Basta una canzone
per tirare fuori dal mio cuore
ricordi;
dolci,
piacevoli,
ma anche brutti.
Basta un urlo che mi faccia
sussultare,
e rievoca alla mia mente
i loro litigi.
Basta una foto,
uno scatto
per desiderare
di cambiare qualcosa nella sua vita.
Basta vedere una persona
che dondola
perché ebbra di vino
per sentirmi spaurita
perché ricordo lui
come si ubriacava
per colmare il suo mal di vivere.
Basta un niente
che i ricordi
viaggino dal cuore
alla mente
e ti feriscano
mortalmente!
Basta un niente
per scrollarsi di dosso
il bagaglio che ognuno
sulle spalle porta.
Basta un niente
per inabissare
ciò che fa male e
annaspa dentro di noi
sotto forma di….
ricordi.
N.B.: In questa poesia parlo di ricordi brutti che a volte riaffiorano nella mia mente:
ricordi di mio padre che era un alcolizzato e le frequenti liti tra lui e mia madre.
Tutto questo mi ha reso la vita difficile. Non ho avuto una bella infanzia e neanche una bella e spensierata adolescenza.
Ho conosciuto cosa sia la povertà.
Ciò che mi ha aiutata ad affrontare ogni cosa è stato il mio ottimismo, il sapermi accontentare delle piccole cose,
l'amore per la vita e la mia fede.
Ora non mi sembra vero che tutto vada bene e che sto rivivendo per così dire una "seconda adolescenza"!!!
per tirare fuori dal mio cuore
ricordi;
dolci,
piacevoli,
ma anche brutti.
Basta un urlo che mi faccia
sussultare,
e rievoca alla mia mente
i loro litigi.
Basta una foto,
uno scatto
per desiderare
di cambiare qualcosa nella sua vita.
Basta vedere una persona
che dondola
perché ebbra di vino
per sentirmi spaurita
perché ricordo lui
come si ubriacava
per colmare il suo mal di vivere.
Basta un niente
che i ricordi
viaggino dal cuore
alla mente
e ti feriscano
mortalmente!
Basta un niente
per scrollarsi di dosso
il bagaglio che ognuno
sulle spalle porta.
Basta un niente
per inabissare
ciò che fa male e
annaspa dentro di noi
sotto forma di….
ricordi.
N.B.: In questa poesia parlo di ricordi brutti che a volte riaffiorano nella mia mente:
ricordi di mio padre che era un alcolizzato e le frequenti liti tra lui e mia madre.
Tutto questo mi ha reso la vita difficile. Non ho avuto una bella infanzia e neanche una bella e spensierata adolescenza.
Ho conosciuto cosa sia la povertà.
Ciò che mi ha aiutata ad affrontare ogni cosa è stato il mio ottimismo, il sapermi accontentare delle piccole cose,
l'amore per la vita e la mia fede.
Ora non mi sembra vero che tutto vada bene e che sto rivivendo per così dire una "seconda adolescenza"!!!
11 commenti
ogni momento, è il nostro momento
per scorger la meraviglia
di un giallo… SOLE d’ESTATE!

Passi…
…siam destini!
Andiam… come le onde,
sospinti da incalzante vento.
E’ lungo questo tempo. Si!...
…ma durerà poco.
Questa trama che or
si tesse e or si disfa;
questo stare a metà
tra esistere e cedere,
tra cedere ed esistere,
per cedere ancora …
…al Nulla!
Il tormento
di un eterna oscillazione!
Giostre, destini,
nell’incessante, vertiginoso vuoto,
senza speranza.
Ma è bello essere vivi!
Che si sommino pure i giorni,
in un calcolo imprendibile!
Come vento
dobbiam essere
per portar vento!
Ogni istante è un grande istante.
Ogni momento è il nostro momento…
…Siam nudi viaggiatori,
con armatura grave
e nastri
e nastri
che legano al viso,
la maschera vana.
Ma ogni istante è un grande istante,

Ce la fai così dicesti
ma era tardi e mi lasciavi.
Io non so se ci credevi
o eri lì
per salutarmi e darmi forza.
Poi con lei
sempre al mio fianco
ho vissuto e vivo ancora
il suo destino e la fortuna,
quella stessa che mi ha fatto
arrivare fino a qui
alla sua età di allora.
