Case umide s’affacciano nel mare
striduli rumori sento arrivare
la via di casa si lascia accarezzare
ed i colori sono mille e senza contare
Il cielo sopra è come argento
ed i bambini inzuppati
corrono per divertimento
Un gatto sornione e svogliato
attraversa senza fretta
quel verde prato
L’uomo del pesce grida che è l’ora
e finalmente al davanzale
s’affaccia una signora
La rosea linea dell’orizzonte m’ avverte
che le ore scure
sono già pronte
Mentre sento questo intenso soave profumo
sulle barche nel porto, non c’è nessuno
Approfitto dell’ora e del momento, per lanciare un sogno nel firmamento
Sogno che va e sogno di festa, star qui per me
è quel che resta
L’immagine di me che vedo riflessa nei vetri delle banche,
non sembra essere mia, e forse non lo è neppure mai stata.
L’ombra che da sempre mi segue e che in realtà mi precede,
non è il mio lato oscuro, non è la tenebra, è solo perplessità.
È prima un’idea geniale e poi un inestricabile ripensamento,
è un sentiero che ogni tanto porta all’amore, e talvolta no:
è il falloff della luce che colora la mia anima di tinte chiare,
ma il mio corpo di un nero seppia impenetrabile, assoluto,
che abbraccia il mio spirito e poi lo richiude in uno scrigno.
Oggi lo so, che sono il niente che abita il niente, il distacco,
e che questa mia ombra ha solo il prestigio della leggenda,
ma poi, spettro denso e scuro, non comunica che assenza:
io sono il corpo dell’anima cui la mia ombra ha dato forma.
mi dico
guardami sono qui
astronave fusa
tra le oche e le barche
non mi vedi ?
ho una piccola rotella stellata
di un giallo freddo
da isola incantata
ho rametti molli per appigliarmi allo steccato
e penso penso penso tu non sai quanto
al nòcciolo marrone
che mi porto dentro
a ridosso di maree
che trascinano
ancora terra madre
e ancora
tra ombre notturne
che lasciano
ancora colori dell’alba
e ancora
seduto se me stesso
ascolto e vedo
tutto questo
e ancora
mi inebrio e mi innalzo
al suo amore
ed alla sua dolcezza
"Ancor poco muove
la prima capriola estiva;
rimane sull'orlo la fragranza
di quella bianca fuga di primavera.
Di placido azzurro, là sul viale,
fresco è il dondolio
delle tue paterne carezze
- rivolte ai gabbiani,
tese in verdi
inebrianti estensioni.
Tutto l'oro,
tutti i miei mortali affanni
sacrificherei nell'onda ambrata
del tuo sussurrar di vecchio,
pur sapendo che poco t'importa
e altrettanto ascolti
di tutte le raminghe passioni
che van per il mondo.
Quanto mi sorprende
quella gioventù ribelle
che s'intreccia
lampeggia
eppur vibra
come vibrano, mortali,
le piccole gioie nostre!
- di un non so che di vita, mi paiono,
quelle fughe di fiamma
fra foglia acquamarina.
Rapide è certo,
ma quanta vita!
Niente si ama più
della luce fra i platani;
- non le cose leggere,
non le cose delle stagioni
fuggiasche,
che han fretta di vedere
degli uomini i tristi congedi
e solo per pietà si scoprono
amanti."
A che serve raccattare gli interessati della scena?
Eccoli mormorare:
"Cammina in equilibrio sul muretto del ponte;
adesso si lancia; adesso vive; adesso muore;
adesso cambia idea o non la cambia più".
I morti cambiano idea, credo possano.
E quelli che mormorano riprendono i pensieri,
con la telecamera riprendono il monumento del santo,
quello che cerca di fare il discorso della dissuasione.
Niente paura amici, i morti cambiano idea.
La cambiano ogni tanto magari,
quando qualcosa li dissuade da quello che stavano facendo
(non dormire, non rimpiangere)
e la loro buca è sempre aperta ad una nuova idea.
Sbirciano. Quello in bilico sul ponte ormai che conta?
Oggi muore, domani risorge in prima pagina,
sulla prima pagina ci piscia il gatto nella lettiera.
Un po' i morti, un po' i giornalisti,
tutti danno una sbirciata al santo
chiedendosi se per fare il miracolo si debba inserire la monetina.
Un po' la gola strizzata, un po' la cravatta,
insensate lacrime secche.
Loro aspettano.
