quelle rughe increspate come le onde
quel bianco diventato ormai itteroso, giallo,
come il riflesso di una luce fioca
sull' acqua calma
quei capillari mezzi rotti
simili ai raggi del primo sole
sopracciglia poco curate
come poco cura le nuvole il vento
quei tuoi occhi così stanchi
ma così immensamente veri
specchio di una cosa che senza forza
non vi è possibile arrivare ad ammirare,
l' alba.
solitario grigio di pensiero calvo
dissennati passeggiano
mentre parallelepipedi stonati
volteggiano
nelle strade semivuote
descrivendo ruote
di fuoco atavico.
Io disperso
tra le tue diagonali,
voglie e manie,
seguo percorsi
paralleli alla schizofrenia.
Il segmento più breve
tra i pensieri di due amanti
è il ritorno
verso la casa
dopo l'esodo invernale
che gela i sentimenti e le parole.
La stupidità non ha valori.
L'ignoranza non è un verbo,
ignorare va di moda.
Creder d'esser superiori,
dicendo che ti è stato insegnato,
puoi insultare, dare calci
o perfino spezzare la vita
di un bel fiore che una madre
ha pasciuto con amore.
L'ignoranza della mente
lei la schiava tu il padrone.
Ed è triste dover dire
c'è chi sa e non vuol parlare.
La violenza, l'omertà,
l'indifferenza...
Non son moda ma ignoranza
e fan perdere il valore
di un bel fiore
che voleva tanto amore...
e non alberi blu o marroni con una grossa matita,
andare a segmenti in perimetro spezzettato
per poche foglie
e nel contempo intravedere un'ombra di sangue
scivolare da un pinnacolo sgualcito,
giostra gondola cavalluccio fermi di parole
proprio come a vivere illusioni.

Ti sento addosso
come una coperta d'inverno
come un'ape sul fiore
come una rosa tra le dita
ti sento dentro al mio vivido viso
mentre calpesti il buio della notte
e come il grano maturo a luglio
travolgi ogni mio senso
sei la storia infinita
che alimenta goccia dopo goccia
il campo di battaglia dell'anima
ed io come sempre sconfitto
mi perdo nei tuoi raggi di sole
con il cuore colmo d'amore
(Cosa ci faccio qui?)
Ho domandato alle radici sotterranee
e alle fronde ondeggianti dei platani;
ho interrogato le onde degli oceani
e le multicolori colonie dei coralli.
Sono salito sulle cime dei monti
e ho guardato nel buio profondo dei crepaci;
ho considerato le sguaiate risate delle iene
e i melodiosi canti mattutini dei passeri.
Ho pure indagato il pianto vitale dei neonati
e le urla senza speranza dei moribondi.
Non ho trovato nessuna risposta.
Ho guardato allora dentro di me,
fra le diramazioni neurali del mio cervello
e le innumerevoli curve delle mie arterie;
ho valutato il contorto cammino
che congiunge la mia sapida lingua
all'estremità maleodorante del colon.
Ho rivangato l'erotica sensibilità delle mie dita
e la bramosia possessiva delle mie labbra.
Ho anche contato gli esitanti battiti del mio cuore
e misurato la salsedine acida delle mie lacrime.
Non ho trovato nessuna risposta.
Allora ho spinto l'indagine oltre i confini del pianeta,
laddove il colore non esiste e c'è carenza d'antimateria.
Ho vagato fra ondate gravitazionali e flussi magnetici,
scansato comete puntuali e lambito attraenti buchi neri.
Mi sono perso fra i quasar e le pulsar,
fra stelle appena nate e galassie già morenti.
Ho inseguito sciami di neutrini
e incrociato tracce d’energia oscura.
Infine ho raggiunto l'orlo in espansione del nostro universo,
dopo aver sfiorato la scintilla originale che l'ha creato.
Non ho trovato nessuna risposta,
perché non ve n'è alcuna per chi vuole sapere
ciò che non è dato di sapere.
Poiché, se c'è un Dio, Egli non è soggetto a razionali motivazioni,
e se un Dio non c'è, allora alla casualità non vi sono spiegazioni.
Nello scrigno sei tu il gioiello
la tua perla brilla!
Sgrana palpiti canori
tra i raggi stendi i larghi veli.
È il canto del sole !
E tu in qualche angolo del mondo esisti :
vesti bizzarre maschere ,
sulla sabbia ,vicina ad albe chiare.
Sei nel bulbo d’ogni fiore!
Nel dubbio di una scena stimoli voglie,
lì, il gioioso giorno libra ,
appari radiosa tra i sacri lari ;
sei tu dunque la dea del focolare .
È nel prezioso canto la tua voce
il suono del mio vento ottieni,
sulle tue labbra c’è l’aria che respiro.
È nell’assurdo che spendo la mia vita;
io il rude ,voglio la dolce fata!
Voglio il sol che ride,
voglio te ….
la tempesta nei miei risvegli.
Ciao !
