delle stelle sulle finestre
mi attraversa la nuca,
controsioni dell' ego
sulle pareti
di questa vita.
Sei tu, minuscolo rettile
custode delle mie notti
insonni,
canti furtivo, sibilante,
con eco di vento arido
e fremito di palpitazioni
invisibili.
Fritto anch'io
e meno assai di questi commedianti
Quando il sonetto si deforma in lavatrice
Quando dalla lavatrice esce
il maglione dell'inverno
in primavera scontata
E vuole il suo compenso l'editore
vuole il suo compenso il pubblico dirottato
Raffermo anch'io con le valigie in mano
da disfare nel solito lasso di tempo
con l'aereo risucchiato fra le cose possibili
e la freccia scoccata
che sottende il suo integrale di materia azzurra
Se sono commediante anch'io
mi spiego molte cose
e altre me le spiego ancora meno
Si contrae il muscolo involontario della solitudine
e all'agitarsi delle maracas
la barba si taglia da sola
e l'ennesima emicrania prende la sua aspirina di troppo
Nel paese della cuccagna
non mangia niente chi mangia troppo
in mezzo a questi colli
trapiantati da due pezzi di cuore
dai rami intrecciati,
aggrappati come foglie
al sole, ai sogni e alle umide serate.
Intorno abbiamo un giardino di piccoli fiori
e battiti alati abbandonati alle rugiade eterne della sera
e alle morbidezze bianche del cielo.
Accanto i vecchi giganti
ci prestano ombra gradita alla nostra giovane vita.
Di tutti i venti e tutte le stagioni
ruberemo le stelle, un pò di calore
e di trina lucente degli occhi di Dio..
…E poi con gran fragor di tuoni e lampi:
“Siane riscatto, e ancor ne sia vergogna !”
Così ci disse… Poi fur prati e campi
a scorrer sotto, prima che la fogna
che ci ingoiò ci si mostrasse orrenda:
per tutti noi fu greve e odiata gogna,
belva impietosa e fiera sì tremenda
come man d’uom quand’altra mano stringe
pria che del dopo forma non offenda
con il pugnal che in carni si sospinge.
“Vedi là in basso” (indicò un po’ a caso)
“Quel gran pittor che indefesso dipinge,
muta e rimesta… Tu ne sia persuaso:
ciò che credevi ne è smentito e irriso,
fuso e rifuso nel suo grande vaso,
dei dì a venir stigmatizzato e intriso…”
Tanto fu scempio e tanta l’arroganza
che stravolgeva anche il di lui viso,
tutto proteso ad una tal mattanza…
Pareva cieco ad ogni chiaro segno,
e a quel macello senza speranza
tutto era aduso il micidial congegno…
Com’anco fosse a dirsi troppo greve
ci fu favella come secco legno:
bruta, tagliente e fredda come neve…
Di quel Minosse che tutto maciullava
forma non fu d’umano senso lieve:
d’ogni speranza idea ne frantumava
volgendo or qui or colà la lesta forca,
d’ogni ricordo tutto macinava
sputando insulti con sua bocca sporca.
D’ognun di noi riconoscemmo tratto:
come colui che in spasmi si contorca
qual bene fu e il male che fu fatto
l’uno dell’altro intriso e in sé frammisto
sotto quei colpi ne sortia disfatto
senza che alcuno se ne fosse avvisto…
Fu poi in tal guisa quella massa informe
dal suo fattor che fu solo intravisto
rifusa e sparsa in modo multiforme
in fino a che di ciò che un dì splendea
sol ne restava un relitto deforme,
negletto e sfatto che torto giacea.
che non bastano, per dire
quanto amore puoi dare
a chi ha bisogno di te
cercandoti come se fossi
un grande Dio, illuminato
dai fedeli del mondo
che rischiarano sentieri
tortuosi, unendoli
al perdono e alla sapienza
del dono, ammirabile pregio
tra nuvole e campane,
avvolto nel frastuono di banchi e di 'bambini'
lo ritrovo qui (nel parco)
seduto - immobile - nella sua arresa solitudine,
che eterna l'avvolge,
messo lì in disparte,
alle spalle della vita
che gioca a palla coi bambini
che corrono, sì che corrono
incontro alla vita che l'attende
che, pure, scorre sulle sue livide vene
che di bluastro avvolgono
il suo rassegnato abbandonarsi alla vita,
già dimenticato.
nota:....dopo l'integrazione scolastica... il nulla.
