La mia più grande paura è sentire.
Sentire le tue urla.
Sentire la mia impotenza.
Sentire la polvere nei miei polmoni.
Sentire di averti perduta.
Saranno loro a dirti quando aprire le danze.
Saranno loro a dirti quando urlare, quando scappare, quando supplicare e quando morire.
Ci guardammo negli occhi, il bambino ed io,
e lui mi umiliò trovando la forza di chiedermi
se solo chi piange provi dolore.
se solo chi preghi si senta smarrito.
se solo chi uccide abbia le mani sporche di sangue.
Ti chiamavo, con il mio solito filo di voce,
e tu eri troppo distratta, eri assorta, persa,
aggrovigliata nel mare al vociare del mare.
Ti ho aspettata, fino alla fine della sigaretta,
in uno dei tanti caleidoscopici possibili mondi,
in questa non materiale illusione olografica;
nella distruzione che da la vita, nel girotondo,
nella frutta, nelle pietre, nei fiori, tra gli alberi,
su nel cielo, celata sotto forme mandaliche.
Ma la tua figura appare solo spontaneamente,
come solco intorno al centro, come un recinto:
un cerchio protettivo che allontana la paura,
qualcosa che non esiste, qualcosa di unico.
Dentro di te si nascondono triangoli, cerchi,
punti e quadrati, lo stesso mantra dell’ OM;
e se ti guardo forse vedo il Brahman eterno:
la meta suprema, la geometria delle forme,
la musica solidificata di Pitagora, la vera unità.
E tutto alla fine trascende in suono silenzioso,
come i quattro vissuti e lo stato di coscienza,
la veglia, il sogno, il sonno senza sogni, il turīya.
Siamo materialmente privi di realtà, increati,
e immaterialmente reali, così da essere eterni:
di questo tutto l'universo è intessuto, di idee.
E attraverso le tue linee, la natura del cosmo,
semi verbali come monosillabi senza senso:
e poi la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria, l’etere,
poi le caviglie, le ginocchia, il retto, il cuore,
le sopracciglia, i poteri occulti riposti nel capo.
Ma è il cuore l’origine e il seme dell’universo,
l'energia cosmica che anima la manifestazione,
l’immanenza di Dio in un mondo di illusioni.
Così dice chi ha da tempo afferrato il concetto,
l’illimitata, infinita vibrazione di tutto il creato:
meditate, e su questo concentrate lo spirito,
oltre il tempo, oltre ciò che è stato, è e sarà.
Ed io sono qui che ti aspetto sempre, e ancora,
come oggetto di studio metafisico e religioso,
come la volontà, la memoria, come l’intelletto:
perché sei il verbo nella sua accezione più ampia,
la parola cosmica che interagisce col mondo.
Ed io sono l’illusoria sensazione che ti circonda,
tutto ciò che il mondo immagina e interpreta:
così, mentre ti contemplo, induci i miei pensieri,
le parole, le immagini, le azioni, e per un attimo
vedo ciò che Dio vede, e sento ciò che Dio sente.
Lenta s’alza la fiamma
a divampar calore.
Delicato lenzuolo di lino
ricama il suo seno prosperoso.
Lei pare dipinta
quando passa tra le labbra le dita
dando sapore
a quel gustoso caldo
uscir d'amore...
Il respiro affannoso
l'umidità dei baci
rivestono il suo corpo
di magnifica musa.
Fu l'immensità
del tuo desiderio indomito
a riattivar dopo il tramonto
la luce spenta
di una stella addormentata
tra le nubi.
.
Fu la realtà
che raccolse dall'oblio
i rami ancora vivi
dei tuoi sogni ormai estinti.
Essi invocarono il sole.
E... giunsi io.
preservano da precipizi indolenti
e mascherano, incautamente,
una lama cupa e inaridita.
Un aspetto feudale e parassitario
si riverbera nel cielo estivo,
su coccetti punici e sanniti
sparsi sopra i poggi.
