contorceva - per la formica -
i suoi ombrelli virando al karkadè.
dopo che il circo ha chiuso ai battenti.
Ha chiesto scusa ad amici e parenti
va a insegnare all’università di stato
del Daesh storia delle decapitazioni.
E’ andata meglio al domatore di leoni
è stato arruolato dopo regolare domanda
per dirigere in Polonia una banda
di veri scassinatori e autentici ladroni.
L’ultimo colpo è stato un successo.
Il clown invece sta sul depresso
come comico in televisione ha fallito
qualcosa è andato storto, non è riuscito
a scippare gli alimenti alla moglie
dopo che lei ne ha scoperto il tradimento.
Il trapezista non ha perso il momento
è andato nella giungla a perfezionarsi
e ha fatto amicizia con due orsi
che nessuno ha capito come siano arrivati
sin là. La donna cannone è rimasta in città.
I cavalli sono stati venduti a un maragià
insieme agli elefanti, invece il tendone
è servito per le scene di un film d’azione.
La cartomante non ha cambiato mestiere
ora predice il futuro alle alte sfere.
C’è in giro un killer seriale
Che uccide solo chi ha fantasia
ma il ministro ha assoldato una spia
che può identificarlo. Il giornale
della sera però è listato a lutto.
Se il futuro non è stato scritto
può succedere di tutto, dico la mia
persino il domani è nostalgia.
La zingara che mi ha letto la mano
ha barato, questo tempo non è vano.
di emozioni, di brividi,
Di parole
che generano miracoli,
Vivo
Di alchimia
Di magnetismo
Di follia!
Vivo
Di Follia che cambia
la prospettiva del mondo,
Di Follia che dà
consapevolezza.
Di follia che tutto crea.
Vivo di te
Delle tue delicate attenzioni
Vivo di te
Così vicina a me
Eppure sempre te stessa,
Vivo di te
Che sei con me, in ogni momento.
Io Vivo di te.
e cromie di cristallo,
vento di petalo australe
e fruscio di tulipano,
la mia pelle è fisarmonica d’autunno,
rame arenitica di fumo,
calice di nebulosa e profumata albicocca.
Fiorito carillon di marea,
inchiostro d’ombre di pino,
epicarpo d’aurora equatoriale,
lacrima di vino rubino,
la mia pelle è fisarmonica d’autunno,
velluto d’un vespro d’oriente,
porpora di mandorlo e valigia di nuvola.
Dormiremo
e poi ci sveglieremo
ancora e sempre assieme,
in una sconfinata stanza blu,
e i nostri cuori batteranno
meno velocemente
non appena
le secche gole
si macchieranno
di uovo di pettirosso
e l’universo osservabile
odorerà di mandorle amare.
Sulla tua pelle morbida,
livida e nobile,
da sempre
spiccano
vene superficiali
che hanno i riflessi
della carta da zucchero
e delle foglie del tè blu;
ma io le ho percorse
quelle linee
sottili,
prima ancora
che il suo veleno
si mischiasse furtivo
col tuo sangue.
Era tanto
tempo fa,
erano i giorni
in cui le stelle
inducevano,
col sogno,
il primo
pensiero
del mattino,
e quando la notte
non era buio assoluto,
perché il ciano e il giallo
e il magenta inchiostro
dei nostri grandi occhi
si combinavano
assieme
nella
fuliggine
stemperata
di un ricordo
che si stava
formando:
anche oggi,
come ieri,
namasté,
amore
mio.

Ti porto con me
lassù sulle montagne
colori e prati in fiore
in ogni scorcio di ogni via
Rimarrà ogni attimo di felicità
e di ricordi eterni
Scorreranno le acque dei fiumi
in piena e fissi con lo sguardo
fino a seguire il percorso con il saltellio delle rocce
e il suono dell' acqua
Senti la pace
e respiri un'aria nuova
Ti porto con me
e seguirai la mia anima
Ti ho guardata bene ieri
io come te, donne in ombra
appannati specchi di ieri
intente a cucinare come torte
egoismi misconosciuti nei figli
deluse da ribellioni di pelle
e dall’umiltà delle nostre radici
affannate in doppi lavori
noi bruciamo identità e sogni
nel fuoco spento di fictions televisive
tra oscuri sentimentalismi
e gare podistiche contro il tempo.
Nello specchio del mattino
ritroviamo un’estranea saccente
dallo sguardo vacuo e senza sorriso
ma tu hai ancora la bocca sensuale
che annulla rughe impietose
e io nelle gambe
corse compresse
in vene che vogliono esplodere...
e quando ci salgono alla bocca parole
non dette per pudore
lo sguardo è dolore sottile
è malinconia
la stessa che guardammo nelle nostre madri
la stessa che ci straniava dalle loro mani.
Ci accomuna amica mia
un sentore di lievi profumi
anni in cui eravamo fragili
eppure invincibili
un tempo di rimpianti ancora vivo
che non cede il passo a ricordi sereni
perché oggi
lo stesso desiderio di libertà di ieri
è ancora più ambito
e meno raggiungibile...
intervallata da lampi di furore
poi la fiamma si è spenta
e il gas ha avvelenato l’aria.