Scrivo frasi
che non leggerà nessuno
che non cambieranno niente,
non so nulla nè un mestiere
ho messo anima e l'impegno
in ogni cosa che dovevo
e non sono giunto mai.
E per ultimo,
come padre
lo vorrei vedere sempre
più felice più sereno.
Almeno questo,
ma chissà se ci riesco.
ma era tardi e mi lasciavi.
Io non so se ci credevi
o eri lì
per salutarmi e darmi forza.
Poi con lei
sempre al mio fianco
ho vissuto e vivo ancora
il suo destino e la fortuna,
quella stessa che mi ha fatto
arrivare fino a qui
alla sua età di allora.
Scrivo frasi
che non leggerà nessuno
che non cambieranno niente,
non so nulla nè un mestiere
ho messo anima e l'impegno
in ogni cosa che dovevo
e non sono giunto mai.
E per ultimo,
come padre
lo vorrei vedere sempre
più felice più sereno.
Almeno questo,
ma chissà se ci riesco.
Vi dirò la verità,
ve lo giuro son sincero:
io di nome fo Ruggero
di cognome Camposanto,
residenza Cimitero
sede via del Trapianto.
Il locale è un poco corto,
piuttosto decentrato,
ci dormo mezzo storto
e alquanto castigato.
Voi dite ch’è vietato,
un furto una violenza.
Ma lo lascio spalancato,
pensando all’occorrenza:
lo reclamasse il morto!
Che c’è di tanto strano,
non credo d’aver torto,
l’ho costudito, è sano.
Son magro, non consumo
io mangio raramente
per giunta poi non fumo
e non altero l’ambiente.
Sentenza non si stese.
Del giudice e giurati
l'emozione fu palese
tutti uscirono turbati.
Da quel giorno quella via
fu chiamata Di Ruggero
vi regnò tal simpatia
da scordare il cimitero.
ve lo giuro son sincero:
io di nome fo Ruggero
di cognome Camposanto,
residenza Cimitero
sede via del Trapianto.
Il locale è un poco corto,
piuttosto decentrato,
ci dormo mezzo storto
e alquanto castigato.
Voi dite ch’è vietato,
un furto una violenza.
Ma lo lascio spalancato,
pensando all’occorrenza:
lo reclamasse il morto!
Che c’è di tanto strano,
non credo d’aver torto,
l’ho costudito, è sano.
Son magro, non consumo
io mangio raramente
per giunta poi non fumo
e non altero l’ambiente.
Sentenza non si stese.
Del giudice e giurati
l'emozione fu palese
tutti uscirono turbati.
Da quel giorno quella via
fu chiamata Di Ruggero
vi regnò tal simpatia
da scordare il cimitero.
Al cielo
osservante
meravigliata anima
si strappa dal corpo
alla ricerza dello Zenith
irrompe nel petto
come falla
esplode come supernova
danzando fra le stelle sorelle
nei sussurri d'armosfera
svolta come ombra al girar di luce
verso l'isola abbandonata
scuotendosi al vento
fiamma quasi spenta
selvatica come cinghiale
sfinita e logora
caduca come foglia
seguendo il tempo
osservante
meravigliata anima
si strappa dal corpo
alla ricerza dello Zenith
irrompe nel petto
come falla
esplode come supernova
danzando fra le stelle sorelle
nei sussurri d'armosfera
svolta come ombra al girar di luce
verso l'isola abbandonata
scuotendosi al vento
fiamma quasi spenta
selvatica come cinghiale
sfinita e logora
caduca come foglia
seguendo il tempo
Auto coperte di brina,
genitori che accompagnano
i bambini a scuola,
prima di chiudersi
dietro delle scrivanie,
fra tecnologie e social.
Tutto va avanti...
Fra monotonia e ansie,
trascorrono i giorni
apparentemente.
Ma qualcosa...
Spinge per venire fuori,
per esplodere,
nella speranza
di rimanere a galla.
Ma non riesce...
Resta ferma...Soffocata...
Trattenendo due lacrime
da un tappo di solitudine,
in un deserto di sabbia,
una bufera interiore
che soffre di solitudine.
genitori che accompagnano
i bambini a scuola,
prima di chiudersi
dietro delle scrivanie,
fra tecnologie e social.
Tutto va avanti...
Fra monotonia e ansie,
trascorrono i giorni
apparentemente.
Ma qualcosa...
Spinge per venire fuori,
per esplodere,
nella speranza
di rimanere a galla.
