l’odore d’umidità
e la sera
non si mangia più
sotto il pergolato.
Quasi tutti inariditi i fiori,
upupe e rigogoli stanno partendo.
E le vigne alternano
uno spento verde gasolio
al giallo ocra.
I gelsi sono tuttora verdi,
come pure i susini e i carpini.
Giorni uggiosi,
sensibilmente più corti.
Il cielo, al mattino,
è ancora quasi notturno
e grava con i suoi
grigi plumbei
sulla pianura.
Nella valle gli alberi s’interrompono
e un ramo di lago dal costone,
superando la linea d’ombra,
sembra fiammeggiare dolcemente
come sarmento
in un fuoco rovente.
La luce vaporosa dell’alba
ha perso il riflesso estivo
della caligine
e danza, irrequieta,
sul bordo della collina.
Nell’aria
profumi di mosti
e di menta.
Non c’è combustione in questa fiamma,
anche se l’amaranto pallido della mia dichiarazione
rivela la sua natura fisica, come un plasma freddo.
Già dal gelido buco della caverna di Zhoukoudian,
mentre per primo controllavo il fuoco, circa 400.000 anni fa,
non fuoriuscivano calore e biossido, ma tanto, troppo amore.
Così, ancora oggi, mi muovo e mi torco in forma di aurora:
e sono una saetta, la folgore, sono il tuono e sono il lampo,
sono il fulmine, sono il segno evidente dell’antimateria.
Inclini all’eterno, predisposti al per sempre,
bruciamo in una dimensione che quasi non si vede;
e costretti sulle ginocchia, rassegnati allo scambio termico,
lampeggeremo perpetuamente, più o meno ogni dieci secondi.
C’è un suono simile a un sibilo, ad un fischio lontano,
che porta il pensiero da un orizzonte all’altro,
dal giallo verdognolo al rosso sangue:
è l’eco del mio primo “ti amo”.
Lo senti ancora, piccola mia?
Come un lampo
hai sposato la mia notte
e sei giunto boato!
Ora scalza
muovo i passi dentro al mio cuore
e ad una conchiglia
darò tutto il frastuono del mare,
le correnti dei venti
e la rugiada delle margherite.
Rimangono parole scivolate
nel silenzio del mattino
fluttuanti e leggere.
*
Mi mancherai lo so,
mi mancherai!
lungo la strada,
il suo muto sguardo
verso direzioni
sconisciute ai passanti.
Lessi la sua storia
di strati che vanno
verso il mare,
la calcedine,
verso la dissolvenza
di occhi, di cuori,
di croci e di attimi
fissati nell'universo
che si contorce
come un feto in espansione.
Per oggi calmiamo gli ardori
Dettati da forti passioni
Dai dubbi su nostre impressioni
Oppure dai nostri dolori,
Dai voli con la fantasia
Da lacrime colme d’amore
Da scritti aspettati per ore
Invocando la nostra poesia.
Per oggi un pensiero sincero
Volgiamo in silenzio al passato
A tutto quel bene che è stato
Il nostro ricordo più vero.
Preghiamo umilmente per loro
Che ci hanno donato la vita
Per tutta la folla infinita
Dei piccoli angeli d’oro
Preghiamo per tutti i defunti
Che tutto l’amore ci han dato
E un grazie diciamo accorato
Se adesso fin qui siamo giunti
Ero fermo fuori dalla serra
in un convulso viavai di ramaglia,
ebbene, col tipico muto silenzio di mantello
quello, ad essermi già conosciuto!
Freschezza di realtà di un giorno lontano
cavalcando le foglie cadute -
ebbene, uno o due nomi fecero confusione
a turno, sulle mie labbra.
delle mani e del passo
nel solco d’umane paure.
Siete vivi dentro il mio cuore
pulsando sangue ed emozione
nel ritmo di un’anima sempre più sola.
Vi piango in silenzio
piegandomi al tempo
che vuole oscurare le vostre parole.
Ed io non commemoro un corpo appassito
non m’inginocchio alle ossa
non prego una tomba rinchiusa nel marmo
non alimento formiche coi fiori e col pianto.