La conciliazione è stata bonaria
ognuno per la sua strada, conta
i perché dell’amore, saranno cento a ore
mille, a ogni raffica di vento.
Le tue amiche hanno dato le carte
ora si stanno interrogando
sul vero significato del Carro.
C’è speranza dice il capo stazione
fischiettando una nuova canzone
ma il mio orizzonte è in calando
e la vita dipende solo dalla sorte.
Ero più vecchio tanto tempo fa
è il verso rubato a un genio
e soprattutto una pietosa bugia.
La verità è nello scroscio di pioggia
che si abbatte di notte sulla spiaggia
nel tempo di oscurità e follia
che s’insinua nel bosco del demanio.
Il treno non può partire, è bloccato qua.
I tuoi ricordi assomigliano a dei numeri
da far quadrare al concorso di matematica
è un’equazione complicata da risolvere
chissà se pensi che ne valga la pena.
Sul palco del teatro all’angolo va in scena
una farsa, puoi cambiare mestiere
o decidere di fare ancora la fanatica.
Non so più ciò che pensi e quello che speri.
Non c’è canovaccio, non c’è nemmeno una trama
madonna e puttana per poeti bigotti, chi t’ama
è un mentecatto, chi fugge è una perla.
È stato bello sino a quando è durato
recita l’attore più anziano senza fiato
è tutto capovolto, nella nave c’è una falla
che non puoi più riparare, non è per la fama
che ti vendi al mercato dei pupi, sei solo scema.
Riscalda l'amore
Nei giorni bui
Di cammini impervi
Quel cuore stanco
Che a fatica
Risale la china
Rinsalda l'amore
Parole mai dette
Alimenta la passione
Mai sopita
Del cuore stanco
In lieto giorno
Spoglio di carne
Rivestito d'amore
Di nuova aurora
Dipinto
inchiodò il mio sguardo ,
inchiodò il mio cuore!
Bevvi, tutta la tua bocca
e tu, la mia;
sentivo la bellezza dei tuoi occhi
la forza rude dei capelli
la potenza dei ritmi,
gli impeti, che erano nei
muscoli e nelle tue ossa.
Le tue dita perfette,
avviavano passione disperata:
la furia e la brama,
fummo... prodigio d’amore!
Attraversammo dune e anche deserti,
furia e inseguimenti
ad inebriar noi due.
La carne era vibrante nei giochi e nei profumi,
e la radura prese fuoco
bruciando le più infime fibre;
poi ,l’estremo limite
della voluttà e lo spasimo,
che non erano ancor morte,
ed eran già oltre la vita.
Fummo un tutt’uno con quel cielo!
Giurasti che non volevi perdermi;
pregai, che no volevo perderti…
…e ci fù un urlo!
admiring those huge skyscrapers,
erected towards that clear sky in the morning
and starry in the evening
Walking along those streets
dazzled by that blazing sun,
with the light breeze that wraps me like sheets
A myriad of fantastic parties full of fun,
a lot of colored lights,
animated by amazing nights,
surrounded by a magic landscape,
characterized by an enchanting horizon
This is the only thing I want to say:
"I'm dreaming L.A."
come tant’anni fa da regazzino
quanno ar matino me ne annavo ar mare
donna me riportavo…da consolare.
Erano l’anni de la giovinezza
dove per ogni cosa v’è prontezza.
Gli stimoli, i riflessi sempre a mille
lesti a scatenà ‘e scintille.
E scintillanti eran ‘e nottate
a fa l’amore sempre destinate
co ‘e regazzine de quarche tempo fa
senza guardà a carta d’identità.
E che te voi guardà, erano ‘n fiore
contente de venì a fa l’amore
anche sortanto pe una sola sera
che esartasse loro primavera.
Belle, scattanti, senza guardà er core
sol du o tre mosse a preparà l’amore !
‘N avevano orpelli o impedimenti,
nemmeno schiave delle loro menti !
Ed io godevo tanto, ce sguazzavo
e ner frattempo nun me ce accorgevo
der tempo che passava e nun piagnevo.
A piagnere lo feci l’artro di
quanno t’incontro una che a ben vedè
c’aveva la mia stessa età,
esuberante voleva fornicà !
Io che nun vado tanto per sottile
decisi d’essere gentile,
a casa mia infine la portai
e nel mio letto mi ci infilai.
Dopo du ore, stava chiusa ar bagno,
a porta chiusa a chiusura stagno,
je dico “Amò, se stai un artro po’
io me rivesto perché nun ce la fò”.
Esce tremante come verginella
Me pare n’artra nun è più quella !
‘A pelle tutta ‘ncartapecorita
da testa ai piedi ed anche alle dita,
e nun parlamo delle artre cose
afflitte anch’esse da cellule adipose.
Restai li per educazione
chiusi l’occhi ma non pe l’emozione
e fu in quer momento li
che tolse la dentiera…e amor fallì.
Er birichino, er tempo, assai punì,
finchè de specchio esso se munì
e capì che ‘n questo suo passare
ogni furbizia riesce a rivelare.












