pronominali gerani del maestrale,
verniciavano proiettili di rondine,
coriandoli d' una conversazione di mare,
tra scogli affaccendati d' arancia
e castelli annebbiati d' inchiostro di grano.
Nei miei pensieri assolati d' inverno,
favi d' organza son germogliate conchiglie,
cromosomiche monetine d' arcobaleno
screziate d' abbandono d' estate
tra vermiglie fiammelle di specchi d' arena
e fragili cristalli di bacche di sale.
in quella stanza colorata di bianco e di nero,
In questa giornata
Tu...la luce degli occhi
Ti sei spenta come
Sarà difficile
La terra
Ma la tua anima
Volerà
DEDICATA ALL'AMICO E POETA PAOLO DI CRISTOFARO, PER LA SCOMPARSA DELLA SUA CARA MAMMA.
svegliato dall’aroma di un caffè.
Mescolo il suo profumo a quello del mare
e di qualche mio geranio.
Godo del piacere di soffi lievi da est
e dei baci di un sole appena alzato,
carezze alla pelle mia nuda.
Distesa, mi stiro, respiro
poi godo dell’enfasi di un abbraccio,
di te che arrivi in punta di piedi
e m'avvolgi, mi stringi.
Dolce buongiorno,
sferzata d’energia e buonumore
come aroma forte di caffè…
Il sole rincasa sui monti
ridando al crepuscolo
un bagliore di stelle
qualcuna cadrà
sui fianchi del cielo e dei campi.
Con un cristallo di luce
io cerco il tuo ritorno
e sei una goccia di pioggia
un vento di foglie che cade
sui gradini di pietra
ora siedi "Anima mia ".
Ma è uno specchio
un riflesso
di piccole fiammelle
ovattate e sospese
come le sterlizie gialle sfrangiate
cornice delle tue sere grigie
senza stelle.
Tornerai
su questi gradini di pietra
come le tue parole
e dove hai posato la tua voce
io ora poso la mia neve.
chiedendo aria nuova
ho sussurrato al sole
chiedendo luce diversa
ho letto nella luna
guardando con occhi sinceri
ho trascinato le stelle
solo dove io volevo
mi sono vestito di abito di piume
leggero ho volato
sopra il nostro mondo
disegnando scie da seguire
ho indossato il profumo
che ti portava a me
ho dischiuso porte
senza chiave
ed ora qui
appeso alle stagioni
aspetto che quel tempo
ritorni e che
danzi a braccetto
con me
vidi, nei tuoi occhi di gemma infantile,
ancor la mia parola non è sazia
ma, rivive una gioia di nata gentile.
Piccina, coperta di fasce accaldate di mamma,
coprita di baci, di tepore amoroso
or tu candida nel tuo sogno di nanna,
nei tuoi sonni di mondo gioioso.
Piangi, sembra un canto di fata,
sembri una stella, una piccina stella,
un fiore, una rosa, in tutto la più bella.
che lontanissima
scorgemmo dalla collina
adesso si presentava davanti
mistica
imponente.
La funzione
non era ancora finita.
Al suo interno
fumo d'incenso
e sotto il minaccioso
ondeggiare
di gigantesche campane
una signora
ancora pur giovane
in ginocchio
davanti al suo crocifisso
a braccia aperte
piangeva,
unica in mezzo alla gente.
Io non credo,
rispetto;
mai come allora
ho pregato
che fosse stato
mio padre
ad avere ragione.
Naviga la nave verso nuove mete
su terre nude , spiaggia ,le profumate cale ,
estirpa germogli dalle maledette crepe
fin dove s’apre l’alba rosa .
S’apre su mari voluttuosi
ove ,ostentazioni e favole
rendono libera , l’anima mia ,
ove tu traspari ,amor frantumi .
Ma io, dirò di me :
dirò ,ch’è t’ho velata …
t’ho dipinta, tra i riverberi del sole ,
con malizia t’ho riflessa
sui cristalli dei miei vetri .
Dirò ,che il mio vanto ,per te è vita !
E i miei dubbi , son sorrisi …
sono spazi in piena luce ,
aprono gabbie , ove m’ero chiuso .