Ma non riesce...
Resta ferma...Soffocata...
Trattenendo due lacrime
da un tappo di solitudine,
in un deserto di sabbia,
una bufera interiore
che soffre di solitudine.
Appare il celato, la parola allo scollo
l’ombra pendula del fragile al mondo
Arroventata dal vuoto d’ultimo moto
ne impollina l’estroso verso di cielo.
Recide il fuoco alla terra complice
e allo schivo fiuto ingoia il suolo.
Intimidisce le barbarie al giungere arco
il racconto mite dal complice sorto.
S’incammina sul filo dell’ultimo molo
mano nella mano col silenzio scavato
la memoria affogata nel mare in ascolto.
Al rimorso di lui il suo solo perdono
serra i denti stringendo l’indugio al freno
mentre la sera restituisce il buio
all’Intuizione di malizia a intesa catena.
Legata alla sua stessa natura
la malìa ha preghiera sgretolata in vena
il cielo scioglie ciò che promette e il mare
ritorna a cavalcare l'azzurro predone
fin che il destino li riconosca insieme
fin che la risacca sia voce nel male.
l’ombra pendula del fragile al mondo
Arroventata dal vuoto d’ultimo moto
ne impollina l’estroso verso di cielo.
Recide il fuoco alla terra complice
e allo schivo fiuto ingoia il suolo.
Intimidisce le barbarie al giungere arco
il racconto mite dal complice sorto.
S’incammina sul filo dell’ultimo molo
mano nella mano col silenzio scavato
la memoria affogata nel mare in ascolto.
Al rimorso di lui il suo solo perdono
serra i denti stringendo l’indugio al freno
mentre la sera restituisce il buio
all’Intuizione di malizia a intesa catena.
Legata alla sua stessa natura
la malìa ha preghiera sgretolata in vena
il cielo scioglie ciò che promette e il mare
ritorna a cavalcare l'azzurro predone
fin che il destino li riconosca insieme
fin che la risacca sia voce nel male.
Questa mia poesia la dedico a Vera.....grazie Vera!
Potessi chiudere gli occhi
Potessi chiudere gli occhi
e sentirmi gabbiano
così bianco e puro,
così grande.
Sorvolerei il mare
quando il mare è calmo,
respirando salati profumi
e puntando l'orizzonte
per entrarci dentro,
a scoprire un altro mondo.
Su una roccia erosa dal tempo,
fermerei le ali
in attesa d'un cerchio rosso perfetto
uscir dall'acqua,
che spande braccia
come infinite rette in infinite carezze.
E nella libertà di quei voli,
planerei sugli infiniti verdi
di praterie irlandesi,
sfiorando la rugiada d' erba nuova,
rubando alla terra l'odore suo di vita.
Nell'emettere l'urlo , il richiamo,
l'eco sarebbe umano.
Che quel gabbiano altro non è
che il sogno mio
di toccare amore, respirare amore,
affogare nell'amore.
Adesso tocca a me.
Ho visto fiori crescere nel deserto
stelle brillare in un cielo spento
fulmini sfondare la porta del petto
e pensavo fosse tutto illusione
per allontanarci dalle paure
credevo fosse tutto falso
per creare stupore ed effetto
-l'amore-
E adesso tocca a me.
Tocca a me sfidare la luce e i colori
sfidare l'imprevisto
l'impossibile
come il pianto di un Cristo
adesso che sono in volo
sono Angelo e Mefisto
e ti abbraccio ai confini del Paradiso
dove il tuo profumo cancella ogni dubbio
e mi commuove questo amore
che non ha origine e fine
sospeso all'inutile perchè.
E adesso che resisto
sono pronto a morire per il resto dei miei anni.
Ho visto fiori crescere nel deserto
stelle brillare in un cielo spento
fulmini sfondare la porta del petto
e pensavo fosse tutto illusione
per allontanarci dalle paure
credevo fosse tutto falso
per creare stupore ed effetto
-l'amore-
E adesso tocca a me.
Tocca a me sfidare la luce e i colori
sfidare l'imprevisto
l'impossibile
come il pianto di un Cristo
adesso che sono in volo
sono Angelo e Mefisto
e ti abbraccio ai confini del Paradiso
dove il tuo profumo cancella ogni dubbio
e mi commuove questo amore
che non ha origine e fine
sospeso all'inutile perchè.
E adesso che resisto
sono pronto a morire per il resto dei miei anni.