Decidi cazzo! O la vita o la morte!
No, il bilico con le braccia larghe.
Se volete accampatevi, fate pure,
questo bilico potrebbe durare ore, giorni o mesi...
Gli interessati perdono tempo:
chi si perde le trasformazioni della terra,
chi si perde la laurea del figlio.
Sboccia timidamente il palo della luce,
i bambini credono sia il circo,
non sanno che lo è davvero.
Sul fare dei pentimenti, sul fare delle migrate d'uccelli al tramonto,
sul fare della delusione smaltita e la prossima.
No, noi non siamo i morti che cambiano idea.
Una, una sola, quella che ci fa la maschera facciale.
No, non siamo i giornalisti che cambiano idea.
Una, una sola, non alle parole o all'inchiostro già scordato.
La nostra idea è il bilico.
La luna si diverte alla nostra sceneggiata:
mangia pop-corn e ingrassa,
poi fa la dieta e torna anoressica
per poi tornare a rivedere il nostro film che le è piaciuto
e ingrassare di nuovo.
Come vedi, questo bilico intrattiene il mondo.
Alla fine sarà buffo vedrai. Ahah!
Si aspettano il lancio a notte fonda,
si aspettano ripensamenti all'alba;
sul materasso di salvataggio ci dormono ormai i pompieri.
Mentre tutti dormono il bilico, sveglio, vede l'alba:
luccica lo specchio dell'acqua,
luccicano le telecamere dimenticate accese
e stanno riprendendo tutto.
Dormono i morti,
dormono i giornalisti,
dormono i pompieri.
una scossa dentro di me
un brivido mi pervade.
Ti sfioro la mano...
trema, la voglia di baciarti
quasi immediata.
Il tuo sguardo ...
non riesco a sostenerlo
è penetrante.
Un'emozione
inattesa
mi travolge.
Parole buttate li
al caso
la voce fa fatica ad uscire.
La bocca emette
uno strano suono
parole senza senso.
Improvvisamente mi dici
guardami... !
guardami negli occhi... !
La passione
esplode
quella camera accaldata.
Le gocce di sudore
su di me
sono miele.
Il tremore
delle mani
si placa.
Lascia spazio
alla passione travolgente
sotto le lenzuola.
… sono tamburi che battono nel cuore
dove il sublime si accende come un faro,
annunciano sereno e tempesta
tra i sospiri traditi dagli amati.
È la sinfonia ch’è s’emerge dall’anima!
Si unifica in’un’unica certezza,
in versi si plaude …
tra righi silenziosi di un amore.
Tu esplodi senza orizzonti!
Le sensazioni le emani da lontano ,
in brevi strofe racconti gli anni tuoi ;
m’incagli nel vulcano delle tue fantasie .
Sei piena di vita e aliti cocenti
entri in me a dimorare sole,
entri in un sogno parso vero;
tra il sfruscio confuso di un’estate .
Mi infondi la tua bellezza !
Mi fai udire la sonora melodia ,
col tuo profumo smuovi il desiderio ,
mi sazi di gusti e sapori ;
col bacio tocco il magico sublime .
Ed è la tua presenza femmina che si presenta ancora !
Ti manifesti ovunque senza esitare,
barbagli fruscii tra i rami ;
dai fiori trai il nettare degli dei .
Ed è il sesto senso a condurmi sul viale !
A uscire dalla foresta buia ,
come se avessi perso il mio destino ;
ritrovo l’alba ,il piacere del tuo amore .
A volte non posso evitare di essere prosaico:
vorrei poter amare il tuo ricordo in maniere
più dignitose, vestire il giogo della serietà
e trarci i più bei frutti.
Ci ho provato seriamente, ma non ci sono riuscito.
Secondo te non mi piacerebbe scoprire un arcano,
e dargli il tuo nome? Che poi uscirebbe soltanto
in qualche rivista comprata in stock dalle università
che andrà a riempire qualche emeroteca dai pavimenti orribili
con la polvere che fa delle palline agli angoli che nessuno schifa
dato che nessuno mai ci entra.