L'amore è soffermarsi
a guardare il sole
che al mattino scalda la tua pelle
e poi ad occhi chiusi
immaginare le bellezze infinite.
L'amore è regalare un sorriso
a chi piange di dolore
e porgere una mano
a chi è stanco di delusioni.
A chi non sa dove andare
e vorrebbe calore dentro il cuore,
forse nessuno ancora lo sa
ma l'amore è anche stare in silenzio
e lasciarsi baciare dalla luna
e poi nel letto a sognare
i pensieri più belli quelli
che fanno compagnia
e non ci abbandonano
perchè vivono dentro noi.
come lo zampillo della fontana
spruzza e straborda
con la musica grave che risuona
nella piazza vuota
un foglio di carta sventola, arrivando
mescolando il pungente profumo di mele
dalla finestra socchiusa
della casa rossa
Sul lampione cigolante ed ondulante
sbatte un'ombrello per lo sciacquar del vento
tracciando ombre nell'aria
quasi palpabili
Alcune foglie caduche dell'estate
sono prigioniere negli angoli dei giardini
molte fermano lo scorrere
verso le griglie, sulle strade
Nel quasi buio
il bianco fornaio, felice
può riposare a casa, per qualche ora
Si rompe nell'atmosfera
anche la magia della bella stagione
appena finita
da scelte in cui non credi,
senti che ogni cosa
ti sfugge di mano...
Giri a vuoto perchè rimandi,
non osi guardare negli occhi
la fatica e il fallimento.
Ristagni ogni giorno
abbandonato al caso,
ma il tempo scorre...
Sarà tardi quando
ti alzerai...
permettiti
di vivere.
I miei post-it infilati nella tasca destra
della giacca. O in quella sinistra. O lì sul muro.
A seconda dell'umore.
Biglietti della spesa, formule geometriche
incollate sotto la scarpa.
Ne vedo troppi sparsi per la scrivania:
il puzzle del mio curriculum.
Cartellini utili ai daltonici
per questi dettagli irrilevanti o meno.
Le lapidi dei rami, la grande scritta
spiccicatasi con l'uragano.
Come se la svigna un promemoria.
Un'idea banalissima sminuita al risveglio.
Perlomeno non occorre segnarci sopra
il numero dell'ambulanza o dei pompieri
-che tra l'altro non chiamerei per ovvi motivi-
Il discorso d'inaugurazione su quei cosi mischiati
non ha sortito stranezze
perché tanto quello che non trovavo
l'avevo appiccicato sulla fronte.
solo pe'r tocco mio leggiadro,
perché l'economia metto a socquadro?
Ce sò tanti modi pe' distribbuì la ricchezza,
c'è chi sta nell' aggiatezza
e chi vive nella schifezza.
L'atto mio è 'na prodezza,
un gesto eroico d'accortezza,
de riscombinè er ciclo der denaro
levanne 'n pò dar ricco avaro
e ridallo a chi nun cià riparo,
è quistione de ridiscute sto flusso
che va a finì sempre a chi sta nel lusso.
Così io pijo e nun busso,
si nun apri scasso,
nun c'è divieto d'accesso,
levà a chi troppo cià è 'no spasso,
er compito mio è risparpajà li milioni,
avè zero poracci, zero padroni.
poi che corpa ce n'ho
si pur'io sò poraccio
e quarcosa pe' mme me procaccio?
come sangue che sgorga inesorabile da una ferita appena inferta,
sento il cuore battere forte
l'aria pesa come un macigno nei miei polmoni,
fa male...
Eppure mi aggrappo con tutte le forze
a questo incessante, crudele momento,
il tempo munito d'abile astuzia
tenterà di strappare una ad una le pagine
che la memoria pazientemente ricama di flebili pensieri
ma non voglio,
resto ferma, ancorata al ricordo
di ogni singola lacrima versata
del tiepido fardello che la tristezza ti regala
perchè egli mi proteggerà come uno scudo del più fervido metallo,
quando lei ritornerà,
implacabile, spietata, violenta come mai prima,
io ricorderò
ed il dolore non mi scalfirà...
in comunione con il mare,
mi trovo vittima vera
di quel bisbigliare.
Il corpo tutto si copre
di quel soffio; perfetto
alcova i sensi fa rinascere
da quell'ormai vecchio salotto.
La pelle già febricitante
si unisce a essenze primordiali,
resi dalla brezza, importante
quanto alla sposa i riti nuziali.
Non ci sono richieste,
ma non per questo si tace.
E' vita? E' morte?
E' solo poesia.








