sul tavolo un bicchiere vuoto di Gin toniC
esso resta lì tra ombra E
luce la quale vuoL
fra venir a gallA
la biografia di un toreadoR
in un giorno chE
i fans insieme ai giornalistI
crearono qualcuN
caos, chiedendo il biS
accettando morì, quando di anni ne aveva trentatrE'
_____________________________________________________________________________________________________________________________N.B.: Ho voluto creare un acrostico stravolgendo le regole. Invece che formarsi una parola, o il titolo stesso della poesia, mettendo insieme le PRIME lettere di ogni frase, ho voluto creare un acrostico (al contrario) cioè: leggerete il titolo della poesia osservando l'ULTIMA lettera alla fine di ogni frase.
5 commenti
In un cespuglio verde accovacciata
intravidi una colomba che covava,
ma repentinamente un falco la rapì.
Poveri colombini, io esclamai tosto,
di freddo e di fame certo morranno.
L’indomani ci tornai per imbeccarli,
ma, prima di giungere a quel nido,
scorsi una starna che l’alimentava.
In silenzio provai immensa gioia,
ma l’atto dell’uccello mi sconvolse,
pensando che il soccorso è naturale
e che l’uomo talora o spesso manca.
Io mi rivolgo a voi, giovinetti miei,
che siete ancor puri e di buon cuore;
elargite sempre al prossimo l’amore,
donate sempre a chi non è o non ha.
ti libero la mente dai dolori,
il petto dal riverbero del male,
i capelli dai morti fiori,
e la testa dalla prepotenza del mare;
e sei di nuovo mio
nell'archetipo di ciò che sei,
nella partenza,prima di esser vivo
nella pelle che mai riconoscerei.
Ti porto indietro
prima del cambiamento,
procederemmo a retro
fino ai teneri tocchi di cui ora mi pento.
Rivedremo insieme le immagini di noi
o ciò che eravamo e non siamo più,
il nostro corpo uguale
ma la nostra anima che risiede più in giù.
il petto dal riverbero del male,
i capelli dai morti fiori,
e la testa dalla prepotenza del mare;
e sei di nuovo mio
nell'archetipo di ciò che sei,
nella partenza,prima di esser vivo
nella pelle che mai riconoscerei.
Ti porto indietro
prima del cambiamento,
procederemmo a retro
fino ai teneri tocchi di cui ora mi pento.
Rivedremo insieme le immagini di noi
o ciò che eravamo e non siamo più,
il nostro corpo uguale
ma la nostra anima che risiede più in giù.
Una piazza festosa e il profumo di una primavera ritrovata accolgono il giorno del nostro rivederci.
Incessanti tremiti percorrono le mie membra,
i tuoi argentei capelli celano solo in parte uno sguardo bramoso e rapace, a tratti ora avido e spavaldo.
Le tua pupille irrequiete si soffermano sulle sinuosità del mio corpo,
su ogni mio inconsapevole gesto o movimento,
gote purpuree ti svelano.
Le argute parole e il vezzoso verseggiare del fu ieri
appaiono ora quasi nudi, timidamente scomparsi nell'eccitazione dei nostri corpi.
Tutto parla di noi,
tutto tace.
Una danza sorda e sensuale s'insinua velenosa nel gioco perverso del falso apparire delle parti sociali.
Soli,
godiamo di solitudine e isolamento,
realmente crogiuolo di anima e vita.
Nulla più di questo,
nulla più esiste,
nè la profondità del mare,
nè il calore della terra o l'infinitezza del cielo.
Solo le tue mani che fintamente gentili sfiorano la mia schiena;
indosso un cappotto variopinto
ma ora conosco il segreto delle tue mani .
E'giunto il tramonto,
questi due tristi esseri si disgiungono,
permangono riflesssi di gote purpuree,
toccamenti amabilmente mentitori,
il sorriso radioso di un fanciullo;
immagini dipinte nel cuore accarezzate da un vento sottile,
muto testimone di qualche istante rubato alla fragilità di questa nostra essenza.
Incessanti tremiti percorrono le mie membra,
i tuoi argentei capelli celano solo in parte uno sguardo bramoso e rapace, a tratti ora avido e spavaldo.
Le tua pupille irrequiete si soffermano sulle sinuosità del mio corpo,
su ogni mio inconsapevole gesto o movimento,
gote purpuree ti svelano.
Le argute parole e il vezzoso verseggiare del fu ieri
appaiono ora quasi nudi, timidamente scomparsi nell'eccitazione dei nostri corpi.
Tutto parla di noi,
tutto tace.
Una danza sorda e sensuale s'insinua velenosa nel gioco perverso del falso apparire delle parti sociali.