Io vi tengo vivi ogni giorno
vi ho sepolto dentro il mio corpo
e per ognuno di voi ho acceso un lumino
grande quanto una stella
se riuscite a guardarmi negli occhi
potete vedere mille e più luci
che fanno breccia in questa notte immaginata
mi aspetta e mi chiama
sfidando il mio coraggio;
sogghigna all’alba la strega
ed io non ho speranza.
trapunta di stelle,
nè ricamo di voci.
Aveva amato il mare
i passi fragili
gli attimi increspati
e annodate le vele al suo petto .
Ora è pioggia continua che cade,
è ombra che copre
è cornice a questo spicchio di luna.
E' sera ai miei occhi!
come la conoscevi
tu. Un meriglio
di misteri apparivano
remoti mentre invece
erano sempre presenti
Non ti lasciavano mai
ormeggiati su quella barca
che si teneva tutto dentro
ed in silenzio ascoltava
nascondendosi nel buio
con la nebbia che saliva
e piangeva pentita
per non aver parlato
Che giornata sventurata!
Pensavo di incontrare una fata
ma era solo una strega mascherata,
volevo farle una bella serenata
ma la prima nota l'ho steccata.
Volevo scrivere tutta la nottata
ma pure la luna si è oscurata.
Da bambino sognavo una vita incantata
eccomi, scornato, che suono la ritirata.
Ricordavo con cura quella data
ma il calendario se l'è mangiata,
e quando col cuore l'ho fotografata
bè l'immagine è venuta tutta sfocata.
Eravamo seduti ad una bella tavolata
ma la cena lo sai? si è bruciata.
Pensavo fosse dolce e delicata
ma il suo sguardo è una pugnalata,
le mie lacrime scendono a cascata,
la mia felicità chi se l'è rubata?
Ho capito non è proprio giornata,
sono entrato dalla porta sbagliata.
,
Stasera ti scosti, forse non hai molta voglia,
ripensi al coraggio di chi adesso si spoglia.
Ripensi alle stanze che vanno a gonfie vele,
ti domandi se solo lì si distragga il male.
Quello che hai adesso non domanderò,
forse meglio che ti lasci un po' stare;
il silenzio è l'unica certezza che ho,
era l'ultima offerta di poterti toccare.
Si spengono le luci senza soluzione,
ognuno è da solo dalla stessa parte.
Le tende si muovono al ritmo del tuo tremore,
gelide feritoie sbattono le porte.
So lo sbadiglio del vento in una piazza pulita,
i pochi abitanti di uno sgabuzzino chiuso;
non vuoi più guardare una gonna sgualcita,
chi butta mai i simboli di un abuso?
Ti senti un mostro se hai provato piacere,
ma il piacere è un bandito senza comando.
Ride fra le perle rubate a alle signore,
naviga in putridi mari cantando.
Ti rannicchi per custodire ciò che è rimasto,
dimmi se fa freddo senza corazza,
il giorno forse tornerà presto,
l'alba uscirà di casa come una pazza.
Stasera ti sposti, piangi in dormiveglia,
ci pensi che il mostro ha pure famiglia?
Ci pensi alle danze di mosche nelle ragnatele?
Ti domandi se erano danze o il destino fatale.
che sono pentito?
Che mi sono fatto calpestare dal tempo
che ho succhiato il nettare dalla luna
abbeverandomi dalla luce delle stelle?
Cosa vuoi sentire dalla mia bocca
che mi sono fatto rapire
egoisticamente
corpo e mente
dal vento e dalle carezze
di angeli camuffati da fate?
Il più delle volte
ho rischiato di affogare
nelle pozzanghere formate
dalla pioggia delle mie malinconie
e molte volte ho cercato di fuggire
per cercare il punto d’unione
del corpo e dello spirito
in quel posto infinito
dove nidifica il silenzio.
La poesia mi ha afferrato dal collo
mi ha calpestato e insultato
e poi come unguento
mi ha sanato le ferite
fino a farmi sanguinare sostanza.
Adesso che sono un uomo
ho lasciato il cuore sepolto
in qualche parte nascosto
nella buca delle mie certezze.
Tu cercalo
e bacialo in silenzio
io da questo balcone fiorito
ti guardo e mi commuovo
vivo il momento
come l'eterno soffire;
poi lascialo marcire
nella terra che non ha riconoscenza.








