furiosa mente, arpa in dispeptiche contese
arrampicata a far combaciare convinzioni
confermate per ceto da ghigni consolatori
grasse madri d’inganni annuenti fandonie
prati d’ego lasciati fiorire privi di sole.
Tristi esordi senza ritorno al cuore
a sipario chiuso, farse in astinenza di platea.
Non capire non è poi così importante.
Si va avanti, non vicino all’essere, ma avanti
una pacca sulla spalla e queste parole
senza fretta di scoprire il centimetro di pelle
inventano, consolando sorrisi ebeti
propaggini false misurate all’appendice
impaurite da finestre murate nel dolore
in silenzio impazzito colmo d’io cielo
su nuvole di mare in quadri appesi
sfigurati dalla sorte, chiuse le porte
zittita la solitudine, inaugurata la morte.
Ci si innamora per questo.
È la propria durata, che rende anche il mio silenzio un suono:
a questo penso, da sotto l’ombra dell’albero dei paternostri,
mentre sputo involucri di semi di girasole e noccioli di olive.
Senza paura rivolgo i miei sogni al Signore, le mie speranze,
le mie paure, le preghiere più intime, i miei tanti mali incurabili,
e poi gli parlo di Giuda, della folla coi bastoni, del Getsemani,
del monte Har HaZeitim, delle drupe giallo oro del mio rosario.
Così nella mia estasi ho conosciuto la fede, il profeta Ezechiele,
e sono stato rincuorato dalle sue profezie, dal tetragramma,
anche se in realtà non ho potuto non cedere, al soffio della vita.
… è il mondo incantato che vive dentro noi !
Un sogno a colori pieno di fantasia ,
è il desiderio dei grandi ,
di rimanere sempre bambini .
Siamo noi il cerchio magico
tra l’universo e il sole ,
con le fiabe di Biancaneve,
cappuccetto rosso e pinocchio.
La favola siamo noi !
Gli esseri arroganti che cantano poesia ,
favellano la strofa dell’amore
per scrivere l’idillio di una storia .
Siamo i reduci dei cantastorie
in ognuno di noi c’è Giulietta e Romeo ,
c’è la fata turchina,
la bella addormentata con l’immagine di cera .
Siamo i vespri siciliani che difendono la storia
l’orgoglio della patria ,
i guelfi e ghibellini
che vanno a braccetto in battaglia
e per un idealismo muoiano .
La favola siamo noi !
Siamo gli eredi degli uomini vuoti ,
gli intellettuali della borghesia ;
la marcescenza delle aridi condizioni .
Siamo il vanto ,figure senza forma
gli echi che bisbigliano nel vuoto,
i bizzarri rappresentanti di una razza in estensione ;
col gesto d’amore paralizziamo l’anima .
Siamo quel che siamo !
La natura è in noi …
cresce acerba per poi maturare ;
come un frutto nella sua stagione.
torna senza chiedere
Io sono qui, sotto questo salice al termine del limpido
ad aspettarti
Torna a sentire
a sperare insieme a me
perchè lo vuoi
Lascia quel muro affumicato ed annerito, quel male offeso
Torna meglio di prima
prima che puoi
Senza alternative, uscendo da quel brutto incubo
Senza voltarti, senza ripensarci
Perchè te lo chiedo
perchè non credo
Non farti supplicare
torna ad amare e volere
Torna e ti saluterò
ti conquisterò
ti abbraccerò
concepivo d'esser nulla.
E quei dolci impediva al vero
d'arrivare il core ormai imperiato.
E 'l pensiero allor sorgeva
di quel desiato al core immàgo,
ma falso e mentitore a quella mente
una volta disillusa e dal caldo poi rinchiusa.
E riuscivo lì a sognare,
e riuscivo lì a cantare,
ché linfa nelle vene senza sosta
sì marciava, d'Amor, artefice Natura.
Medesima tiranna che negommi,
come al passero distante,
di dì la speme in dì.
E gremì li stessi nient'altro che di pianto,
fino al cielo odierno.
Quel suo dire di "no",
innocente all'apparenza,
assassino nel reale,
in cristallo mutò'l core, e tesor fece,
com'insegna solo diva legge,
del monosillabo pugnale.
Ed or niente lo scalfisce e nulla poi odierà,
nè si farà odiare e d'invidia mancherà,
attenderà Amor e non amore,
e non per suo voler, è che Natur mutò natura.
Il più grande paradosso visse ed ancor vige
in quest'umane terre,
ove tutto è in apparenza e niente bacia il vero
e l'uomo stesso a sé sì mente.
E chissà se di lacrime dilette li occhi miei
ciechi prima, poi bendati ed or vedenti
riediranno ad inondar, frammenti,
per ritrovar dei lumi franchi?