Soli,
godiamo di solitudine e isolamento,
realmente crogiuolo di anima e vita.
Nulla più di questo,
nulla più esiste,
nè la profondità del mare,
nè il calore della terra o l'infinitezza del cielo.
Solo le tue mani che fintamente gentili sfiorano la mia schiena;
indosso un cappotto variopinto
ma ora conosco il segreto delle tue mani .
E'giunto il tramonto,
questi due tristi esseri si disgiungono,
permangono riflesssi di gote purpuree,
toccamenti amabilmente mentitori,
il sorriso radioso di un fanciullo;
immagini dipinte nel cuore accarezzate da un vento sottile,
muto testimone di qualche istante rubato alla fragilità di questa nostra essenza.
Scrittura a quattromani... con Simone
Entrava nell’acqua la tua Heidricke,
e la divinazione di lei
Entrava nell’acqua la tua Heidricke,
e la divinazione di lei
e di quel momento
tu, li rendevi
nel tempo ..indelebili!
Si alzava la veste
mentre tremava il bel pensiero,
e con ritratto
d’oro olandese,
ne evidenziavi l‘oscurità
e la sua luce.
Sguardo irriverente
il tuo,
come divertito
dalla natura umana.
L 'occhio perso,
in raffinate
e dannate espressioni di dolore:
il buio e linferno,
il paradiso e la luce.
E l'energico pennello
ad intensificarne il pathos,
a dar brivido visivo,
a far tremar la pelle!.
Prima l'oro
e poi il veleno,
in quei calici versati,
di adulazione e odio...
...a tirar fuori
...a tirar fuori
le pozze dell'animo
dal quel misterioso
e sconosciuto inconscio.
Ne prendevi l’essenza!
Svelavi la bellezza
Svelavi la bellezza
finanche della miseria
e la percezione…
e la percezione…
… diventava espressione!
Rabbia, solitudine, paura;
Rabbia, solitudine, paura;
amore, divisione, commozione...
... Ossessione!
Autoritratto!
Autoritratto!
A scandirne la parabola della
tua stessa drammatica esistenza,
Tu,
il più grande, di un secolo…
…d’Oro Olandese!
Scritta a quattromani ,con la straordinaria collaborazione di SIMONE, che ringrazio immensamente!

Scritta a quattromani ,con la straordinaria collaborazione di SIMONE, che ringrazio immensamente!

Ho in testa una matassa di violini stridenti
colpiti da una sfilza di tromboni d'ottone
e ogni due righe mi devo fermare
quasi avessi davanti a me indicazioni in polacco,
tante "s" e tante "z" aspre come sassolini
sui quali tornare indietro, tornare a un grigio filo spinato,
ai pigiama beige che non si usano più
di vecchi gentiluomini.

ai pigiama beige che non si usano più
di vecchi gentiluomini.
Nulla di più bello,
splendido e desiderato
mi torna al cervello
se non tu: giovinezza.
Non avrei immaginato,
che tanta poca bellezza
m’avrebbe separato
da quegli anni in fiore.
Mi fa in pezzi la tristezza
a volte, ma nuove aurore
da lontana altezza
mi fan capolino,
ne avverto la carezza
e man mano m’avvicino.
splendido e desiderato
mi torna al cervello
se non tu: giovinezza.
Non avrei immaginato,
che tanta poca bellezza
m’avrebbe separato
da quegli anni in fiore.
Mi fa in pezzi la tristezza
a volte, ma nuove aurore
da lontana altezza
mi fan capolino,
ne avverto la carezza
e man mano m’avvicino.
Ma mò che pienze ca me mett’a fa
nun so nu sceme e me la so cavà.
Nun me taglio ‘e vene certamente,
pecchè tu m’hai lasciate ‘o malamente.
A te, Nennella. avevo dedicato
l’ammore mio più sofisticato,
e invece io nun sapevo che
‘o tuie, lo avevi dato almeno ad altri tre !
E pecchè mai, nun te bastavo io ?
Potevo diventare il tuo Dio !
I’ t’adurave comm’a ‘nu babà,
ora te veche comm’o baccalà.
“Amò, ma che me sento dì
t’adoro, nun te potrei tradì,
dei tre nun me ne faccio proprio gnente
c’ho te che sei più che sufficiente.
Che poi, puro tu co a sora Lella,
c’avete fatto ‘na bella pastella !
io nun ho detto gnente perché c’o so
che ami me e l’amore che ti do.
Vedi, semo fatti della stessa pasta
condividemo tutto, il che nun guasta.
nun so nu sceme e me la so cavà.
Nun me taglio ‘e vene certamente,
pecchè tu m’hai lasciate ‘o malamente.