Solo il tempo mi disse,
poi ch’a lungo m’adoprai,
invano cercando tra mortali spoglie
la via, quanto vana l’umana opra
sia e quanto ogni prodigarsi
s’al bene altrui non sono volti.
E pur mi disse: l’umile così suole fare.
Stimai allora, caro professore,
benché lungi ai più dall’essere tale,
piuttosto segno di natura frale,
quale veneranda tra le virtù
l’umiltà, e pure stimai
quanto poco se ne fregi l’uomo,
ancora meno se d’agi si sparga
o se di terrene lodi s’avvalga.
Ma per te, Gian Aldo, così non fu
(estraneo non ti sia qui il mio nomarti,
perché in altro tempo e altrove, pur volendo,
qual figlio ch’al padre si volge,
solo per pudore non osai).
Anzi, gli allori fatui rigettando,
e per il bene ch’innanzi ti dissi,
con umile fare al supremo fine
e sacro la tua sapienza ponesti.
Di te si schiuse allora al guardo mio
dell’umana stirpe il nobile tratto.
E così quando, il riposo lasciando,
da lungi al mio infermo letto giungesti,
o quando del figliolo tuo parlando
l’occhio l’emozione non t’ascose,
o quando dicesti la nostalgia
essere la tua sola malattia.
Imago fosti d’umiltà e sapienza,
dei miei adombrati giorni il raggio,
quiete del mio tormento, dei miei affanni.
E ora che la voce tua più non sento
e il tuo soffio per il cielo è vago,
dove troverò quella luce,
dove quella pace?
Forse qui, dove il tuo corpo giace?
Ma non sotto l’ombra d’un cipresso,
tra freddi marmi e pianti,
su di un pendio che ogn’ora al sole volge,
ove giungano, dal vento sospinti,
rintocchi di campane lontane,
là voglio essere sepolto.
E là, caro Gian Aldo,
dell’infinito inganno disserteremo,
e là, il bronzeo suono cavalcando,
ritorneranno gli anni,
onde fugata sarà la tua nostalgia
onde fugata sarà la mia.
Talora a solcare il cielo torna
l’infante vento, e l’olezzo reca,
le stagioni d’un tempo;
là, in quei celesti effluvi,
ove io quel fanciullo solevo cercare,
ora vado cercando te professore,
e quando l’oscurità s’inargenta,
e la tremula foglia un’ombra vaga dipinge,
e la guazza lustreggia,
e tra i rami l’assiolo volteggia,
indugio così fino a sera,
e quale la notturna vita si svela
tale quell’altra immagino, e spero.
Qui, tra l’immortali note del creato,
quel dì sospiro e attendo.
Qui “Al Chiaro di Luna”
ogni mio pensiero con te si perde.
poi ch’a lungo m’adoprai,
invano cercando tra mortali spoglie
la via, quanto vana l’umana opra
sia e quanto ogni prodigarsi
s’al bene altrui non sono volti.
E pur mi disse: l’umile così suole fare.
Stimai allora, caro professore,
benché lungi ai più dall’essere tale,
piuttosto segno di natura frale,
quale veneranda tra le virtù
l’umiltà, e pure stimai
quanto poco se ne fregi l’uomo,
ancora meno se d’agi si sparga
o se di terrene lodi s’avvalga.
Ma per te, Gian Aldo, così non fu
(estraneo non ti sia qui il mio nomarti,
perché in altro tempo e altrove, pur volendo,
qual figlio ch’al padre si volge,
solo per pudore non osai).
Anzi, gli allori fatui rigettando,
e per il bene ch’innanzi ti dissi,
con umile fare al supremo fine
e sacro la tua sapienza ponesti.
Di te si schiuse allora al guardo mio
dell’umana stirpe il nobile tratto.
E così quando, il riposo lasciando,
da lungi al mio infermo letto giungesti,
o quando del figliolo tuo parlando
l’occhio l’emozione non t’ascose,
o quando dicesti la nostalgia
essere la tua sola malattia.
Imago fosti d’umiltà e sapienza,
dei miei adombrati giorni il raggio,
quiete del mio tormento, dei miei affanni.
E ora che la voce tua più non sento
e il tuo soffio per il cielo è vago,
dove troverò quella luce,
dove quella pace?
Forse qui, dove il tuo corpo giace?