Dove sei?
che portava l’azzurro
il mare che donava
serenità blu
il fiore che cresceva
silenzioso nel giardino
la luna che pur lontana
illuminava e schiariva
il caldo che copriva spalle
nei giorni umidi
la strada da seguire
e percorrere
per questo non smetterò mai
di ringraziarVi
ci rivediamo
quando anch’io
sarò aria e terra
leggerezza e pace
e vi stringerò
ancora una volta
A due disgrazie di distanza,
nel concavo di un vecchio cassetto
ho trovato il tuo papillon, quello démodé;
e ho respirato attraverso la sua trama,
la speziata eco di quelle tre parole
che tu non mi hai mai detto.
Ed era già sinistramente famoso,
quel tuo segreto angolo di vita.
Un’estate troppo breve,
un’ossessione mai consumata,
un colore che è stato capace di vibrare
e di annichilire i contorni della mia conoscenza.
Ma adesso ci siamo, è la maturità questa,
la libertà di cui io mi sentivo il vate
che si abbandona all’eternità,
al suo ultimo viaggio:
alla pace che infine sovviene
con la rassicurante vista del tiretto.
dà strumenti alle statue bianche,
tra foglia e foglia l'ora s'asciuga
all'apparire serale della luna
e qui a sostenere il mondo si respira tranquilli.
I vasi ovali i fiori coccinella, svuotati, a me fratelli?
Sono con voi in un silenzio fatto di cose morte?

« Ci fu una lunga introduzione pianistica, che scandiva il tempo in attesa del sassofono. Charlie aveva mancato l'entrata. Con alcune battute di ritardo, finalmente entrò. La sonorità di Charlie si era rinfrancata. Era stridente, piena di angoscia. In essa c'era qualcosa che spezzava il cuore. Le frasi erano strozzate dall'amarezza e dalla frustrazione dei mesi passati in California. Le note che si susseguivano avevano una loro triste, solenne grandiosità. Sembrava che Charlie suonasse con automatismo, non era più un musicista pensante. Quelle erano le dolorose note di un incubo, che venivano da un profondo livello sotterraneo. Ci fu un'ultima strana frase, sospesa, incompiuta e poi silenzio. Quelli nella cabina di controllo erano un poco imbarazzati, disturbati, e profondamente commossi.» Cit.
Una mente frastagliata, una costa frastagliata,
un sorso di solitudine e poi uno di mare,
e può essere rinascita qui nel borgo,
nella piazzetta che guarda al bunker,
al monastero, e fin oltre l’eremo.
Tu dove sei finito Moose the Mooche?
Oggi che non sono aggressivo e irascibile,
oggi che finalmente potrei suonare,
che potrei essere cordiale e sereno?
Tu non ci sei su queste falesie sommerse,
e forse sei nascosto in quei prati sconfinati,
fra le gorgonie rosse e la posidonia.
Chi mai può saperlo?
Ma in fondo è solo un altro scorcio di vita questo,
e ci vuole abuso di droga, ci vuole il jazz,
il “di punto in bianco” e il sax alto.
Così finalmente, con l’eroina, anche a Portofino
il tempo e le immagini riusciranno a scorrere
come alla televisione;
e si potrà persino morire in questo panorama,
a trentaquattro anni
dimostrandone cinquantatré.
Tutto brilla adesso, tutto sembra armonioso,
e la musica avrà ancora la forza di commuovere,
grazie a me, che mi isolo per imitare il mio stile:
per copiar me stesso.
Chiuso nel mio abituale stato di panico,
disorientato, frastornato, perplesso,
e più che mai incompreso.
E sono Charles “Yardbird” Parker, io,
quello che se muore rinasce a nuova vita.
«Ti insegnano che la musica
può arrivare fino a un certo punto,
ma guarda che l'arte non ha confini.»
Era questo il mio motto, la mia religione.
Credo fosse il 1949, e a Birdland,
diversamente che sul Golfo del Tigullio ,
non volavano più capinere o cinciallegre,
ma solo poiane e falchi pellegrini.
Sempre in agguato, sempre famelici:
così è troppo rischiosa la vita,
per una povera lucertola muraiola
come me.
Hanno visi lunghi e non curati
sorrisi forzati e falsa tranquillità
Scuri come giornate di bufera
Camminano per lunghi viali immaginari
parlando con se stessi
Gli uomini che si arrendono
Hanno il cuore a pezzi e la gioia finita
Lasciano dietro di sè
ombre ed interminabili domande
Gli uomini che si arrendono
Hanno le tasche vuote e l'anima avvizzita
Tremano, al pensiero della notte che verrà
Gli uomini che si arrendono
Si sentono soli fra la gente
incapaci, malvisti e deboli
Sono in balia del vento e dei giorni
Ascoltano, senza presenza
Gli uomini che si arrendono
Vedono la fine di tutto, la speranza inesistente
il futuro perso
Ricordano le ore, quel giorno, dove tutto era semplice
Gli uomini che si arrendono
Pensano a come sarà e come si farà
Si trascinano con fare inesorabile, non avendo altre forze
Gli uomini che si arrendono
Sono i più e non li sentiamo
perchè non fanno rumore.
Il silenzio confonde
il tuo respiro con il mio .
In un tempo fermo
le lancette delle tre
svegliano un brivido leggero.
Fa freddo!...Ti sussurro dolcemente.
Un bacio arreso
sposta i miei capelli
e il silenzio ci consegna
tutti i suoi rumori.









