lo squarcio che la proditoria mano
al petto inferse;
non sangue ma lacrime, disperse
sul mio consunto corpo
e su lenzuola insonni.
Svelati son gli inganni
che, maligna, all’umana stirpe celasti
onde ogn’ora serba,
se pur incerta, quella speranza,
onde al dì felice ancora guarda,
onde, ignara ch’ogni far sia vano,
assidua ad opre varie attende;
o lungi dal vero è questo mio pensare,
vano non per te,
forse a te giova questo nostro fare.
O forse a noi non è dato saper
cosa ci spinge, e dove, forse più grato,
questa via seguendo,
a noi sarà nei sepolcri il fato;
altro non so, se non che questo dolor,
che dentro mi strugge,
compagno mio di culla, là si diparte;
ma se pure lì non fugge,
se me seguirà in ogni parte,
allor non so.
O forse tu non promettesti nulla,
e di quella vana speranza
l’uomo solo si vanta,
l’uomo solo d’illusioni s’empie,
e di vaghi pensieri.
Eguali ci facesti,
perché eguali nascemmo, e gioiamo
e soffriamo, e trapassiamo,
eppur non vedo animale alcuno
adoprarsi invano.
Eppur anche l’uomo è figlio tuo,
e se mai, non come d’altre madri,
il tuo far è male,
perché allor lo facesti tale?
Dove ci porta questo prodigarci oltre,
questa spinta fatale?
Se dunque tu tacesti,
rea no, anzi benigna,
perché il viver sotto il sole ci donasti,
sotto le stelle,
dove un poco questo dolor si lenisce;
se il labbro tuo non fu mendace,
fummo noi, sviando dai tuoi sentieri,
cagion di nostra sorte?
Questo vivere a noi stessi mentendo,
questo vivere noi stessi illudendo,
quest’aspettare, senza sussulti, la morte?
Oh Natura, Natura,
quel che sarà io non discerno,
ma forse niente resterà di noi
quand’anche ogni memoria
svanirà nel nulla eterno.
A ricordo del giorno della sua nascita: 18-02-1888

Quel di che nascesti,
forse l’ingrato destino,
già scritto aveva,
la tua prematura fine.
Decantar la tua fisica bellezza,
oggi forse non è cosa tanto essenziale,
quanto bensì proferir dei sentimenti tuoi,
chiusi in fondo all’animo, giovane e gentile,
dell’acuta mente e capacità
di tesser relazioni in sì
ambienti d’alta cultura.
L’amor per la scrittura, la storia,
e l’eccelsa poesia,
delineano te, quale giovane, capace, sobrio,
valoroso e studioso di grande acume.
Amavi le tue radici, la tua Calabria,
e ne volevi sollevar la sorte sua,
sognando per essa, un avvenir
più roseo e dignitoso.
Ma quell’animo altruista,
quando la storia lo decise,
orgoglio profondo esplose in petto,
e in un acuto canto si levò
quel tuo fervente motto:
“Non più calabresi oggi,
ma italiani per l’Italia”,
divenendo reale la volontà,
d’onorar l’amata Patria,
e scelta volontaria fu,
contribuir ad unificar l’Italia.
Giammai tornasti in quella Terra,
ad attuar l’ambito tuo progetto,
quale, intrecciar tra ordito e trama,
la tela dei tuoi sogni,
e dipingere su essa,
col pennello del tuo cuore,
usando delle tue virtù i colori,
il futuro della Calabria, “Terra Nostra”.
Della tua breve vita,
poche foto in bianco e nero,
volto aperto al sorriso,
ma malinconico il tuo sguardo,
sebbene, resta alto il nome tuo
inciso su stele, come altri eroi,
e gli scritti tutti custoditi stanno,
pari a prezioso oro e argento
in robusto forziere chiusi.
ogni giorno ogni ora da me un po'
ti allontani
Il tempo scorre così lento …
eppure è già domani
Era solo ieri
quando conobbi i tuoi occhi,
quando le tue mani
donavano brividi al mio corpo
Scandiva l'orologio
lo scorrere del tempo
lentamente
granello dopo granello
nella clessidra dorata
Il tempo scivola lento
ma troppo presto
fu già domani
Quante occasioni perse
quante parole sfumate nel vento
in fondo era solo ieri,
la vita intera ci attendeva
Trent'anni, un'eternità
davanti a noi ancora,
i capelli mossi dal vento
dall'azzurro del mare bagnati,
la pelle non ancora da rughe solcata
al sole si bruniva
Era solo ieri
presto sarebbe arrivato domani
Il tempo gocciolava lento
dal rubinetto arrugginito
di una vecchia fontana
ed era sol ieri
Sempre di più da me ti allontani
troppo in fretta darà dopodomani ….