Cirri complicati e veloci
nella luce vaga e caliginosa.
Mandrie di mucche
e ridde di greggi,
in transumanza,
tra prati verdeggianti
e giovani ulivi
rivestiti di nuovi fiori.
quante orme ha preso il mare
quante parole inghiottite dalla paura
quante volte ho creduto di amare
quante volte forse solo una...è sicura
quante strade hanno visto i viaggiatori
quante frasi dentro a false dichiarazioni
quanti cerchi in un abbraccio di due soli
quante immagini negli occhi...emozioni
quante miglia ancora per scorgere, le tue mani
quanti approdi e quanti solitari...vari...
quante fette di pane appena tostato
quanti modi per dire che anch'io ci sono stato
quante soglie, ancora, da varcare
quanti sogni tra le mani, da costruire
quante sere, spesso vuote, in cui morire
quante facce buffe per non farti capire...
quanto io... davvero quanto
ho stretto i pugni, ho odiato il mondo
ho scritto, ho riso e semplicemente pianto
quanto ho creduto vero e quanto ho detto io...
... rimando...
dal gioco dei colori
disorientata voluttà
Ma la girandola rapisce
l'arcobaleno stupisce
il sole ferisce
ed io ogni giorno perdo di sensibilità.
Per questo
vado in cerca di nuove sfumature
nell'erba selvaggia
che cresce con rabbia
sulla recinzione della mia libertà.
Ho cercato di tenermi integro
ho lottato tra le rughe del silenzio
di notte e in fondo al mare
senza spingermi oltre
le barriere dell'orrore.
Fin quando il male divenne miele
e m'inchinai compiacente
al socchiudersi degli occhi
come un cane bavoso
che non conosce padrone
e ringhia alla luna
per orgoglio o per paura
sottile linea
tra infinito e realtà.
Ammutoliti dal tempo perentorio
Lame affilate che squarciano un vento gelido
Vecchie spoglie distratte s’affacciano deluse, incredule
Estrema unzione in un caldo torrido
Una fiammata su una fiamma convalescente di stile
Presagi, disagi, corpi randagi
Distanza che si misura in decisioni sbagliate
Mare che comprime cielo e terre usurate
In bilico tra l’aspirazione di morire
E l’angoscia e l’orrore di morire
Estrema unzione
Ultima destinazione d’amore.
un fiume in piena,
raffiche di vento....
fanno paura.
Una vortice spazza via tutto,
un nubifragio
si è abbattuto sulla città,
tuoni esplodono nell’aria.
Fulmini illuminano
il cielo a giorno,
finirà...?
basta aspettare.
Attendo che si plachi
la tempesta, quanto tempo
durerà.... un’ora....
oppure tutta la notte !!.
Il cuore batte forte,
tanta paura,
tuoni e fulmini
in questa notte infinita.
Arriverà il giorno,
avrà fine questo
nubifragio,
tutto tornerà alla normalità.
lì, in quel parcheggio semi deserto vicino al mare
ogni lunedì e venerdi, come un orologio svizzero,
saran le 10. 00 del mattino: Lui con il SUV color di zenzero,
Lei con con la Ka, quel rosso marroncino.
Parcheggiano lesti, pian piano, vicini,
prima arriva Lui e, poco dopo, Lei, con il suo contrassegno dietro d'un bimbo piccino.
Poi Lui lesto esce dal SUV: sarà sui quaranta. E subito sguardi carini,
d'un tacito assenso,
si scambiano incerti nel lor movimento.
Entrambi in macchina (Ka), poi, col di Lei consenso
Lui lo tira fuori, stando ben attento,
e golosi morsi, celati da lontano,
tiran ai cornetti caldi che lui (nel sacchetto) ha comprato, nel negozietto lì vicino al mare.
nota:
...scusate la licenza.

Ricettivi pori dilatano