Ma il meglio che riesco a fare è tenere acceso il tuo
sole forgiato dalla mia isteria attraverso ricerche
geografiche dei luoghi della tua infanzia, i tragitti
in auto dei tuoi genitori per andare a fare una barca di soldi
e ossessionarmi con un campionario di leggende
delle quali ti vedo protagonista:
il marmor lunensis, i liguri apuani, gli anarchici,
la versilia del boom economico e la tua casa in affitto che
mi fa venire in mente immaginari che prima d'ora
ho sempre odiato e che per una misteriosa forza alchemica
ora colloco tra i monili più brillanti di un'argenteria interna
opaca e rosicchiata dalla fame.
era stato ristrutturato per 1000 euro
e che ne doveva valere almeno 10000.
ma noi ce la ridevamo dicendo che la buonanima dell'artista
non era certo giotto
che il santo aveva dei piedi prensili
e il bambino gli stava sulla mano in modo goffo e insensato
a fine cena, sdraiato sul divano avanti al santo
ripensavo alle critiche fatte prima, alle risate
ai piedi, al bambino, agli occhi del santo
e mi sentii incontenibilmente sporco
riconobbi quelle cosa chiamata coscienza
scoppiarmi in cosmo di pudore reverenziale
e allora capii, che non potevo smettere di guardare quel quadro
ma che non riuscivo a guardare gli occhi
che provavo vergogna e pentimento
e dispiacere
e commozione di paradisiaca dantesca brutale forza
che la potenza della creazione era riuscita nella sua stortura perfetta
a distruggermi
che era il quadro universale supremo
che il vino non centrava nulla
che ero il prescelto della sublime redenzione
per comprarlo a 10000
che a pensarci, per quei piedi
non è un cazzo
nel colore del cielo
che squarcia la nebbia
alleggerita da un cuore
triste con lampi
di fumo acceso
Troppo per lui
semplice e sincero
che vede la vita fuggire
sotto sguardi sempre attenti
come fragili bambini
in un mare di poesia
respirando speranza
e l’odore delle resine vaganti si sente nell’aria.
La primavera risveglia alberi e gemme
e fa stiracchiare il popolo del bosco,
liberandolo dal gorgo invernale.
Il bianco dei pruni
ricama mulattiere,
orti e casolari.
E si riverbera nei labirinti
della mia coscienza.
Piccole deflagrazioni
di primule in piena fioritura
macchiano di giallo
il verde brillante dei prati
e immettono nuova linfa
nel caleidoscopio
della mia esistenza ingrigita.
dall’uscita d’emergenza di Equitalia
il tempo per capire di aver sbagliato
e mi sono ritrovato in mano un numerino
cazzo, mi sentivo osservato
soprattutto dagli occhi punitivi dell’usciere
ed io quasi a giustificarmi così esclamai:
“Son nuovo di queste democratiche beghe
cerchi almeno di scusarmi, in seguito ci proverò a non far danni”
Ma lui facendo finta di non sentire
s’infilò un dito in una narice scaccolandosi fino all’osso, alla radice;
chissà il poveretto quanti piagnistei ogni giorno ha da patire
non sarà certo la mia entrata “trionfale” a farlo impallidire.
Intanto mentre aspetto il mio turno diligente
una voce rimbomba dal vicino corridoio,
un alto dirigente vestito elegante
richiama l’attenzione in una sala traboccante
l’urlo si stampò sopra i vetri e le pareti
facendo tremar la gente, me e gli impiegati;
capii in seguito che il funzionario par cercasse
un tizio che non ha mai pagato tasse
un riccone, così circolava voce
che chiedeva patteggiamento o quanto meno una rateizzazione.
Noi tutti nella stanza ci guardammo sbalorditi
chi teneva in mano qualche rata comunale non pagata
chi una multa dimenticata e il tempo l’ha lievitata
chi per dare da mangiare ai propri figli , non ha potuto il debito pagare.
Finalmente il Tizio “ricercato” si fa avanti con il suo avvocato
mentre da quest’altra parte un pensionato bisbiglia una parola all’impiegato
ma l’addetto allo sportello senza cuore e senza peli sulla lingua urla:
“che fa, paga o la pignoriamo?”
E’ stato a quel punto che io sono uscito dall’Entrata principale
sfidando il muro umano e gli occhi atterriti dei presenti
promettendo a me stesso di non mettere più piede
in quel posto costruito da insane menti
per succhiare il sangue a chi il sangue l’ha investito nel futuro
chi l’ha impastato tra il cemento e i mattoni
per dare una dignità alla propria vita.
Giuro che non metterò più piede in un posto di falsa democrazia
che aiuta i potenti e sotterra gli uomini già perdenti
e così che va il mondo, così vanno le cose in questa Patria mia.












