è necessario che ridendo noi ci si perda
negli spazi d’ombra dell’amore febbrile e tremante.

sono insubordinati,
si affollano,
si danno gomitate,
si spingono
perché vogliono essere ascoltati tutti insieme.
Ma io due orecchie sole ho!
Sono oppressivi,
e per niente gentili …
non so come trovano ancora posto
e come facciano ad aumentare
senza far scoppiare
la mia povera testa!
La mia povera testa …
Potrei affogarli nell’alcool come molti fanno.
Ma al mio risveglio sarebbero ancora lì
e mi sembrerebbero ancora di più.
Potrei dormire per giorni
e notti intere
nel tentativo di cullarli,
di assopirli,
tuttavia mi dovrò prima o poi svegliare,
e vedrò che si saranno accampati
escogitando una strategia di guerra
e si saranno coalizzati
per annientarmi,
per farmi cadere in una voragine
in un abisso nero
dal fondo ancor più nero
ove alla fine d’esso c’è la pazzia
che sogghignando mi dice:
"Vieni, vieni da me, è da tanto che ti sto aspettando...."
Ma io non devo permettere tutto questo.
No.
Devo tirarmi fuori da questa situazione,
se pur utilizzando
le unghie
i denti
io mi arrampicherò
e riemergerò
come una guerriera
dall’armatura sporca di cenere,
ammaccata,
con pezzi mancanti
e un po’ claudicante,
ma io,
ritornerò …
E pensare che tutto iniziò da un sol pensiero
da una fissazione
che come un sol batterio
si è centuplicato dando luogo ad un’epidemia
che ha infestato tutto l’intelletto mio.
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N.B.: Non vi preoccupate non sono impazzita. Questa è soltanto una poesia e niente più!
Più vado avanti e più è difficile trovare un'ispirazione per scrivere.
E l'unica cosa su cui non ho mai scritto è la pazzia e quindi ho deciso di descrivere cosa sia la follia, la pazzia.
Ma poi nel finale c'è un messaggio positivo...
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La donna con la pipa e il braccio rotto
da quando è caduta da cavallo
durante una perlustrazione del bosco
con l’amante cinquantino, un tipo losco
e focoso, ora gira con un nuovo casco
in testa, comprato dal parrucchiere basco.
La sera indossa vesti di raso in giallo
ora è sola, perché l’amante è morto.
Finisce sempre che ci si fa male
quando è il cuore ad agitarsi, ad andare
di fretta, a Caltanissetta non è diverso.
C’è un convento in salita e preghiere
da recitare, tra squarci di sole e ringhiere
ai bordi del fossato. E’ stato un successo
incontrarti, ma se è un prendere o lasciare
mi rimetto al fato o vado ad Acireale.
C’è la fata Turchina a guidare Pinocchio
il secchio è vuoto, ma se c’è una magia
per tutto, può farlo diventare un palazzo
incantato o il luogo della prossima vita.
Lo so che questa non è ancora finita
c’è un vortice alla finestra, un pazzo
urla per strada, ha incontrato la sua follia
non sa come si chiama, forse è uno specchio.
Colori diversi
Il vento
Delicatamente
Il sole fa capolino
Paura di
Forse anche
Quest'alba
La certezza
fra questa vernice di prato cemento,
fabbriche di luce corvino
librano amorfi origami di nebbia
come stalattiti di pioggia petrolio
fra briciole annoiate d’azzurro.
La notte è un fazzoletto di cartone,
abbaia alle foglie congiunte d’inverno,
screpola marciapiedi di cuore arrugginiti
arruffa le piccole strade d’arazzi lacrimali.
il cielo muta i colli
è porpora che penetra
quella vivissima luce
Quel fiotto caldo
Sorseggio le case
cammino,
masticando pensieri
dolci e amari,
le mani strette a pugno
dentro l'anima
trattengono il respiro
di stelle troppo lontane
per vederne la luce
così vicine
da sentirle sulla pelle.
Un uomo fragile
ama guardando il cielo
e nel fondo di un bicchiere vuoto
trova la forza di dimenticare.
Non sono io quell'uomo,
guardo il cielo e amo,
amo l'emozione, la rabbia
di un amore così grande
che semina giorni come notti
e raccoglie il tempo
che bacia la mia solitudine.
Raccolgo gli ultimi raggi del sole
che non s'arrende
come fuoco invade la mia mente
come i caldi raggi dell'estate
quasi volessero generare
succosi grappoli di piacere.
Il mio pensiero migra
alle emozioni,
agli istanti più belli scolpiti nel cuore
quando c'eri tu
che con lance aguzze
irradiavi
il tuo splendore...
C’è una scala che conduce su una nuvola rossa
è nascosta da una imponente quercia secolare
lo sanno solo in tre dove poterla trovare
una bimba con una bambola di ceramica
un carpentiere con l’hobby della chimica
e un ladro di cianfrusaglie e di lampare.
Chi ha provato l’ebbrezza dell’amare
ora ha perso un orecchino e dice messa.
L’ultimo che è salito su una nuvola verde
ha avuto lassù un attacco di panico
e un principio di congelamento.
Perché nessuno vuole più provare
quella sensazione unica di volteggiare
nel cielo di maggio sospinto dal vento?
C’è ancora speranza ma un comico sadico
e strabico ha deciso di spezzare le corde.
È stata di passaggio una nuvola viola
di ritorno forse da una gita in Australia
con una scuola di pittori col colbacco.
Un marinaio con i baffi l’ha ripresa di fianco
per venderla al mercato delle pulci sottobanco.
L’ha ceduta a una ballerina di tango col tacco
e a un marito fedifrago in partenza per l’Italia
con una valigia di cartone e una pistola.
L’ultima nuvola avvistata era trasparente
c’era sempre stata ma nessuno se n’era
accorto. Tra l’indifferenza generale
aveva scrutato in ogni angolo della terra.
Aveva avuto pietà dei morti in guerra
e di chi era in fin di vita in ospedale.
Il pianeta era allo stremo, poi in una sera
d’inverno si fermò il cuore del serpente.

Ho cercato il sole.
Ho trovato un nuvolo…
beffarda derisione,
mordace indifferenza!
Ho cercato il calore.
Ho trovato l’asciutto…
diniego reciso,
pungente intolleranza!
Ho cercato un amico.
Ho trovato un fasullo…
sprezzante recita,
istinto inadempiente!
Ho cercato… un niente…
ho cercato… illusione,
ho cercato… il vivere,
Son tornato… morente!
per averti leccato
gocce di veleno
dagli occhi bagnati
e sol quando dai seni
ti avrò a lungo succhiato
il caldo siero della vita
sol allora smetterò
di gridare la mia gioia,
ma via non fuggirò
e ancor più assetato
ti stringerò le cosce
per berti senza respiro
la dolce linfa del grembo,
le vene dei polsi poi
coi denti ti strapperò
così che nella coppa
delle tue mani congiunte
le labbra potrò affondare
a calmare per sempre
l'arsura del cuore
e all'ombra di una smorfia
infine addormentarmi ,
sporco ed ebbro
della tua rossa anima .
In un angolo
prima dello sguardo
la notte dissemina piume
e oscillazioni
Il tempo rallenta, ma
non posso fissare
l’aria randagia dell’elicriso
E le barbe degli angeli
lunghe dei millenni
che colore hanno, quando
toccano terra?
Quale dolore torna
e infiora nuovo?
(Tutto è ripetizione, ripercorso, ritorno. Infatti anche la prima è una "seconda volta".
Cesare Pavese)