Aprono misteri di dubbio amore
oscurati da isomorfi desideri …
rubano compendi da anni incanutiti .
Dirò di me ,ch’è io sono , corteccia rude ,
sono albero dai frutti facili …
sono grappolo di nettare e te lo offro
nella botte che fa maturo il mio vino .
Ti dirò che non serve più dirti nulla !
Lascio al silenzio ogni singola parola …
ogni mio stato d’animo , ogni pensiero ;
per te che mi puoi sentire ,
col solo, battito di cuore .
Forse per destino i quattro s’ incontrarono,
lì dove regna l’apparente pace,
seduti come stan gli amici al bar,
visi solcati e bocca cucita, tace.
Si scrutano, cercano di capire,
negli occhi, quasi spenti, si legge ogni storia,
i cenni con il capo ne danno la conferma,
di loro nessun postero terrà viva la memoria.
Come macchina ridotta ad un rottame
son loro parcheggiati in “Domus Curae”,
stanchi, fermi o pochi passi appena,
che vita! Tutto in quella casa li trascura.
Nessuno più li cerca, nessuno più li vuole,
nemmeno i propri figli, che ebbero la vita,
qualcuno di buon cuore promette, ci verrà,
e vivan speranzosi ma l’ora è ormai finita.
Quei quattro stessa hanno avuto la sorte,
e si ritrovano ogni sera vecchi più di ieri
a capire ma non narrare ognun le loro pene,
personaggi di un romanzo dai tristi pensieri.
Fu diversa in gioventù la vita dei signori,
chi medico o maestra, chi scrittore o vigile bidella,
ora tutti uguali stan sotto il tetto del destino
e per passar il tempo uniti a leggere la “LIVELLA”.
Dell’ “Opera” tutte le rime voglion risentire
ed una voce stanca all’improvviso grida:
“ a livella per noi non è la morte
e questa vita triste, è tutto il tempo prima”.
Quel che di vero dentro il libro è scritto,
nei versi che il “Principe” volle regalare,
la morte è una livella, Totò diceva,
ma essi, alla loro vita la vollero eguagliare.
Lì in quelle mura tutto han perso loro,
fiducia, rispetto, arte e dignità,
ognuno col compagno viene ormai confuso,
tenuto come un peso finché Dio lo vorrà.
Cantavano du granni der passato,
e che, sta male se m’aggiungo io
c’ho ricevuto quasi o stesso addio ?
Nun per amore, ma pe la mia solita mania
de volè usare a solita ironia.
Ma eri bella e quasi intelligente,
pensai che capirà quer che s’intenne !
E ‘nvece nun capisti proprio n’acca
e la risposta fu assai bislacca.
Ascorta io te dissi ch’eri arogante,
scherzanno, nun pe fare er giudicante.
M’hai detto che se l’avesse letto a famija
m’avrebbe quanto meno fatto a guerrija.
Nun te volevo fa fa brutta figura
co l’innocenza della mia scrittura
anche se alla tua età
nun credo che li tuoi debba ascoltà.
T’avevo visto brava conduttrice
d’un sito, ahi, Araba Fenice !
Ma pe sapere bene valutare
ancora a scola…te ne devi annare !
pallido emisfero cicatriziale
d' un destino accigliato d' emozione,
citoplasmatica rugiada semantica
d' un sogno ammainato all' orizzonte,
l' aureola dei papaveri imperlava
ed un nastro d' autunno scucito,
rubicondo lenzuolo fulmineo
tra le nebbie dell' amore impigliato,
tra i tetti del silenzio s' arroccava
ed i paragrafi del mio cuore rammendava.
Io ti cerco per afferrare la tua mano
senza mai più lasciarla
Poi dipingero' con un pennello il percorso della tua vita
Indossero' sempre il tuo sorriso
dandomi gioia e amore
E aspetterò il tramonto per vedere nei tuoi occhi
La luce della tua anima
senza che tu
ne hai a migliaia cielo
Quella che luccica
di bellezza
quella che lascia il chiaro
quando scende
tra le mie braccia .
Fiammella
che balza e riaffonda
si riempie
dei miei pensieri e
della mia bocca.












