percuotono tamburi ed i tram
raccolgono ciascuno un miliardo di sogni
forse nel prato bruceranno una rondine
Ce la faremo a ribellarci all'Inquisizione dei corvi?
Corvi, solo corvi e purezza nei becchi
Ai passeri il ventre aperto alle discussioni blablabla
Proletarizzarsi d’altronde è stata una sciagura
Un parametro di cui liberarsi nel chiassoso tramonto
Ci vuole un sentiero Ho Chi Min e qualcuno che veda oltre le foreste dei mercati aperti il lunedì
avrò per sempre il ricordo dell’ irrazionale, nella carne le schegge della mina su cui saltai
piccolo Vietcong alle prese con una raccomandata di protesta ad un giornale
qualcuno che legga l’ingiustizia che gli è fatta e lo trasformi in uno scoop
Il mio è un continuo di spesucce tra scaffali e minestre ai cereali
un intrecciare sillogismi tra ghirlande e 730 da completare
poi, ci pensa un click, un solo click che penetra la trascendenza
degli uteri finanziari, gli stessi che ordinano a maggio: sparisci per sempre!
ha fatto a meno del vostro coraggio..
(La canzone del maggio. Faber)
..............................................
Dall’inizio di aprile qualcosa aveva cominciato a muoversi
Approfittando degli alberi di Giuda
disposti a perdere il candore sotto i cingoli delle ruspe.
Approfittare del bianco non è facile e non è gradevole
Discutere sull’opportunità di ricucire la coscienza
proprio ora che il mandorlo ricomincia a sedurre
Era piuttosto la tenebra del muro a venir fuori dai gechi
se ne intravvedeva l’ irruenza nel narciso
e nel mare sotteso alla noia
Inane possibilità, Everest senza fine,
Non ho di te nostalgia, nemmeno un poco la matematica
ha compreso il gioco d’universo nelle tue ortiche
e tradotto il salto di cavalletta in derivate contro il tempo
Oh i grilli al secondo che ora scendono a ricomporre le piazze
Chi ha detto che la battaglia non è persa venga a vedere il sacrificio di ali
Nelle banche
La città rumina vendette senza arrivare all’acme del palazzo d’inverno
Abbandonati i fucili si percuotono tamburi ed i tram
raccolgono ciascuno un miliardo di sogni
forse nel prato bruceranno una rondine
Ce la faremo a ribellarci all'Inquisizione dei corvi?
Corvi, solo corvi e purezza nei becchi
Ai passeri il ventre aperto alle discussioni blablabla
Proletarizzarsi d’altronde è stata una sciagura
Un parametro di cui liberarsi nel chiassoso tramonto
Ci vuole un sentiero Ho Chi Min e qualcuno che veda oltre le foreste dei mercati aperti il lunedì
avrò per sempre il ricordo dell’ irrazionale, nella carne le schegge della mina su cui saltai
piccolo Vietcong alle prese con una raccomandata di protesta ad un giornale
qualcuno che legga l’ingiustizia che gli è fatta e lo trasformi in uno scoop
Il mio è un continuo di spesucce tra scaffali e minestre ai cereali
un intrecciare sillogismi tra ghirlande e 730 da completare
poi, ci pensa un click, un solo click che penetra la trascendenza
degli uteri finanziari, gli stessi che ordinano a maggio: sparisci per sempre!
Aprì col bianco, pedone di Donna
e già scalpitava il cavallo, la torre
in osservazione dei futuri destini
finse l’alfiere la mossa ad effetto
ma non era la sua giornata
il cielo coinvolto in una rissa
e i passanti a battere le mani
poi fu la Donna a risolvere tutto
lasciando il suo Re per andare
in cerca dell’altro. Era l’ultima contesa
l’offesa dello scacco ora era intesa
di diamante, nel gioco dell’altare
due anelli a sigillare il frutto
dell’amore. Tu dici – e il domani?-
E’ nella luce che puoi vedere riflessa
in un bottone d’oro, aggiornata
all’ultima versione del copriletto
d’organza. Poi tuoni e fulmini
come se piovesse a dirotto, le guerre
le paci, le braci del cuore, la mia penna.

e già scalpitava il cavallo, la torre
in osservazione dei futuri destini
finse l’alfiere la mossa ad effetto
ma non era la sua giornata
il cielo coinvolto in una rissa
e i passanti a battere le mani
poi fu la Donna a risolvere tutto
lasciando il suo Re per andare
in cerca dell’altro. Era l’ultima contesa
l’offesa dello scacco ora era intesa
di diamante, nel gioco dell’altare
due anelli a sigillare il frutto
dell’amore. Tu dici – e il domani?-
E’ nella luce che puoi vedere riflessa
in un bottone d’oro, aggiornata
all’ultima versione del copriletto
d’organza. Poi tuoni e fulmini
come se piovesse a dirotto, le guerre
le paci, le braci del cuore, la mia penna.

Cosa affligge il mattino?
Forse, un gufo cantore
Sorto da quest'oscuro
Con il suo cantare
Ripido, così lieto
Ad un cuore scarlatto
Per stiletto imperiale
Dell'amore errabondo
Ferito, sul crinale
Tra rivi maestosi
Dalla ninfa lasciato
A stupirmi, tranquillo
Forse, un gufo cantore
Sorto da quest'oscuro
Con il suo cantare
Ripido, così lieto
Ad un cuore scarlatto
Per stiletto imperiale
Dell'amore errabondo
Ferito, sul crinale
Tra rivi maestosi
Dalla ninfa lasciato
A stupirmi, tranquillo
Di chi è la terra molle che resiste
prona all'asfalto ruvido che bolle?
Di chi è la terra lenta sotto i templi
che è cardine a pilastri e fondamenta?
Di chi è la terra offesa che raccoglie
in grembo seme e sangue di tue rese?
