sono una spina
conficcata negli occhi
in un giorno d'Aprile
Sono vento e deserto
sono l’intenzione
il tragitto sbagliato
la ragione che pugnala il cuore
Sono il vuoto dentro il vuoto
il fallimento
il passo breve e il volo contorto
Sono l’escremento
l’esempio sbagliato
l’esperimento
Sono la fine del tempo
l’orologio fermo
il nulla
il quinto elemento
Sono l’ inquietudine
e non ci sarà più Oasi
per dissetare
questa mia solitudine
ciò che le stagioni toccano
alberi ancora in evoluzione
sensazioni calde
che si affacciano
dentro il corpo
e cercano un po' di primavera
lieve cenno di azzurro
che aspetta di diventare deciso
rinnova distese infinite
di cielo
silenzi che piano piano
diventano dolci rumori
e seguono tracce del solstizio
che verrà
quasi unico
rimanere sdraiati
e farsi riscaldare dal mattino
che veste di nuovo il mondo
tutto si muove
e gira inseguendo la natura
ed i suoi spostamenti
seguendo perfettamente
le sue regole
a riconoscere
l'onestà nelle persone.
Se tutto intorno
come un mare
è scuro e denso
che non so nuotare solo
io rimango,
sto al riparo
perchè il buio
fa paura
e vigliacco
ascolto il vento
dalle imposte
dentro casa.
In balia sento le foglie
che vorrebbero restare
ma io dietro la tendina
sto al sicuro,
sto in cucina.
Greve, di un carro, di terra,
dal braccio alla mano,
quel mattino enigmatico
al suo primo grido io respiro,
di una pellicola sporca
questa neve, di astri albicanti e nuovissimi.
Ho lancette che feriscono la carne ad ogni scatto, e gocce di ricordi, scese dalle ferite, che seccano stanche e silenziose poggiate sul velluto dell'anima.
Ho uno sguardo non corrisposto e una parola non detta.
Una lettera scritta di mio pugno, che non sarà mai letta da nessuno,e poi ho un bicchiere, che beve la mia voglia di star sveglio e uno sbuffo di fumo perlaceo che m'inasprisce la voce.
Ho una nota.Una sola.In bemolle.
E poi ho un cassetto.
Piccolo, nascosto, quasi sempre chiuso,
ricolmo dei frammenti di quelle storie che mi compongono.
Pieno di navi e di carovane, di fogli stropicciati e matite senza punta, di pennelli, di cenere, di visi abbozzati, di mozziconi e ritagli di giornale, di sequenze su pentagrammi interrotte a metà, aghi di pino e calcinacci, di foto,tappi di birra e lettere.
Tante lettere. Più di quante tu credi se ne possano scrivere.
E se le navi non troveranno il vento giusto,
i miei pensieri finiranno per morirmi dentro.
Cosiccome se nessuno guiderà le carovane, le emozioni che portano marciranno nel petto.
Perché pur avendolo avvolto nel velluto, pur avendolo soffocato nel cotone, pur avendolo imprigionato dentro una scatoletta in legno senza chiave, e averlo tenuto sepolto con cura sotto i fogli, sotto le navi, sotto le carovane sotto i mozziconi e le matite senza punta....sento ancora il ticchettio di quel maledetto orologio.
Che instancabile conta
il passar del mio tempo.

Gli uccellini
Ma cosa si diranno gli uccellini
Quando cinguettano per ore
Forse non cantano semplicemente
Di certo disquisiscono su tante cose.
Saltellano festosi sopra i rami
E sbattono con arte le ali
Senza alcun peso sulle spalle
Schiamazzano contenti della vita.
Di certo faticano per vivere
Affrontando freddo e fame
Ma si accontentano di poco
E coraggiosi continuano a volare.
Ogni giorno attraversano il cielo
E imparano l’umore dell’aria,
Si avvisano se si avvicina la bufera
E cercano un riparo più sicuro.
Io in silenzio li guardo ammaliata
E di quella pace sono un po’ gelosa,
Non esiste niente di più prezioso
Ma l’uomo l’ha dimenticata.
Libera traduzione di questa mia poesia in lingua sarda.
Sos puzones
Ma ite s'ant a narrer sos puzones
cando 'istant a oras ciulende,
paret chi non siant solu cantende
de seguru tratan milli chistiones.
Brinchitant subra s'alvure fozida
e cun arte s’istrutinan sas alas,
chena peruna pena subra palas
isbirridan cuntentos de sa vida.
An a leare trempa pro campare
ca faghen front’a famin’e a fritu,
s’accuntentan de su pagu paghitu,
e sighin coragiosos a bolare.
Atraessende su chelu fitianos,
imparan sos umores de s’ aera,
si dan boghe s’est a culzu sa bufera
e recuin a logos pius solianos.
A sa muda los miro a s’incantada
e de cussa paghe nde so ‘elosa,
de zertu no esistit mezus cosa,
ma s’omine si l’at ismentigada.
Madrigale .
Oh vita, finestra dell’anima mia ,
t’affacci al mio sole …
col viso d’un bambino
batti i piedi sulla neve …
dai respiro a fragili pensieri ;
frantumi pareti alle mie illusioni .
Sono belle le tue parole !
Me lo dicesti guardando il mio giardino :
lo colori ,lo dipingi , gli dai aria ,
gli dai linfa nuova
col dono dell’amore .
Oh Dio quanto sei bella !
Dall’emozione mi scende una lacrima …
dallo specchio vedo
l‘impossibile rigoglio ;
spilla silenzio , s’arresta , a tanta meraviglia .
Ma io schiaccio pietre !
Schiaccio sogni invisibili , irraggiungibili ,
strascico chimere ove non potrei arrivare ;
salgo scale e disegno oblii .
Smarrito , ai quattro venti
dietro a visioni mi riparo ;
alla tenerezza tua mi abbandono .
Un palpito mi trattiene ,
vuole emergere la fiaba ,del Santo Valentino …
vuole in me la tua storia ;
darti , l’eternità del cielo .
Per noi
che siamo
due povere
foglie basali,
la delicatezza
che si sbroglia
dai bei corimbi
bianco-avorio
del sambuco,
ci ricorda
che
quando,
a tarda notte,
la brezza smuove
le sue corolle
stellate,
è
su di noi
che cadono
i tanti pezzi
di vita
che
non
hanno
saputo
reggere
all’indomita
forza del vento.
E così anche noi,
per qualche ora,
sembriamo belli,
e più fortunati;
ma poi
il sole sorge,
il vento si quieta,
e noi non si può
altro se non
ritornare
immobili
come
le
grasse
e inutili
foglie
che siamo:
quel qualcosa
di indispensabile
che nessuno mai
si sofferma più
a guardare.
la maestria della carezza al fianco
il sasso lanciato nel lago del pensiero
quando la notte si rifugia clemente nel silenzio
e si scopre diamante in fondo al cuore
per osservare i guizzi dell’amore irrorato.