A te, Nennella. avevo dedicato
l’ammore mio più sofisticato,
e invece io nun sapevo che
‘o tuie, lo avevi dato almeno ad altri tre !
E pecchè mai, nun te bastavo io ?
Potevo diventare il tuo Dio !
I’ t’adurave comm’a ‘nu babà,
ora te veche comm’o baccalà.
“Amò, ma che me sento dì
t’adoro, nun te potrei tradì,
dei tre nun me ne faccio proprio gnente
c’ho te che sei più che sufficiente.
Che poi, puro tu co a sora Lella,
c’avete fatto ‘na bella pastella !
io nun ho detto gnente perché c’o so
che ami me e l’amore che ti do.
Vedi, semo fatti della stessa pasta
condividemo tutto, il che nun guasta.
Ci sono istanti eterni che il tempo sfama!
Pareva dovesse esiliare il verso
quando lieve l’ombra serbò al fuso
una rosa apparsa d’improvviso eco
ritrosa al muro elsa altera devota
fiamma rosso oro di primavera
mentre spiritelli di sole le coloravano il suolo
e una cicala ancora assonnata si tuffava sul rogo
nella brama di ritrovarsi incanto isola di rovo.
Nudo l’amore si ritrasse all’anima
nell’inseguire preghiere di sortilegio pacato
e distaccato il sospeso alla muta speranza
canticchiava antichi voti d’un dolce stornello
tempo d’invito ai sensi e accenti
mistero a giostra d’aerei spilli a flusso lento.
La solitudine amava il silenzio a specchio
trapassando l’anima dall’immagine al riflesso
nello sgomento deformato di pensiero dimesso
libero a piccoli orditi di follia sul dorso.
Giocava con la paura il timore dell’altezza
non smise la vita d’inseguire la morte
ironia della sorte le due eterne si cercarono sempre
per farsi beffe l’una dell’altra ed essere alla terra passo fatale.
Sul fondo si intravide una scritta, una stele
delicata verità sul confine sottile
intimo invito di sacralità ancestrale:
Tu, Uomo sei solo, non fartene un cruccio
così acciecato da tanto accanimento
ancora cerchi nella memoria del tempo
verità di cui necessiti quanto l’assoluto l’hai già
la coscienza della tua identità d’anima ad intima pietas.
La vita è una, una soltanto, che sia lampo!
Vano il credo ereditato che in vita si scava,
tale l’implacabile monito di questo canto!
Pareva dovesse esiliare il verso
quando lieve l’ombra serbò al fuso
una rosa apparsa d’improvviso eco
ritrosa al muro elsa altera devota
fiamma rosso oro di primavera
mentre spiritelli di sole le coloravano il suolo
e una cicala ancora assonnata si tuffava sul rogo
nella brama di ritrovarsi incanto isola di rovo.
Nudo l’amore si ritrasse all’anima
nell’inseguire preghiere di sortilegio pacato
e distaccato il sospeso alla muta speranza
canticchiava antichi voti d’un dolce stornello
tempo d’invito ai sensi e accenti
mistero a giostra d’aerei spilli a flusso lento.
La solitudine amava il silenzio a specchio
trapassando l’anima dall’immagine al riflesso
nello sgomento deformato di pensiero dimesso
libero a piccoli orditi di follia sul dorso.
Giocava con la paura il timore dell’altezza
non smise la vita d’inseguire la morte
ironia della sorte le due eterne si cercarono sempre
per farsi beffe l’una dell’altra ed essere alla terra passo fatale.
Sul fondo si intravide una scritta, una stele
delicata verità sul confine sottile
intimo invito di sacralità ancestrale:
Tu, Uomo sei solo, non fartene un cruccio
così acciecato da tanto accanimento
ancora cerchi nella memoria del tempo
verità di cui necessiti quanto l’assoluto l’hai già
la coscienza della tua identità d’anima ad intima pietas.
La vita è una, una soltanto, che sia lampo!
Vano il credo ereditato che in vita si scava,
tale l’implacabile monito di questo canto!
Il cuore chiuso
dalle ombre
non respira.
Mentre la tempesta
imperversa
nella notte.
Attendo la quiete
che mi porterà
il tuo amore.
Sarà l’ancora
di salvezza
nella tempesta.
Un miracolo
che mi porta in dono
il tuo amore.
Un miracolo d’amore
quando la tempesta
sarà finita.
dalle ombre
non respira.
Mentre la tempesta
imperversa
nella notte.
Attendo la quiete
che mi porterà
il tuo amore.
Sarà l’ancora
di salvezza
nella tempesta.
Un miracolo
che mi porta in dono
il tuo amore.
Un miracolo d’amore
quando la tempesta
sarà finita.