Ma non sotto l’ombra d’un cipresso,
tra freddi marmi e pianti,
su di un pendio che ogn’ora al sole volge,
ove giungano, dal vento sospinti,
rintocchi di campane lontane,
là voglio essere sepolto.
E là, caro Gian Aldo,
dell’infinito inganno disserteremo,
e là, il bronzeo suono cavalcando,
ritorneranno gli anni,
onde fugata sarà la tua nostalgia
onde fugata sarà la mia.
Talora a solcare il cielo torna
l’infante vento, e l’olezzo reca,
le stagioni d’un tempo;
là, in quei celesti effluvi,
ove io quel fanciullo solevo cercare,
ora vado cercando te professore,
e quando l’oscurità s’inargenta,
e la tremula foglia un’ombra vaga dipinge,
e la guazza lustreggia,
e tra i rami l’assiolo volteggia,
indugio così fino a sera,
e quale la notturna vita si svela
tale quell’altra immagino, e spero.
Qui, tra l’immortali note del creato,
quel dì sospiro e attendo.
Qui “Al Chiaro di Luna”
ogni mio pensiero con te si perde.
Ora la tua essenza è
divenuta Autunno nel mio cuore.
Spire di vento
avvolgono nostalgiche le foglie
il più bel tormento che un albero conosce.
Passi calpestano promesse
svuotano silenzi
frammenti di ruggine dormono e
attendono germogli.
Cosi il nostro Amore
attende la Primavera dolcissima
delle foglie.
Ogni stagione
intona righe di desiderio
ora desidero dell'Inverno il tuo tepore
quella luce intensa a volte fragile
custodita dalla neve.
Mi amerai
come si ama un sogno
aperto all'orizzonte.
Io ti amerò
come si ama
l'infinito.
l'infinito.
Luce addizionata d’apostrofo di rose
fu favilla d’un naufragio di cuore,
risiera d’un silenzio di lune e di viole.
Svirgolato inchiostro di vino marino
s’infranse in geometriche monetine di luce,
gomitoli metafisici d’estemporanee parole.
Luce addizionata d’apostrofo di rose
fu quarzo stellato d’un palpito d’amore,
scogliera assetata di nebbia e candore.
fu favilla d’un naufragio di cuore,
risiera d’un silenzio di lune e di viole.
Svirgolato inchiostro di vino marino
s’infranse in geometriche monetine di luce,
gomitoli metafisici d’estemporanee parole.
Luce addizionata d’apostrofo di rose
fu quarzo stellato d’un palpito d’amore,
scogliera assetata di nebbia e candore.

La fede varca
la porta, nel lodare.
Abbraccio umano!
Un germe la bontà?
Sol la felicità!
*****
Poesia elaborata in stile tanka (2-4-6) prestando l'attenzione su un pensiero di Paul Thomas Mann, scrittore e saggista tedesco del Novecento, nonché Nobel della letteratura nel 1929, pricipalmente per i suoi grandi romanzi I Buddenbrook e La montagna incantata:
“La felicità non sta nell’essere amati: questa è soltanto una soddisfazione di vanità. La felicità sta nell’amare”.
Smetti di parlare
dai spazio un pò al silenzio.
Hai detto tutto tu
ed io come uno scemo
son rimasto ad ascoltare,
con questo nodo in gola
non so se è rabbia o amore.
Ora sento anche la pioggia
scrosciante ed impetuosa
nemmeno nei pozzetti
trova via d'uscita,
come le tue parole
dette senza senso
un insieme di frasi
sparate inutilmente,
ed io stupidamente
son rimasto ad ascoltare
col nodo in gola
e il cuore che stava per scoppiare.
Ora hai smesso di parlare
ed è pure finito di tuonare
le nuvole nel cielo
son sparite con il vento
come le tue parole finite chissà dove.
Vedo volti
con sofisticati auricolari,
collegati alle pluriprospettive
in accese e serie discussioni...
...E le ali?
Ormai, senza volontà alcuna,
planano voli senza rotta
e senza storia.
planano voli senza rotta
e senza storia.
Alberi...senza radici:
nè terra, nè rami,
nè fiori, nè frutti,
nè strada.
Triste
è il poeta,
nè terra, nè rami,
nè fiori, nè frutti,
nè strada.
Triste
è il poeta,
per i suoi incompiuti versi.
Piange
l’artista…
Piange
l’artista…
…sulla sua natura morta!