Di chi è la terra, verso che si scioglie
mossa al tuo passo perso sulla neve?
Di chi è la terra, seno di vagito
denso di latte e madido al tuo freno?
Di chi è la terra uomo d'Occidente,
la terra che sorride alla tua fronte?
È solo madre tua figlio obbediente
o è vera madre aperta ad ogni gente?
Il sangue tuo accolse alla dimora
quando più lacrime mano non pianse.
Ed ora che altro sangue grida sete
rivendichi esclusiva al tuo recinto.
Ora che mano acerba graffia pane
sbuffi furore da gengive vuote.
Ora che ventri gravitano luce
spegni il cervello a danze di ragione.
Perché sarebbe tua la terra idiota
chi te l'ha data, chi t'ha fatto ardere?
Chi è stato che t'ha reso così certo
d'avere il petto gonfio da padrone?
Chi t'ha riempito il collo d'ira infame
chi ha chiesto di rivendicare piaghe?
La terra è delle braccia che la scavano.
La terra è delle fronti che la sudano.
La terra è delle grida che la scaldano.
La terra è di chi vi ha perduto sangue.
La terra è di chi l'ha raggiunta in mare.
La terra è delle genti che la amano.
La terra non è merce che si serra
dentro lo scrigno della propria pace.
La pace non respira senza luce
e il mare muore se spumeggia sangue.
prona all'asfalto ruvido che bolle?
Di chi è la terra lenta sotto i templi
che è cardine a pilastri e fondamenta?
Di chi è la terra offesa che raccoglie
in grembo seme e sangue di tue rese?
Di chi è la terra, verso che si scioglie
mossa al tuo passo perso sulla neve?
Di chi è la terra, seno di vagito
denso di latte e madido al tuo freno?
Di chi è la terra uomo d'Occidente,
la terra che sorride alla tua fronte?
È solo madre tua figlio obbediente
o è vera madre aperta ad ogni gente?
Il sangue tuo accolse alla dimora
quando più lacrime mano non pianse.
Ed ora che altro sangue grida sete
rivendichi esclusiva al tuo recinto.
Ora che mano acerba graffia pane
sbuffi furore da gengive vuote.
Ora che ventri gravitano luce
spegni il cervello a danze di ragione.
Perché sarebbe tua la terra idiota
chi te l'ha data, chi t'ha fatto ardere?
Chi è stato che t'ha reso così certo
d'avere il petto gonfio da padrone?
Chi t'ha riempito il collo d'ira infame
chi ha chiesto di rivendicare piaghe?
La terra è delle braccia che la scavano.
La terra è delle fronti che la sudano.
La terra è delle grida che la scaldano.
La terra è di chi vi ha perduto sangue.
La terra è di chi l'ha raggiunta in mare.
La terra è delle genti che la amano.
La terra non è merce che si serra
dentro lo scrigno della propria pace.
La pace non respira senza luce
e il mare muore se spumeggia sangue.
A mezzanotte il tocco non si alza più
dalle quarantasette campane di Bruges;
ma un'anima arriva comunque da nuvole cariche d'altura
bianche nei visi
stanchi stanchi
lungo la corsia.
Qualcuno
giù asciuga con un panno
i cuscini dove grigi son caduti gli angeli del salice.
La menta elettrica mi ricorda magie; un flauto di bosso
con le due sopracciglia angolute
portava tinto d'oro il vassoio
sulla punta delle dita.
bianche nei visi
stanchi stanchi
lungo la corsia.
Qualcuno
giù asciuga con un panno
i cuscini dove grigi son caduti gli angeli del salice.
La menta elettrica mi ricorda magie; un flauto di bosso
con le due sopracciglia angolute
portava tinto d'oro il vassoio
sulla punta delle dita.
Seduto sopra ‘n tronco chette trovo?
Vedo passà ‘no strano animaletto,
‘na specie de simpatico vermetto
che annava camminanno verso er covo,
un bucio lì vicino dentro a ‘n rovo;
come ‘na fisarmonica a soffietto
sur dietro se rizzava poi de getto
mannava innanzi er capo e … via de novo.
Sta natura! A guardalla è sempre festa:
si con carma l’osservi quer che vedi
è ‘na saggezza che ner core resta,
come quella creatura - chette credi! -
che prima d’annà avanti co la testa
voleva stà sicura su li piedi.
Vedo passà ‘no strano animaletto,
‘na specie de simpatico vermetto
che annava camminanno verso er covo,
un bucio lì vicino dentro a ‘n rovo;
come ‘na fisarmonica a soffietto
sur dietro se rizzava poi de getto
mannava innanzi er capo e … via de novo.
Sta natura! A guardalla è sempre festa:
si con carma l’osservi quer che vedi
è ‘na saggezza che ner core resta,
come quella creatura - chette credi! -
che prima d’annà avanti co la testa
voleva stà sicura su li piedi.
Son sordi i rii fra verdi a capovalle
dove l'acqua serpeggia seducendo pietre e alpeggi
Le felci ancora sanno celare dei segreti
e il pino mugo dona incalzante il suo sapore
Nitidi e ancestrali passi fanno presa
nel sentire lembi d'ataviche giornate
Sorseggio il retrogusto in catrame di quel vino
che tanto inebriava il mio calice ed il volto
falcando -in orizzonte- brumosi prati incolti
dove l'acqua serpeggia seducendo pietre e alpeggi
Le felci ancora sanno celare dei segreti
e il pino mugo dona incalzante il suo sapore
Nitidi e ancestrali passi fanno presa
nel sentire lembi d'ataviche giornate
Sorseggio il retrogusto in catrame di quel vino
che tanto inebriava il mio calice ed il volto
falcando -in orizzonte- brumosi prati incolti