Mi perdo
Nei meandri della mente
Tra briciole ingiallite
E fantasmi senza volto
Che vagano alla deriva.
Un torrente silenzioso
Di schegge impazzite
Mi attraversa l’anima
E riesce ancora
A farmi tanto male.
Vorrei spezzare
Quella catena logora
Che ormai da tempo,
Mi tiene prigioniera
In una morsa stretta.
Solo nei sogni
Metto ali vellutate
Come petali di rose
E come una farfalla
Mi scrollo dalle spalle
Il peso che mi spossa.
Riesco così a volare
Sospinta da una brezza,
Che dolcemente mi culla
E ritrovo quella pace
Che profuma di perdono.
Cinguettano gli uccelli
Felici di stare al mondo
E mi vezzeggiano
Come una bambina.
Guardando l’orizzonte,
Finalmente intravvedo
Bagliori di speranza.
restano con me
mentre tu saluti chiudi piano
e non sorridi
lasci qui soltanto
le ore che non vivrò mai più
torni li da lui nel traffico in città
torni in quell'ufficio dove la gente
tutto sa
Come i poeti greci
scrissi di te
pagine d'epiche gesta
carezza e amori
tra calici di vino e lenzuola
niente è più lo stesso
nemmeno la mia vita
l'amore io non so dov'è
non l'ho mai cercata
mai lo farò
sono un cittadino di ogni letto
e domani un'altra donna
sarà con me...
sul rosso del tramonto,
come eroiche lance
piantate a ricordo
di antiche battaglie.
Passo e mi accorgo
che oggi son pennelli,
da un artista sguainati
per adornare il cielo
di bianche nubi.
Passo e ricordo
che quando ero bambina
sempre li trovavo
a farmi compagnia
sulla via dell'immenso mare.
Passo e li porto con me
questi verdi guardiani;
linee di unione
tra il cielo e la terra
del mio amato Paese.
Mi fermai,
ove sèguito il sentier non aveva,
ai piedi d’un monte.
Sulla cima, a me di fronte
lontana si vedeva una dimora.
Il passo è chiuso, tarda è l’ora,
come giunger su l’altura?
Un’insegna, più in là, recava tal scrittura:
“Ivi ogni pensiero ogn’ora giace,
vago qui è il tempo, e il dolore tace
o più non s’addentra; piano, piano
nei cuor sottentra un sogno,
al quale più felici si soggiace”.
E più sotto:
“In tale scritto è ascoso il nome
di chi là in alto siede, pronuncialo
ed un varco s’aprirà dritto”.
L’enigma pareva non poco duro,
ma nessuna cosa si vieta
a chi d’amor si veste,
a chi ha l’animo puro.
Lessi: “Ivona”, e gridai:
“è lei che io cerco”.
S’aprì un varco
e felice verso l’alto m’inoltrai.
La cinsi a me con ardore,
e il suo profilo seguiva
e l’odore; sulle sue
stava per posar le labbra mie,
ma a quel segno svanì.
Mi scossi;
pareva vero mi dissi,
tale ad un magnifico sogno.
Tremante mi girai;
stavo sdraiato sul letto
sudato ed ansimante.
Non vedo oltre
Dai vetri
Ma sei solo bruma!
Avvolgente fluttuante e argentata.
Non sento che un umido lamento
di rugiada
sposto la tenda e penso:
arriverà prima o poi

quando i ciuffi di fresie profumate
più non saranno a carezzarci insieme,
tu, dalla lastra opaca,
triste mirerai pensando l’inverno piovoso.
Passate saranno le stupende giornate di luglio
e svaniti i sogni luminosi dell’estate tua:
tu non sarai con me;
per te il ciclo della gioia è compiuto,
io ne strappai l’attimo serbato.
scusami.
(1964)