Ma fino al tempo stesso
dovran dolersi d'altra pioggia,
e in mezzo alla tempesta non dispero,
ché del legno mio, IO SON CAPITANO!
di annegare il mio io
negli spazi stretti
di quelle scatole craniche
piene d'acqua
tra cianfrusaglie miste
di pensieri fangosi e realtà distorte
di mani incerte
alle quali piacerebbe manovrarmi
come un burattino di cartapesta
dal sorriso stampato
Non voglio apparire
non sono uno specchio
non rifletto altre immagini
e riemergo dalla marea confusa
dove sarei sospesa
e sosterei in attesa
come un pesce di gomma scolorito
in proiezione fantasiosa
dell'immaginazione
di quegli occhi spenti e concentrati
ad imbellire e appendere orgogliosamente
fasulle medaglie luccicanti
ma in realtà di cartone
Non sembro
e non sono un fantoccio
da vestire di stracci
e belle parole
per comodità
per interesse
per paura di credermi migliore
di futili valori
E voglio respirare
a pieni polmoni
dormire serena
sul cuscino morbido
della mia coscienza pulita
come sempre
e canto
nelle vesti di me stessa
forse scomoda presenza
d'animo vero e intelligenza
non resto lì a sembrare
muta e immobile
a compiacere e acconsentire
alle sciocche sentenze volatili
E deridono
illusi dal proprio ego
e non accettano il mio essere
preferendo pensare
che io sia uno specchio
da sminuire
per innalzare e migliorare
la visione del proprio apparire
ancora una volta
di fronte al mio viso
dentro alla mia coscienza
sopra la mia pelle
pagherò
per ciò
che non ho voluto fare
non voluto dire
non ho voluto sentire
tu
non mi tradirai mai
accompagnerai il mio sguardo
affiancherai il mio cuore
ripeterai i miei pensieri
io pagherò
per ciò
che non ho voluto fare
non voluto dire
non ho voluto sentire
di fronte a te
non avrò paura
di fronte a te
il coraggio non verrà meno
di fronte a te
io ci sarò
io
non ti tradirò mai
sarò sempre lì
di fronte a te
fra la polvere dei papaveri e boccioli di more
vieni a vedere com’è rada la gioia
nel nostro cuore
Guarda l’immagine del vuoto
che sale e riempie
ringhia ed inveisce
scendi, non stare lassù
Trovati un posto per ascoltare
con le gambe stanche e curve
di quell’aria che c’imprigiona
e che non colgo
di voci fini e pungenti
che non sanno stare composte
Quando lo farai
dall’immagine trasuderanno
gocce di felici attimi
appena venuti al mondo
Confortandoci e riempiendoci
fino a tracimare
il vuoto migrerà
Il colore dei sogni ci attraverserà
come le fiamme dei temporali
Prendici e tienici
fa che questo sia
interminabilmente sopportabile
o infinito
se puoi
quando il sole
illumina
il mio giardino,
quand'è schiuma fresca
l'acqua del fiume,
quando il cielo
sa di voli d'ali e di colori,
quando le nuvole
arricciano e
stringono
i pensieri più belli,
quando i fiori
avranno colori
e profumi di vita
e il sole avrà
il sapore del mare,
il mare del cielo
e il cielo di
"noi".
quello che vedono i poeti
devo ubriacarmi?
Possibile che i miei occhi
non vanno oltre l'infinito
e la pelle non sublimi al sole?
Non riesco più ad adulterare
questa realtà che mi circonda
e presto qualcuno mi aprirà il ventre
curioso o costretto a liberarmi
di vermi e tarantole
arruffate e compiacenti
tra il cuore e il mio affannoso respiro.
E scoprirà milioni di frattaglie
nascoste per dubbio o per vergogna
di anni passati a rincorre l'amore
nelle cantine dove adesso giace l'agonia,
dove adesso si canta e si fa festa
e si beve vino annacquato con l'acqua santa.
Ed io stanotte fatico ad afferrare le stelle
da qui sembrano caravelle
che vorrebbero portarmi via dall'equinozio.
E mentre le guardo tra paura e certezza
mi addormento sotto un cielo deserto.
sveglia, compatita, piume o pezzi di muro
mi lasciava nel cortile passando di lì.
Berlino, che uccello grigio e minimale,
Berlino spenta come sul più bello la televisione.
Berlino e i suoi affitti cari,
sulle nuvole cinici presentatori.
E' sulla ghiaia e le selci
che ti ho vista starnazzare.
tra i Montazzoni
e l’aspro poggio di Bonefro
il sole morente,
quasi a pelo dei rilievi tondeggianti,
mi regala l’ultima briciola
di delizioso tepore.
S’ allungano fantasmi crepuscolari
nella vallata
tra colate d’ afa,
color d’ombra e ginestre.
E da ponente arriva
un vento fresco e vigoroso
che sfiora la sommità dei crinali.
Un vento soave
che trae i suoi germogli
dalle alture del Gargano,
dolci e distanti,
ammantate di grossi borghi.







